sempre la solita

heart

Ho sollevato la cornetta allungando un braccio verso il telefono, dopo lo squillo.

Mi dice che sulla strada provinciale che porta al mare hanno abbassato il limite di velocità: 50 km/h costanti, una follia ma è così, ed io te l’ho detto, dovessi andare al mare e non fare caso ai cartelli.

Da giorni, nell’ordine, la richiesta del nome dell’attore protagonista de “Il Padrino”, che adesso non mi viene in mente, io al referendum voto no, tu hai deciso? Ed io rispondo che non ho ancora deciso perché sono perplessa, perché io sono sempre stata perplessa di fronte a quello che non mi convince, o che non ho compreso bene.

E di cose che non ho mai compreso ce n’è a iosa e per tutti i gusti.

Come i gelati.

Gelati, estate.

Estate, spensieratezza.

Spensieratezza, non ricordo più.

Però ricordo di essere stata felice, di aver corso per strada a capo di un’orda di bambini urlanti, quando le strade erano percorribili e il rischio di essere investiti prossimo allo zero.

Ricordo di essermi arrampicata sugli alberi, e una volta sotto c’era il prete amico delle suore amiche di mia nonna che mi pregava di scendere, ed io mi innervosii e discesi il tronco a braccia e gambe nude.

Quand’ero felice e libera di prendere in giro mia madre, di fingere di essermi abbandonata al sonno della controra e invece sgattaiolavo fuori e mi mettevo a disegnare, oppure aspettavo che passasse il gregge delle pecore. Una volta portai giù acqua per il pastore e per il cane, scusandomi per non poter dar da bere alle pecore, che erano tante.

In genere bighellonavo poco per strada, a controra e da sola.

Me ne stavo lì, all’aria aperta, a giocare con le matite e con il cane, mio fedele compagno.

Nita, sei sempre la solita, non ascolti mai; scommetto che non hai dormito.

Non ricordo le risposte ma l’angoscia sottile dello scirocco che risucchiava le pesanti tende di cotone blu contro le persiane, e poi le lasciava andare e poi le risucchiava in un moto perpetuo che sembrava respiro.

Il respiro della persiana a sud ovest, quella della stanza che condividevo con mia nonna.

La stanza nella quale avrei pianto tanto, negli anni, ma allora non lo sapevo.

E oggi penso che sarebbe bello viaggiare nel tempo e rivivere quei giorni anche solo da spettatrice, per imprimere dentro quelle sensazioni destinate a svanire.

Vedere mamma e papà giovani, lei graziosa e sottile come un giunco, con i capelli scuri trattenuti da un fermaglio, lui bello, imponente e in moto perpetuo, al punto che riusciva a diventare invisibile.

E quando la signora che abitava dall’altra parte del campo di carote ci venne incontro agitata, mentre tornavamo dalla spiaggia, dicendo che era andato con l’auto contro un albero per schivare una gallina, io corsi nella mia stanza, mi inginocchiai e pregai Gesù di salvarlo, perché la vita di mio padre valeva più di quella di una gallina.

Gesù mi ascoltò, infatti oggi lui mi chiama per dirmi del limite di velocità e di Marlon Brando, e mia madre mi chiede se e quanto mi fa male la schiena, o se ho mangiato.

Vorrei stringerli, nasconderli sotto le mie grandi ali e volare via, in quel mondo che non vediamo più, ma che esiste ancora, intatto, nella memoria del cuore.

Beatles – Please Please Me

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la vita che continua

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Che bello, stasera, salutare al telefono Massimo e Angelo, due amici di mio figlio che vivono a Bonn e a Colonia.
I papà di questi ragazzi sono cresciuti con noi, ma solo d’estate, visto che i genitori si erano trasferiti in Germania.
Giusto il tempo di far nascere Antonio e Luciano in Italia, o poco più.
Avevamo un’età compresa fra i sei anni di mia sorella, gli undici di mio fratello e i tredici miei, di mio cugino e dei due ragazzi.
Ero già ad Alcatraz, allora: le vacanze erano il paradiso, anche se, verso la fine di agosto, mi veniva il magone perchè, presto, sarei tornata dietro le sbarre.
Antonio, Tonino per noi, era conciliante e bonario.
Luciano, più giovane solo di un anno, aveva un caratterino tosto che, col mio, faceva scintille.
Ho davanto un’immagine: noi, in gruppo, lungo il sentiero selvaggio che portava alla spiaggia.
Io che provavo a pronunciare Beethoven con cadenza tedesca, lui che mi rispondeva: “No no no. Si dice “Piitofen”.
E giù risate a non finire.
Poi i dischi dei Creedence Clearwater Revival, che loro traducevano in simultanea mentre noi arrancavamo.
Erano decisamente avanti, ma questo non ci pesava perchè gli amici, soprattutto a quell’età, si scambiano confidenze, informazioni e conoscenze senza spocchia, o senso di superiorità.
Giornate al mare, pomeriggi in giro col loro papà, che aveva una pazienza infinita; serate di film, giochi semplicissimi, friselle e pane e pomodoro.
Per qualche tempo non ci vedemmo: forse erano andati in vacanza altrove.
Ci ritrovammo anni dopo: stessa amicizia solida, stessi ricordi.
Negli anni, com’è naturale che accada, abbiamo conosciuto le persone che avevamo scelto “per la vita”: quelle con cui fare famiglia.
Poi sono arrivati i figli che, crescendo,
hanno preso a frequentarsi solo d’estate, come i genitori italiani.
Sì, perchè Tonino sposò un’argentina, e Luciano una tedesca.
Poche ore fa, prima di tornare in Germania, due dei loro figli, adesso amici del mio, hanno chiamato per salutarmi.
Hanno trascorso una serata a Bari, son passati dalla nonna e via, verso i loro impegni.
Carini e gentili come i loro genitori.
Ecco, questa è la vita che continua oltre noi.
Questo riesce a dare un senso anche alle sconfitte, inevitabili, che il tempo ci regala.
Non pensavo, davvero, potessero bastare poche parole al cellulare perchè il tono dell’umore avesse un’impennata.
I figli dei ragazzetti che ascoltavano i CCR adesso si fanno un selfie in un localino di Bari, e sorridono.
E io sorrido per loro, con loro.

Creedence Clearwater Revival – Have you ever seen the rain?

muffa

muffaccia

Sul tavolo della cucina c’è qualcosa che puzza: forse il contenuto di un barattolo.
Apro: il sugo di pomodoro presenta una patina verdastra – gran brutto vedere – segno dell’ormai altarata omeostasi chimica.
“All’anima sua”, penso irritata.
Tempo due giorni, il mio sugo è andato a male.
A male come tutte le cose che si consumano in sordina.

“Questo post fa parte di un gioco di scrittura tra blogger su parole scelte a turno dai partecipanti.  

Parole e partecipanti li potete trovare sul blog “Verba Ludica”, al link

absolute beginners

ColliennePiù comune di così?
Appoggiata con le ginocchia contro la solita balaustra che sovrasta i ricordi provo a perdermi ancora nella nebbia fitta di quel che è stato.
Toh, la nebbia si è quasi diradata del tutto, e non me n’ero accorta.
Le belle facce emergono, staccate dai corpi, come moscerini galleggianti in un liquido viscoso.
Emergono in ordine: prima le più recenti, poi quelle antiche.
Guardano con occhi inespressivi, eppure parlano al cuore.
Dicono tante cose, pronunciano parole vuote, provano ad imbastire abbozzi di frasi con un senso compiuto.
Blaterano, in alcuni casi; sciorinano giustificazioni e scuse che non hanno più ragione d’essere.
Le belle facce senza senso affiorano in superficie ed evaporano come pozzanghere sotto il sole di agosto.
Quel che resta non è più storia, non più passato.
Solo un debole tramite verso il cielo.

David Bowie – Absolute Beginners

* foto di Gregor Collienne

memento

  Quando ad un’immagine ne sovrapponi un’altra a caso, venuta fuori spontaneamente dal calderone dei ricordi compressi nella memoria, allora vuol dire che son partiti, da soli, i meccanismi di autoriparazione.
Che il cuore sta smettendo, pian piano, di battere a vuoto, o di trasmettere la sensazione che sia così.
La sua immagine.
Le loro immagini.
C’è chi resiste, intatto, nella stanza dei ricordi, avendo meritato sul campo il diritto a rimanere se stesso: ogni particolare al suo posto.
Son questi i grandi amori: quelli che hanno segnato un’epoca.
Il resto, tutto il resto, dal passato passato invano al futuro abortito prima di aver visto anche solo un barlume di luce, sfuma via senza dolore e consistenza.
Forse con qualche piccolo rimpianto.
Talvolta pensi che perdere la memoria sarebbe anche comodo: ti svegli, una mattina, ti guardi intorno senza sapere chi sei, senza sapere dove sei.
Potresti dover essere costretto ad inventarti una nuova identità, oppure iniziare ad affannarti alla ricerca della tua, confidando in un nome da tatuarti sulla mano per aggrapparti a qualcosa che abbia un senso.

Dream Theater – This is the life