disvelazioni

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Sempre più spesso spero in un alieno che possa salvarmi la vita, portandomi via dalla quotidianità appiccicosa di sudore e impegni mal digeriti che, forse, non mi spettano nemmeno.

Non nel modo talebano che ho io di intendere, ancora, il sacrificio di me stessa causa mala educación, cioè veti atavici e conculcamento sistematico di spirito e coscienza, ammantato di concetti religiosi e morali belluini.

Il duro lavoro di ogni giorno premia i miei sforzi tesi alla liberazione della “me” soffocata troppo a lungo.

Ché, se così non fosse stato, quel maledetto treno non l’avrei preso mai.

Sfidai quello che mi era sembrato un capriccio mascherato da apprensione ed esibii, tronfia, il mio biglietto, andando incontro all’apoptosi anticipata di un sentimento bello, vero, pulito.

Ero la cattiva maestra di me stessa, e non me ne rendevo conto.

Accadeva tanti anni fa: da allora, in qualche modo, non sarei stata più quella di prima, nel bene ma soprattutto nel male.

Ho pagato, com’era giusto, ma credo mi sia toccata la sorte di dover scontare una pena superiore all’entità del reato.

È così che si impara a stare al mondo: sbagliando, sbagliando, sbagliando.

Poi, però, bisogna rialzarsi e tentare il recupero del buono rimasto e, davvero, non è fondamentale impararlo subito.

Importante sì, ma non fondamentale.

Ieri guidavo distratta verso il tramonto.

Sarebbe stato fantastico veder sparire gli alberi, le rade costruzioni, la strada, e ritrovarmi sospesa nell’aria con lo sguardo puntato al globo di fuoco che spariva piano dietro le colline.

Dietro casa: quella che ogni giorno aspetta il ritorno del mio corpo.

Il tramonto quotidiano me ne ricorda altri, forse un paio, e il cuore si fa piccolo e arso come un grano di sale.

Adesso tengo la porta chiusa, quando le memorie bussano, e mi allontano in fretta da me, illuminata dalla luce morente che mi lambisce appena le spalle protese in avanti, e le gambe veloci.

John De Leo – Io non ha senso

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do they know…

Oggi mi rendo conto che li ho amati, gli anni ’80. I miei anni ’80, la mia decade felice.
Con le speranze in fermento nonostante gli sgambetti di un’educazione rigida e severa, con l’idea che un futuro fosse davvero possibile.
Con l’amore che prendeva le sembianze di un progetto concreto.
Con gli eccessi, dall’abbigliamento kitsch alle pettinature coi capelli “sparati”.
Con i Police a palla nella mia stanza, e Paul Weller e Bob Geldof, e perfino Boy George, gli Spandau, i Duran Duran e una creatura che si chiamava Marilyn.
E Bowie, sempre.
Dieci anni relativamente felici fra la decade della segregazione e quella delle responsabilità a muso duro: o così o così. Nessun’altra possibilità di scelta.
Una decade incastrata fra problemi di “mala educaciòn” e problemi di trasmissione/ricezione.
Dieci anni di opportunità buttate ai porci, e di crediti concessi inutilmente.

Riapri gli occhi, guardi lo specchio e ti accorgi che sei “passato” anche tu.