mistificando

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Ci fosse un giorno da dedicare alla Mistificazione, sarebbe tutti i giorni, anche se gli altri trecentossessantaquattro organizzerebbero una gara  per lanciare via, lontano, la patata bollente.

Non ho sonno, in quest’ora di passaggio fra il solito sabato sera caciarone del locale qui vicino e la domenica, generalmente silenziosa, discreta, a volte un po’ malinconica.

Ho ancora la brutta abitudine di volermi spiegare il perché dei fatti che mi accadono intorno, e a volte anche addosso.

So di sbagliare: bisognerebbe lasciar correre via tutto quello che non è necessario capire, e di zavorra inutile ce n’è tanta.

Ho fatto grandi passi avanti e sono soddisfatta di me stessa, anche se ciò mi allontana sideralmente da certe categorie di persone che non ho mai capito, e mai capirò.

Quelli che mentono senza che ce ne sia bisogno, i depositari assoluti della Verità, che portano in tasca divisa in comode monoporzioni da regalare agli ingenui di turno.

Non capirò chi raccoglie meriti altrui spacciandoli per propri, magari beandosi e gioendo, con il cappello a falde larghe rovesciato a mo’ di sporta.

E quelli, vecchia razza, che ti puntano il dito nell’occhio affinchè tu non possa vedere e renderti conto che si sono giusto liberati della loro trave per accecarti.

Gente perbene, timorata di NS, che ha un copione pronto per ogni giorno, e uno speciale per i festivi.

Persone discretamente benvolute, abilissime nello stravolgere i propri connotati psicologici, tanto  trovano sempre almeno un paio di gonzi disponibili e disposti a bersi ogni sciocchezza, stolidamente persi in un’ammirazione senza costrutto, senza radici.

Spesso questa bella fetta di umanità è naturalmente dotata di piedistallo, e dev’essere bello alto se osano guardarti e trattarti con magnanima condiscendenza: dall’alto in basso, con e senza metafora.

Oh, ci mancherebbe che fossimo perfetti, per carità, ma la buona fede, per quelli come me, è un modo di vivere e di rapportarsi, così com’è un modo di vivere l’onestà, quella qualità in disuso che ti consente di guardare gli altri negli occhi senza abbassare lo sguardo, certi di essere umani e fallibili, ma animati dal fermo proposito di non recare danno inutile e ingiusto.

Riflettevo, col sottofondo di una pessima musica purtroppo abbastanza vicina; poi mi son detta che certi mari sono pieni di squali, ma che questo non impedisce di solcarli, quei mari.

Bisogna allenarsi  a rintuzzare falsità e scorrettezze senza scadere di tono o lasciarsi scalfire, e poi allontanarsi il più in fretta possibile.

Grazie al cielo siamo oltre sette miliardi, convinti, più o meno tutti, che ci si debba apparentare per stima e affinità.

Il resto mancia.

Fleetwood Mac – Little Lies

 

 

senza confini, senza barriere

rose morte s

Non voglio chiamarti
chiedere per sapere
– ma sapere cosa, poi?-
Ti custodisco in una teca
a mezz’anima.
Immagino, a volte, e più spesso son realista.
Però sei nella teca
a mezz’anima
e spero ci stia comodo.
Oggi eri con me e mio padre
tombe e fiori e pace ovunque.
Non è forse un addio la pietra tombale di un amore?
Ho percorso i viali sorridendo dentro di me.
Eri accanto, e guardavi le croci e i particolari più suggestivi.
Ne abbiamo anche parlato, bisbigliando tanto da non essere uditi.
Non mi aspetto che tu mi risponda,
anzi non è davvero necessario.
E’ buono e giusto che ciascuno serbi i ricordi che sente congeniali.
Può essere che tu non ne abbia più alcuno, che io ti appaia, nel ricordo, un’anima inquieta che aveva incrociato la tua inquietudine e nient’altro.
Mi va bene così: se un tempo ho avuto aspettative adesso sorrido al mio passato tenero, difficile, ingarbugliato.
Era un percorso obbligato e noi ci siamo passati, come da copione.
Non so tu, ma io mi sono seduta, e cerco di stare comoda.
Guardo cosa ho intorno adesso, mi adeguo e accetto.
A volte mi infrango contro gli ostacoli come la spuma del mare sugli scogli, ma poi torno a tremolare quieta sotto il tenue riverbero della luna.
Io sono quella che sono stata.
Adesso guardo il libro della mia vita, socchiuso, e non mi aspetto nulla, se non l’accettazione totale del ruolo che fui chiamata ad interpretare, sapendo che avrei incontrato gente, la più disparata.
Tra questa gente sei passato anche tu.
Forse non ti importa, forse rideresti delle mie parole, ma oggi ho la fermezza che viene dalla riconciliazione con me stessa, e dalle attenzioni che ho iniziato a dedicarmi, maledicendomi per non essermene curata per troppo tempo.
Ti auguro ciò che auguro a me, e mi pare di aver detto tutto.

Edoardo Bennato – Ogni favola è un gioco

la grande tristezza

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Mi sono accostata al film (che non avevo visto all’uscita nei cinema) con un bagaglio sostanzioso di pregiudizi, nonostante l’apprezzamento che nutro verso il regista Paolo Sorrentino.
In fondo ci sarebbe poco da scrivere, se non la sentenza un po’ manichea “mi è piaciuto, non mi è piaciuto per niente”.
Di solito quello che tocca l’anima mi dà i brividi, e questo film me ne ha procurati diversi.
La grande bellezza, inseguita invano dal protagonista, viene sfiorata a tratti in forma di piccoli assaggi di uno stato di grazia che, per sua stessa scelta e sofferta ammissione, non gli apparterrà mai.
Jep, ragazzo di belle speranze, approda a Roma negli anni facili dell’altro boom, scrive un romanzo apprezzato, lo butta nel fardello delle cose buone della sua vita e si immerge anima e corpo in una vita futile e dissoluta a cui fa da splendida cornice una Roma decadente, volgare, falsa di una falsità assurda, disperato sipario di donne e uomini, malati e senza valori, che si aggrappano al simulacro di ciò che credevano di essere, e che non sono stati mai.
I piccoli, commoventi stralci di umanità vera sono destinati ad una scomparsa prematura alla quale il giornalista finto cinico non rimane indifferente, nonostante l’abilità a mascherare l’anima, acquisita in anni ed anni di recite consapevoli.
Così si rimane scientemente fermi lì, in quel teatro grottesco di maschere umane, ammettendo fra le righe di non essere più in tempo per un’inversione di rotta che rimarrà nella memoria e nello sguardo di una giovane ragazza innamorata, in una lontanissima sera d’estate.
Poi il tempo rotola, inesorabile, e travolge il buono che era in noi: la vera, grande bellezza.
Non rimane che continuare a recitare un copione che spesso si avverte insopportabilmente falso, ma che, nello stesso tempo, è diventato, oramai, l’unica certezza in un mondo (e una città) sul ciglio del baratro.
Ipotizzo che l’America abbia sottolineato l’aspetto più visibile e macroscopico del film: quello di un Paese bacato fino al torsolo: brutto e corrotto.
L’anima, invece, è negli occhi disperati del ragazzo suicida, in quelli della spogliarellista malata e dello scrittore di testi che deciderà di tornare al paesello prima di essere travolto da un mondo che della sua genuinità non ha niente.
Jep rimane lì, a sorridere amaro, perfettamente conscio che solo la morte sarà la sua redenzione.

uova di alieni

Perchè, io non meriterei che questo sole che vedo infilarsi attraverso le strisce della serranda mi portasse un po’ di buone nuove, di gioia, di serenità, di speranza nel domani?

E’ bello il gioco della luce che si intrappola tra le fibre della tenda, trama impalpabile, ingarbugliata e luccicante come il grande nido di un animale alato estinto.

Ieri ho chiesto ad una donna – solida concreta molto convenzionalmente ancorata con i piedi per  terra – se avesse mai “sentito” di essere stridente col mondo attorno; se si percepisse “rotante” nel senso inverso rispetto a quello dell’asse terrestre.

Mi ha rivolto uno sguardo un po’ incuriosito , e ha risposto no, semplicemente.

Sono nata cinque decenni fa, più qualcosa, da un uovo di aliena.

Sono nata per sbaglio, e per sbaglio finita su questa superficie terrestre  dove si gareggia a colpi di concretezza e understatement.

Solo per convenienza.

Forse io non c’entro, e se faccio finta di esserci alla maniera della maggior parte degli altri  sappiate che sto solo recitando il copione che mi hanno messo in mano tanto tempo fa.

Sappiatelo.

E sappiate anche che ho una gran voglia di farlo a pezzi.

Eumir Deodato – Also sprach Zarathustra