essere, non essere, far finta di essere e non essere

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L’attività preferita da tutti, ormai, è la corsa all’essere “se stessi”.

Poche ore fa ero in banca, assorta nei miei pensieri; a mezzo metro due donne parlavano dei fatti loro, incuranti degli altri. Mi colpisce la frase di una delle due, che conosco di vista: “io sono sempre me stessa”.

E deve esserle sembrato di essere se stessa anche quando ha preso posto accanto a me e mi ha dato una pacca sul braccio, chiedendomi se stessi leggendo e che cosa.

In realtà stavo solo cercando informazioni su Tupac Amaru, ma ho immediatamente riposto lo smartphone nella borsa, rispondendo monosillabicamente al prevedibile fuoco di fila di domande.

Non tollero l’invadenza, oltre a tante altre virtù moderne, e mi permetto di non tollerarle perché, per prima, non le riverso sugli altri.

Sapete, fa parte dell’essere me stessa, come la lealtà, la sincerità, la trasparenza fin quanto è possibile; oltre al difendere le persone care da attacchi proditori alle spalle.

Indubbiamente difettacci passati di moda, ma tant’è e tanto sarà.

Lo spartiacque virtuale che chiamiamo fine anno vecchio, inizio anno nuovo, non ha brillato, né prodotto scintille di gioia.

Presto, spero, lascerò in ospedale un altro pezzetto del mio corpo che, pur facendo parte dell’essere me stessa in senso strettamente fisico, deve necessariamente salutarmi per evitare che, con quel tocco di sfiga che non guasta mai, a salutare possa essere io.

A volte vorrei perdere per strada altri aspetti di me, dell’essere me stessa in senso pieno.

Lo vorrei perché spesso mi sento un pezzo da museo, perché non sgomito per farmi notare, perché non blandisco e non amo mettermi in mostra.

Lo vorrei nei momenti in cui rilevo il menefreghismo di molti, con amarezza.

Per fortuna si tratta di brevissime e inutili escursioni mentali che cestino subito, e con grande soddisfazione.

Alla scarsa popolarità ci si abitua: dopotutto ho sempre creduto nel criterio dell’affinità, e nella certezza che avere pochissimi amici veri sia più appagante che circondarsi di una pletora di conoscenze più o meno superficiali che sviliscono il senso, letterale e concettuale, della parola “amicizia”.

Questione di attitudine, questione di scelte.

Sting – Englishman in New York

al largo

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Oggi, e non da poco, voglio affermare il mio diritto a vivere come più mi aggrada, senza per questo limitare le libertà altrui.
Senza invadere, condizionare, vessare.
Ho avuto incontri recenti con vecchi compagni di viaggio: persone che hanno costruito sapendo che farlo era esattamente un loro diritto.
Lasciando in un canto, a volte, le esigenze degli altri, laddove pensare alle proprie è stato scelto come modus vivendi d’elezione.
Schiva.
Sono schiva e riservata al di sotto del minimo sindacale consigliato a tutti, in generale.
Ad un certo punto del “cammino di mia vita” mi sono fatta da parte, poi progressivamente eclissata.
Perchè detesto essere al centro dell’attenzione, mettermi in mostra, provare, anche solo per celia, ad atteggiarmi a primadonna.
Rivendico il diritto alla consapevolezza delle mie qualità, senza, per questo, sbandierarle a destra e a manca come fossero aspetti mirabolanti di una personalità singolare.
“Low profile”: la mia parola d’ordine è questa, e resterà tale.
Ricordo un giorno assolato d’estate, tantissimi anni fa.
Attraverso le vetrate della casa di mia zia osservavo il mare, in lontananza, e sentivo montarmi dentro un misto lisergico di eccitazione, entusiasmo, voglia di vivere.
Lei mi guardava sorridendo: forse intuiva i miei pensieri, ma non lo saprò mai perchè questa zia se n’è andata di recente, e la sua casa vuota è rimasta a guardare il mare lontano mentre io l’ho attraversato a lungo senza perdere mai quell’intimo senso di appartenenza ad un mondo che non mi ha compreso, e che, da parte mia, non mi son presa la briga di comprendere.
Dovrebbe essere finita ad armi pari, ma spesso fuggo dal rigor di logica perchè non porta sempre a scelte felici.
Devo dirgli “grazie” se ho buttato alle ortiche un sentimento vero, autenico: forse l’unico vero afflato di amore della mia vita arida e dissestata.
Poi ho voltato pagina, perchè è così che si fa, ma lo scorrere dei giorni, da allora, ha perso il suo senso più vero, e la gioia che ne sarebbe dovuta derivare.
Ho perso, ma poco a poco ho imparato a farlo con un minimo di stile, e adesso, seduta di fronte ai ai ricordi del mio passato, immagino una barchetta che silenziosa, di notte, solca il mare calmo di una serata tiepida di maggio.
Potrei essere su quella fantomatica barchetta, anzi posso convincermi di essere seduta a prua, incurante degli schizzi discreti di acqua che mi bagnano il viso, e che nascondono le lacrime che lo rigano, silenziose come me.
Siamo qui, e dobbiamo adattarci a vivere nel miglior modo possibile, bene che vada.
Altrimenti potremo sempre spargere lai verso la cattiva sorte, e abbandonarci ai flutti improvvisi e ai rovesci.
Questione di scelte.
Questione di predisposizione naturale.
In ogni caso, un augurio sincero, e di buona fortuna, a tutti i naviganti di quest’acqua in tempesta che chiamano vita.

Negrita – Hemingway