il gioco

ado

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Caro amico mio, anche se amico mio non sei stato mai,
di te serbo ricordi abbastanza confusi, e quel che rimane ancora nitido, a dispetto degli anni, ha un brutto sapore.
I nostri babbini erano grandi amici, ma tra noi due non c’è mai stato verso, e non per colpa tua.
Ricordo una serata paleolitica alle giostre: la mia faccia da bambina insolente di fronte ai tuoi occhi bovini, che lasciavano intravedere strane voglie che mai, mai avrei accolto.
Caspita: avevo solo tredici anni, ma ne avessi avuti trenta la sostanza non sarebbe cambiata.
Mentre giocavi a fare il casanova, sfoggiando con maestria il tuo rituale obiettivamente muffo e un tanto ridicolo, io continuavo a fronteggiarti a testa alta, col berretto azzurro indossato alle ventitre.
Forse era carta da zucchero, forse blu cobalto.
Di certo io ero insolitamente querula, ripetendo fino al tuo sfinimento che ero piccola, e che certe cose erano molto lontane da ciò che, allora, potesse mai legarmi ad un ragazzo.
Educazione, vita in collegio (lo ammetto, spesso ho pensato che sarebbe stato meglio morire), regole ferree e ferrei princìpi.
Cosa ti aspettavi?
Ci siamo persi, come accade spesso, ma quando ci incrociamo hai sempre l’aria tronfia da duro che non deve chiedere mai, oltre che da inveterato piacione.
Ed io, fatalmente, divento stronza.

 Paolo Nutini – Rewind

“Questo post fa parte di un gioco di scrittura tra blogger su parole scelte a turno dai partecipanti.  

Parole e partecipanti li potete trovare sul blog “Verba Ludica”, al link

il colpo in canna

pistola

Si voltò piano, con il fascio di rose bianche tra le braccia, interrogando se stessa inutilmente: nessuna provvidenziale intuizione, nessuna rassicurante certezza.
Le sistemò in un vecchio vaso sbreccato, attenta a tirar su la carta crespa rosso fuoco.
Si allontanò di pochi passi, camminando all’indietro: il povero vaso era tornato a vivere gli antichi splendori, seppur per una breve stagione.
Spense il cellulare, staccò la cornetta del telefono fisso: non avrebbe sopportato parole intruse, sbriciolate come il pane dei piccioni.
Sprofondò nella sua poltrona preferita, ripassando a memoria gli insulti e le cattiverie a buon mercato.
Si rialzò dopo poco e aprì il frigo per bere un bicchier d’acqua, con gli occhi fissi sull’anta malmessa della dispensa.
– Devo ricordarmi di chiamare il falegname- finse di pensare, e spense la luce.

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muffa

muffaccia

Sul tavolo della cucina c’è qualcosa che puzza: forse il contenuto di un barattolo.
Apro: il sugo di pomodoro presenta una patina verdastra – gran brutto vedere – segno dell’ormai altarata omeostasi chimica.
“All’anima sua”, penso irritata.
Tempo due giorni, il mio sugo è andato a male.
A male come tutte le cose che si consumano in sordina.

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I beg your pardon

bestioles-canettes-1In ritardo, se colpevole o innocente non è dato sapere.
Sono in ritardo e mi affanno dentro, disposta ad arrampicarmi sui telai di scuse che intesso ogni giorno per proteggermi dagli Altri.
Cerco di stabilire quale possa essere la giusta distanza fra loro e me: quella che faccia sentire tutti al sicuro, in un piccolo posto fiabesco connotato da chiarezza, ordine, pulizia.
Se ci penso bene ho scavato fossati molto a lungo, e ho affilato lame come un arrotino folle, pur sapendo che non le avrei usate mai.
Decidere di fare un passo avanti, o due o tre, è già qualcosa, un inizio, una speranza.
Speranza è una parola con un significato che pesa come piombo.
Fatico a pronunciarla così come fatico a dire CocaCola senza inciampare nella mia piccola, sempiterna balbuzie mentale.
Non me lo spiego ma l’ho accettato e, magari, ordino altro.
Una birra, un succo di frutta con gin, una neve di latte corretta.

Peter Gabriel – Excuse me

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pensieri come soffici, silenziosi fiocchi di neve

street-art-paris-ufunk-06-610x813Che cosa c’è di sbagliato nella solitudine?
I commenti piovono un po’ a caso.
Ognuno scrive ciò che pensa davvero, o che ritiene giusto in “quel” momento.
D’altronde dogmi non ne conosco, e se me ne sovviene uno lo casso per principio.
La vita mi ha insegnato a non avere certezze: io mi sto allenando a convivere con questo precetto di difficile assimilazione.
Ammetto di avere un carattere ostinato che, a volte, provo a modificare senza eccessivo impegno.
Ammetto di aver appena ammesso che mi contraddico, perchè dogmi e ostinazione vanno a braccetto, ma tant’è.
Troppa introspezione uccide, e su questo potreste scommetterci.
Ti accartocci su te stesso e incominci ad analizzare, ogni volta daccapo, le possibili origini e le cause della tua vita attuale, considerata come prodotto di accadimenti che ti scorrono nella mente in sequenza.
Come sempre.
Esercizio sterile, perchè ad un certo punto il disco si incanta e tu torni al punto di partenza, come se t’avessero gettato addosso la più cattiva delle maledizioni.
Ti rimane intorno il silenzio di sempre, quello che hai coltivato come la più rara e preziosa delle piante di serra.
Lo contempli, ormai tangibile, oltre la parete trasparente, ma sporca, dei tuoi preconcetti acquisiti.
Lo guardi e quasi te ne fai vanto, senza renderti conto di aver lavorato alacremente per costruire un fossato fra te e gli altri.
A volte, e questo lo affermo a ragion più che veduta, la mente stessa è in grado di produrre convincimenti che inevitabilmente portano a comportamenti standard.
Mediati, com’è logico che sia, dai temperamenti e dalle personalità, ma potenti nelle spinte verso scelte a volte fatali, quasi come se ci si fosse fatti aiutare da sostanze estranee.
Che adesso vi dica di extasy o altro è irrilevante.
Credo nel potere che tutti abbiamo dentro di noi: un mondo che molti non conosceranno mai.
Peccato.

 Eric Clapton – Got you on my mind

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sogno di una lontana notte di mezza estate

Mirjam Appelhof

Ah, l’amore

Qualcuno, canzonettando, lo definiva “folle sentimento”, ai tempi in cui si campava tutti sull’arte e le spalle di Mogol e Battisti.

Un bel ricordo, tutto sommato, anche se il passare inevitabile del tempo immalinconisce e rende sempre più consapevoli delle prossime fermate. O, magari, dell’ultima.
Indulgo spesso nel crogiolarmi rimembrando quel che fu, e quel che è stato.
Non è un bene, lo so, ma il passato mi si è avviluppato all’anima, e credo non ci sia più rimedio.
Nè, lo ammetto, mi sforzo più di tanto per cambiare la rotta: il futuro è un’incognita, il presente l’hic et nunc.
Se ciò che è stato non diventa ossessione finisce addirittura per far compagnia.
Ai tempi della Formula 3 (chi non ricorda almeno Radius?) ero una ragazzetta abbastanza simpatica ma inquieta.
Durante le estati ci si riuniva tutti al mare, e i “tutti” erano ragazzi che, durante l’inverno, vivevano le loro vite in posti sparsi.
Le discoteche c’erano, ma avevano orari urbani.
Noi, piuttosto, preferivamo riunirci ora a casa di questa, ora a casa di quello.
Stereo, svelti e lenti strategici.
M. mi faceva il filo.
Aveva l’età di mio fratello, cioè tre anni meno di me, e capelli color miele, morbidamente riccioluti, più un paio di occhi azzurri da togliere  forza nelle gambe.
Non era un ballerino provetto: impacciato quanto me negli “shake”, dava il meglio di se stesso fermo su una mattonella, con le braccia intorno al mio punto vita.
Non lo si sarebbe mai potuto immaginare tanguero, o ballerino di tip tap.
Del resto, a noi cosa importava?
Sfortunatamente M. era conteso: oltre me c’era una mia cugina più intraprendente e sfacciata.
Riuscì a soffiarmelo, e ciò mi fece rasentare una sorta di forma strana di odio nei suoi confronti.
La ammiravo ma l’avrei presa volentieri a ceffoni.
Non era nemmeno bella, ma era più grande ed esperta, e ci sapeva fare.
M. provò a spiegarmi tutto, ma non lo lasciai nemmeno parlare, e mi allontanai.
Verso la fine dell’estate mia cugina si scusò con me, ma avevo già realizzato che non mi importava più niente.
A quindici/sedici anni (di una volta) si era ancora abbastanza ingenui.
Insomma, io lo ero, e di ciò non finirò mai di ringraziare le nere signore che, precedentemente, mi avevano ospitato per cinque, lunghi anni.
La stagione del mare e delle cotte adolescenziali se ne andò così, fra
balli core a core sulle terrazze delle case estive e scuse incrociate che mi scivolarono addosso.
E’ passata una vita, ma a volte mi sorprendo a pensare di essere rimasta fondamentalmente la stessa.
Mai lottato per un uomo.
Mai tentato di scipparlo ad alcuna.
Prima di tutto non mi pare corretto, ma poi, detto tra noi, quale tonto si farebbe portar via come fosse un essere non senziente?

Baustelle – La moda del lento

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gente che sogna

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C’è qualcuno che decide per noi?

La mia parte razionale, ipernutrita forzosamente nel corso degli anni, si ribella, e lo fa a voce alta.

L’altra parte, quella che custodisce antiche consapevolezze, tace col capo chino.

Percorrevo i bui corridoi di un vecchio maniero, persa in un sogno.

Avevo paura, ma sentivo di dover andare avanti.

Mi trovai di fronte due porte dove un lungo corridoio finiva bruscamente contro una parete semidiroccata.

Davanti alla mia terrorizzata perplessità due porte: a me, e a me sola la scelta di aprire l’una, o l’altra.

Girai lentamente la maniglia di quella alla mia destra e mi trovai in una sala illuminata quasi a giorno.

Tutto, intorno, presentava i segni di una vita vissuta intensamente, seppur molto tempo addietro.

I muri erano sporchi e scrostati, i lampadari, accesi, ricoperti di polvere e adornati da corpose ragnatele abitate.

L’enorme tavolo al centro presentava i segni inequivocabili della corrosione provocata da famiglie di tarli che avevano avuto tutto il tempo di agire senza essere disturbati.

Mi aggirai con timore, e mi girai più volte su me stessa: l’enorme stanza sembrava ruotare in senso inverso.

Mi accorsi per caso di una vetrata affacciata su un giardino in stato di abbandono, come tutto il resto.

Aprii timidamente l’anta con la mano destra, tirandola delicatamente verso di me, e mi affacciai: fra le piante incolte, novella ed inaspettata giungla, si aggiravano individui di etnìa diversa: ciascuno col suo abito caratteristico, ciascuno col suo idioma.

Parlavano l’uno all’altro come se si capissero alla perfezione: l’unica intrusa ero io, sporta sulla balaustra sporca della grande finestra.

Li guardai a lungo: forse persi la cognizione del tempo.

Quando decisi di tornare sui miei passi mi resi conto di trovarmi in un’altra stanza: forse quella accanto.

Una sovrana, così mi parve, era seduta sul suo scranno.

Non aveva sulla testa una corona, né abiti regali, ma la solennità del suo aspetto mi indusse a credere che fosse la Signora del maniero diroccato.

Aveva il volto dall’espressione impenetrabile, mentre al suo cospetto si esibiva un povero saltimbanco che piroettava su se stesso senza sosta, indifferente davanti ad una indifferente.

Tutto ciò non aveva senso: non aveva senso per me.

Un significato doveva pur esserci, ma sentivo di essere lontanissima da qualunque tentativo di spiegazione.

Mi diressi decisamente verso la porta, sperando che ci fosse la gemella accanto, invece i miei piedi, stranamente calzati, iniziarono a ticchettare su lastroni di marmo bianco che non avevo notato prima.

Era verosimile che mi fossi persa, spaventata com’ero.

Mentre cercavo il bandolo della matassa, la soluzione, la via che mi permettesse di scappare a gambe levate da quel luogo sinistro, vidi me stessa riflessa in uno specchio, e trasecolai: ero vestita come la regina seduta, indifferente, sul suo trono.

 Indossavo un lungo abito di pesante seta verde scuro, e in testa un copricapo di stoffa arrotolata su se stessa a mo’ di turbante.

Mentre continuavo a correre, sentendo risuonare i miei passi in quell’androne che pareva infinito, realizzai di essere la sovrana seduta col volto privo di espressione: stranamente rassomigliante ad una delle donne che avevo visto passeggiare nel cortile abbandonato.

Il suono di un libro caduto sul pavimento, opera di uno dei miei gatti, mi riportò al presente.

Dopo alcuni minuti di riflessione mi alzai e mi diressi spedita verso la cucina, non dopo essermi specchiata brevemente, come faccio ogni mattina, appena desta, per controllare lo stato della pelle.

Inequivocabilmente io, col mio pigiama blu, avevo i capelli che portavano ancora i segni di quella specie di turbante che avevo sognato.

Savoir Adore – Dreamers

Questo post fa parte di un gioco di scrittura tra blogger su parole fornite a turno dai partecipanti. Questa volta le parole sono state fornite da Daniele. Parole e partecipanti li potete trovare sul blog “Verba Ludica” , al link http://carbonaridellaparola.blogspot.it/