dream on

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L’uomo è indiscutibilmente lui, ma ha qualche decina di anni in meno, e vive in una casa di studenti con vecchi studenti par suo.

E’ a letto, malato, ma l’umore pare non risentirne affatto. Circondato da portatili e cellulari, tesse trame che si fanno sempre più fitte e intricate, ma la cosa lo diverte molto.

Diverte molto meno la ragazza ex donna che ha deciso di andare a trovarlo perché vuole festeggiare il suo compleanno (suo di lui).

Ha comprato una collana di foggia femminile, ma è certa che sarà cosa gradita.

Si informa; più che altro chiede agli amici del tipo se la sua presenza possa esser bene accetta, poi decide e va.

Introdotta da un rosso lentigginoso in una stanza semibuia, illuminata solo dagli schermi dei portatili, si avvicina timida al letto che campeggia al centro della stanza.

L’uomo, giovane, la guarda un attimo e le dice di andare via con sprezzo, nonostante il pacchetto infiocchettato proteso verso di lui.

La donna, giovane, non fa una piega; rimette il regalo in borsa, compie mezzo giro su se stessa, quasi al rallentatore, e infila in silenzio la porta di ingresso/uscita, accompagnata dallo sguardo cupo del rosso.

Giù, per strada, una canea di donne festanti corre a celebrare l’uomo nel letto, malato ma perfettamente in grado di operare scelte: tu puoi, lei no.

Il senso di esclusione è una bestia cattiva.

Ci devi lottare contro, e opporvi le ragioni della mente e quelle del cuore.

Chi non ti vuole non ti cerca, anzi ti allontana, o ti manda via senza nemmeno l’ombra di un rimorso.

Perché, in fondo, è così che si deve fare.

Bianco o nero, brutti o belli, buoni o fetenti.

E’ il trionfo del manicheismo da bar, ma va per la maggiore e tutti si adeguano, supini.

L’ex ragazza, chè (poiché) nel frattempo ha ricominciato a rotolare negli anni secondo la giusta cronologia, apre la piccola scatola, ne estrae la collana e la distrugge lentamente, pezzo dopo pezzo; quasi con voluttà.

Stringe nella mano destra l’accrocco di carta, plastica e metallo; pochi passi e tutto finisce in un cestino al lato della strada che porta al parcheggio, ma il sogno finisce qui.

 

 

Al di là di ogni considerazione personale, di rappresentazioni oniriche o di realtà, è proprio dai frantumi, dai cocci rotti che l’Anima trae forza ed energia per riplasmarsi, per tornare a vivere.

  • Ragazzi, dite grazie ai periodi bui, ai traumi, alle ingiustizie.
  • Coro dei ragazzi: grazie, periodi bui, traumi, ingiustizie.

Aerosmith – Dream On

 

 

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allontanarsi per capire

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Nel pomeriggio sono uscita presto per via di un po’ di cose da sbrigare. Con lo smartphone bloccato. Scollegata dal resto del mondo.
Finite le incombenze ho parcheggiato l’auto di fronte al mare, piatto e grigio come il cielo, e mi sono lasciata andare ai ricordi, cullata da una quieta malinconia.
Ho scoperto che non ho bisogno di pacche sulle spalle o di generiche parole di consolazione. Forse non ho realmente bisogno di nessuno, se non per brevissimi lassi di tempo.
Sono serena perchè la mia coscienza è pulita, e se ci sono stati malintesi, anche enormi, le mie intemperanze sono state provocate da parole e comportamenti inaccettabili.
Mi hanno detto che sono intransigente ed è vero, ma ciò mi consente di essere leale e corretta. Poi tutto si può aggiustare, volendo.
Le scivolate fanno parte della vita di tutti.
Son rimasta lì di fronte molto a lungo, con una ridda di pensieri che correvano veloci nella mente e uno strano senso di pace che pervadeva totalmente il cuore: come se le due parti fossero scollegate fra di loro; mi sono appoggiata allo schienale e ho respirato piano ma profondamente.
Non possiamo recuperare nemmeno un solo frammento del passato, non possiamo andare avanti con lo sguardo rivolto all’indietro, ma ci conviene far tesoro delle ricchezze nascoste nell’anima, pronte a venir fuori se evocate nel modo giusto.
Ho rimesso in moto, fatto manovra in quello spazio malmesso, sempre uguale nei decenni, e sono andata via con la mia malinconia quieta e un bel sacchetto di inutili rimpianti.
Mi sarebbe piaciuto scattare una foto, ma il trabiccolo non dava segni di vita.
Sarà per la prossima volta, magari.

noi non sappiamo chi siamo (noi)

moranteTu ed io non siamo uguali. Abbiamo poche linee tratteggiate in comune, più che tratti.
Siamo nati entrambi da una donna più un uomo, abbiamo riso, a volte pianto, immagino, così come immagino che entambi abbiamo amato o creduto di farlo, perchè definire l’amore è come provare a dare un aspetto all’anima.
Discussioni infinite, testi del solone di turno per cosa?
Per una scopata o per un progetto messo su a tavolino come una planimetria catastale.
Per fortuna, sai, non c’è solo quello, e i vuoti si possono riempire di surrogati dai nomi più tradizionali e consueti, o strambi, originali e, magari, più congeniali.
A malapena io so chi sono: come puoi pretendere di saperlo tu, che hai respirato un’aria diversa dalla mia per la maggior parte della tua vita?
O, secondo lo stesso principio, che ne so io di te oggi, dopo che entrambi abbiamo attraversato un’esistenza che, forse, non ci aspettavamo?
Viviamo strani giorni, che diventano più strani man mano che il tempo scivola via.
Fermi restando i buoni princìpi di base, cioè il minimo sindacale che tutti conoscono,
per trovare qualcosa che ci avvicini, e ci dia modo di comunicare, ci toccherà fingere un interesse che, ormai, è solo il fantasma di un ricordo.
Oppure trovare spunti che costituiscano la base di argomenti comuni.
Troppo complicato, no?
La vita dovrebbe essere un quieto svolgersi senza scosse, almeno nella sfera dei sentimenti, amori o amicizie che siano.
Dovrebbe: più spesso non è.
Oltre che una fissa per i congiuntivi, ne ho una per il condizionale, che con i congiuntivi spesso si apparenta.
Se: avverbio piccolissimo ma gigantesco per me, che le certezze granitiche le lascio volentieri a chi sa che farne.

David Bowie – Life on Mars?

Foto di Marlie Morante, Luz de Aurora Photography

muffa

muffaccia

Sul tavolo della cucina c’è qualcosa che puzza: forse il contenuto di un barattolo.
Apro: il sugo di pomodoro presenta una patina verdastra – gran brutto vedere – segno dell’ormai altarata omeostasi chimica.
“All’anima sua”, penso irritata.
Tempo due giorni, il mio sugo è andato a male.
A male come tutte le cose che si consumano in sordina.

“Questo post fa parte di un gioco di scrittura tra blogger su parole scelte a turno dai partecipanti.  

Parole e partecipanti li potete trovare sul blog “Verba Ludica”, al link