comes a time

nebbia

E’ vero. Forse. E tante grazie a chi odiava i miei “forse”.

Possiamo ricostruire nella mente uno stato perfetto di grazia: basta poco.

Siamo infinitamente semplici, tanto quanto infinitamente complicati; un piccolo altoparlante sul letto habitat, accanto agli oggetti che accompagnano il passare-non passare del tempo-non tempo.

Un piccolo altoparlante comprato su un sito di saldi on line, un monitor, un additivo ad hoc.

Le linee telefoniche rigorosamente staccate.

Io, the beauty of broken, posso permettermi il lusso di fare capitomboli nel tempo, a ritroso.

Fino all’uomo in grigio-scuro-per-la-vita. Fino al nostro perché.

E ancora indietro, fino all’affine mancato per via del solito destino cinico e baro.

Io, quella che sta scrivendo adesso, rossa in volto e piena di dubbi.

Io, che sono nata vecchia senza essere cresciuta mai.

Parecchio complicata?

No davvero. Come tutti ho dei codici di decriptazione. Magari non è semplicissimo trovarli, ma non c’è bisogno di affanni. Perché so decriptarmi da sola. Perché non siamo eterni, vivaddio, e se rinasceremo non serberemo memoria di questi sembianti, né dei patemi offerti e ricevuti, né di chi ci ha affiancati durante il percorso né di chi ci ha tagliato la strada senza riguardi.

Torneremo mondi all’origine di tutto. Immemori.

Una sola istanza mentale mi perseguita, e recita: io non ho più nulla da offrire.

 

Tossì brevemente, salutò con un cenno del capo e si perse nella nebbia, stretta in un cappottino nero.

 

Coro dei ragazzi: abbiamo il compito di ricordarti che devi scrivere di familiarità e di persiane color verde acceso.

Yes. Yes. Yes.

Neil Young – Comes A Time

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