the fly

eye

Se potessimo avere una visione del futuro come un lampo, fermo in un solo fotogramma, potremmo capire. Immaginare. Provare a formulare un’ipotesi.

Il futuro è questa mosca che continua a svolazzarmi intorno senza che io riesca a farla uscire dalla finestra. La immagino allontanarsi nell’aria tiepida. Sparire nel blu scuro della sera autunnale. Volare, molesta e rumorosa,  fino alle persiane semiaperte della cucina di una donna che impasta zucchero e farina.

E’ giovane, piccola di seno, bionda e appena pallida. Mescola senza entusiasmo e parla al suo bambino, che le sorride e le porge una macchinina perchè vorrebbe giocare.

La mosca si ferma un attimo sul visetto del bimbo, che fa un’espressione buffa. Poi sfiora i capelli della donna pallida, e torna a perdersi nel buio della sera.

Segue in volo due amiche che ridono, camminando per strada. Mangiano focaccine alle olive parlando di Sartre: le loro voci pulite si perdono nell’aria. La mosca si muove spinta da istanze che trascendono la sua natura semplice.

Ci sfiora, ci passa accanto mentre viviamo le nostre storie di vite un po’ sperse. Se ha fortuna si allontana ancora, e continua a peregrinare senza sosta fino al termine della sua parabola, breve e veloce, di piccola, immemore creatura.

Se potessimo avere un fotogramma di futuro, solo un fotogramma, potremmo immaginare, ipotizzare, magari avere la certezza che non sarà stato tutto vano.

Hans Zimmer – Time

Annunci

titolo: tanti, ma davvero tanti auguri

formula-xmas-tree (1)

Il colpo in canna rimane conservato nella speranza di non doverlo sparare mai, ma le feste stracomandate incombono.
Penso che il Natale dovrebbe essere roba per bambini, e basta.
Noi dovremmo poterci concedere la possibilità di dissociarci, di volare in Nuova Guinea, al peggio di chiuderci in casa dopo averla fatta insonorizzare.
Eppure non ci si può sottrarre, anzi ci si sottopone, in misura variabile, a rituali sempre più moderni, sempre più idioti, che ci vedono sfilare come pecore non senzienti per ricevere, ancora una volta, il marchio di coglione sulla pelle.
Sopporto ancora queste giornate perchè ho la fortuna di due anziani genitori che, come cinquant’anni fa, continuano a radunare le propaggini attorno al tavolo grande, in soggiorno, con la sempiterna tovaglia di fiandra bianca, il centrotavola in tema e i piatti, i calici e la posateria che ricevettero in dono quando si sposarono.
Per non parlare del pranzo, sempre quello dacchè io abbia memoria di essere stata creatura pensante.
E, cretemi, non sto sputando veleno, non sto dicendo male delle mie radici.
No e no.
Ad un certo punto della vita dovremmo capire che le favole non esistono, che i bimbi non cercano più le calze e i doni sotto l’albero e che, semplicemente, tutto cambia nonostante noi e la nostra assurda pervicacia a rimanere ancorati ad un sacco-zavorra pieno di ciò che non sarà mai più.
Siamo cresciuti.
I piccoli di ieri son gente attempatella con figli la cui età va dal tempo delle turbe adolescenziali a quello di nuovi, e si spera diversi, progetti di vita.
Per quanto riguarda me, vorrei trascorrere del tempo con i miei, magari chiacchierando davanti al camino.
Senza tavole imbandite, tortellini fatti a mano e dolci tipici che mi immalinconiscono ogni anno di più.
Mio figlio pare sconcertato dalle mie abiure continue, ma io non so recitare, quindi recito male.
A volte penso che sia lui la diretta emanazione dei miei genitori, e non io, spuria e anomala da sempre.
E, non so se purtroppo o per fortuna, questo senso di straniamento si fa ogni anno più lacerante ed insopportabile, perchè, davvero, non ho bisogno di perpetuare riti ormai inutili per esorcizzare il pensiero della morte.
Serbo in me quanto basta, e, credetemi, non è poco.
Alla mia età ho sovvertito le scale di valori, e le priorità.
Non ho tolto niente ad alcuno. Anzi.
Vorrei solo riuscire a farmi comprendere, quando ho bisogno di urlare e rovesciare tavolate perchè non sarà una liturgia, un cartellino timbrato per abitudine a siglare il nostro amore, che è sempre presente, nonostante tutto.
C’è qualcosa di pateticamente grottesco nei volti dei bimbi invecchiati, composti attorno al desco del giorno di festa, e ai bimbi dei bimbi invecchiati, ormai giovani donne e uomini proiettati verso il domani.
Lo so, questo fotogramma ha una sua suggestività, ed un senso profondo, ma io ne soffro ogni volta, e non è bello nè giusto.
Se fossi certa di non turbare animi ed atmosfere chiederei la grazia di potermene stare da sola.
A pensare, ad evitare di pensare, a coltivare i ricordi o a fare tutto ciò che è in mio potere per cancellarli.
Magari a passare la giornata ad Alberobello, a guardare i trulli.
So che non sarà così: le lugubri voci delle cassandre vaticinano eventi nefasti ai quali nessuno può sottrarsi.
Nemmeno io, che, ancora ed ancora, sorriderò alla bisogna e mi accomoderò composta attorno al centro del mio mondo vestita come una profuga, come quasi sempre.
E, alzando il calice di cristallo del 1955, augurerò buon natale alle persone che più amo al mondo, sapendo che, non so come, qualcuno ci ha fregati tutti.
A voi auguro solo serenità e pace, soprattutto con voi stessi: le leggende non abitano più qui e, in ogni caso, non sono mai esistite.

Ramones – Poison Heart