31 12 14: giocateveli

images (4)

E se mi aveste portata via di forza sotto la pioggia battente, nonostante le mie lacrime di bimba così piccola e così dannatamente attaccata ad un senso del dovere che non conoscevo ancora, ma che sarebbe stato la rovina?
Se aveste staccato la mia manina da quella dell’anziana signora dall’aria triste, riluttante a lasciarmi andare, ma senza essere esplicita?
Io le volevo un mondo di bene, ma ne volevo soprattutto a voi: papà, fradicio a metà del guado, ponte affettivo fra le sue due Enne; mamma con in braccio il piccolo, stretti sotto l’ombrello.
Strano, assurdo e ingiusto che la sorte di un piccolo essere si delinei in una serata piovosa di primavera, su un’ampia scalinata di mattoni, due ombrelli, uno in prossimità della casa, l’altro sull’ultimo gradino, verso il cancello, e un uomo inzuppato d’acqua che mai avrebbe immaginato la portata del peso che aveva dentro quella bambina tanto voluta, tanto amata ma già troppo afflitta in rapporto ai suoi nemmeno quattro anni.
Si chiama imprinting, ma nei primi anni sessanta lo sapevano in pochi.
Mentre me ne sto qui, adesso, al calduccio della mia casa, con i gatti accanto e il fardello incommensurabilmente grande dei ricordi, mi rendo conto che è come se mezzo secolo fosse letteralmente volato via.
L’infanzia, la brusca fine di essa sancita dalla decisione di mandarmi “dove sarei stata meglio”, gli anni più bui della mia vita, il ritorno, come da una guerra, l’inizio ufficiale dei poblemi depressivi che mi porterò nella tomba, vicissitudini e scontri di ogni genere, perchè non ho mai mandato a dirle.
Amori e brusche rotture, bugie e sotterfugi, finalmente l’idea a la concretizzazione di un progetto di vita molto importante, purtroppo finito presto e male, mio figlio stretto a me in un letto diventato troppo grande, la sfiducia che iniziava a serrare la gola fino all’esplosione di attacchi di panico che sono lontani, ormai, ma stranamente ancora vividi nel ricordo.
Poi l’improvviso ed imprevisto accendersi di una luce che non ho mai voluto alimentare, per paura che potesse bruciarmi o spegnersi all’improvviso, lasciandomi sola, al buio.
Ed io a quella luce avevo creduto sul serio, ma quando si ha un Super Io di siffatta tempra si diventa capaci di piantarsi un coltello nello stomaco, e di piantarlo ad altri.
Poi capisci tutto, certo, ma nel frattempo hai lavorato tanto su te stessa, e l’hai fatto anche male, per cui ti ritrovi spesso a guardare il bimbo che si stringeva a te nel lettone, il tuo figliolo di ventidue anni che, anche lui, ha dovuto pagare per colpe mai commesse.
E che, forse, continuerà a pagare ancora, perchè a volte ci si trova a scontare pene totalmente inique ma necessarie a dio sa cosa.
Se potessi tornare indietro a quella sera piovosa di cinquant’anni fa, ma come una sorta di fantomatico deus ex machina, immobilizzerei tutti, prenderei la bimba in lacrime, la rassicurerei raccontandole tante storie (io che non so mentire) e la farei addormentare per sempre nel suo lettino, premendole un fazzoletto sul viso.
In questo modo sarebbe stata scritta una storia diversa per tanta gente: forse sarebbe stato più logico e sensato.
Ma tutti noi che cosa siamo, se non povere pedine fra le mani di chi gioca con le nostre esistenze fra un bicchiere di brandy e un sigaro?
Non so se un giorno, come molti vanno blaterando, ci ritroveremo tutti in un posto bello e felice.
A volte mi fingo possibilista, ma dentro ho una landa desolata che lascia poco spazio anche solo all’idea di una pur minima forma di vegetazione.
Bisognerebbe “capitare” in una vita giusta, cioè giusta e moderatamente gratificante per noi.
Per noi che non siamo eterni e mai lo saremo.
Per noi che ad ogni passar d’anno ci facciamo gli auguri, ma solo perchè usa così.

Doors – The End

Annunci