Vorrei avere un becco

Sciagura ha voluto che la mia prima immagine di quest’altro festival della canzonetta italiana fosse la faccia di Emanuele Filiberto, accompagnato da un tenore non meglio identificato e da Pupo, nascosto dietro un pianoforte che pareva suonasse da sè.
Povero, il principino: in fin dei conti è innocuo, fa le sue brave figuracce, viene mandato via dalla gara ma rimedia comunque un premio: il tapiro di Striscia.
Ben peggio è Povia, il menestrello dalla chioma fluente e dalla banalizzazione facile: soprattutto di ciò che non si dovrebbe banalizzare mai.
Miracolato da Bonolis durante l’edizione del festival del 2005, ci convinse che se non facciamo “oooh” come i bambini siamo mezze tacche.
Opinione più o meno condivisibile, ma rispettabile.
Personalmente non faccio “oooh” per scelta e per esperienza: l’ultima volta ho avuto un frontale con un tir.
“Durerà da Natale a Santo Stefano”, mi dissi.
E invece il cantore al miele rancido proruppe, credo un anno dopo, con l’inno all’amore eterno.
L’amore eterno…
Eterno…
A me l’aggettivo fa paura, sinceramente. E’ definitivo, limitato, claustrofobico, al di là di quello che potrebbe sembrare. 
L’eternità è un lasso di tempo indefinito ed indefinibile che non posso quantificare e che, perciò, mi causa problemi di ansia. Per quanto ne so eternità potrebbe essere la vita di una mosca imprigionata in un barattolo a chiusura ermetica.
Povia non sa, o finge di non sapere, che i suoi nonni festeggiarono le nozze d’oro, come i miei e come tanti, perchè un tempo la donna era generalmente sottomessa: allevata per soddisfare il sultano e per figliare. 
Nella migliore delle ipotesi per trascorrere una vita a mediare e brigare per tenere insieme i cocci del vaso rotto con chili e chili di colla.
Dopo due anni di tregua l’implacabile Giuseppe è tornato ad ammorbarci con una delicata ma decisa condanna dell’omosessualità: di male in peggio.
Se Luca era gay, santo cielo, non era affatto detto che dovesse essere “guarito” da una lei piombata dall’alto come la mano della Provvidenza.

Saranno stati fatti suoi, no?

Per quanto mi riguarda Luca era perfettamente normale: solo orientato in maniera diversa, ma il buon Povia ha voluto farci arrivare il suo messaggio un po’ bigotto: i gay sono malati. Per tanti motivi, ma lo sono, e possono solo sperare in una salvatrice.
Ci avrà pensato un anno, allo scoop da proporre ai bietoloni seduti e impacchettati come pinguini, e alle signore ingioiellate e pettinate per l’occasione.
Cosa bolle nel pentolone dei temi scottanti per quest’Italia bacchettona ?
Tirare fuori, ancora una volta, la tristissima storia di Eluana Englaro per mera voglia di successo a me è sembrato di cattivo gusto.
Le parole dell’ennesima ballata un po’ sciacalla  sembrano scritte da un neo comunicato fresco di catechismo.
Fossi stata la mamma della ragazza non avrei gradito l’omaggio, ma questa è solo la mia opinione.
L’anno prossimo temo una rievocazione in musica del terremoto di Haiti.
Povia, perchè non te ne vai a dirigere un coro parrocchiale?
Annunci

Fotogrammi

La mia esistenza va a scatti, come la crescita riottosa di certi bambini. Vivo, vivo intensamente, e poi mi affloscio su me stessa, e m’appanno come un vetro sporco.
In questi momenti di snodo mi capita di sognare scenari magnifici, o tremendi. 
E poi allegorie e simboli, e rimescolii dell’ inconscio.
Ho visto dei commessi vestiti di rosso che portavano, tirato per le estremità come un povero cristo, un uomo che aveva la testa rovesciata all’indietro. Ero bloccata sul marciapiedi, e non ero sola. 
Avrei voluto dir loro di chiamare un’ambulanza, ma ero muta. Son ripassati dopo un po’, mentre il mio interlocutore invisibile mi intratteneva con parole di vento.
Ho capito che erano lì a girare in tondo come sciocchi, trascinandosi dietro un morto.
Ho voltato la testa per non guardare, e ho visto una donna che stava partorendo sull’asfalto. 
Sono riuscita a muovermi, a lasciarmi dietro l’interlocutore invisibile, e sono arrivata in tempo per vedere un bimbo venir fuori come un proiettile dalle gambe spalancate di quella donna bella e oscena, che mi ha guardata, mentre soccorrevo il suo piccolo, e mi ha detto che ero un’ingenua, che quella nascita era solo una finzione, e mentre io, al rallentatore, prendevo fra le mani quell’esserino sporco di sangue, lei mi mostrava una finestra, di fronte, e mi parlava del suo uomo nascosto dietro le persiane: il suo complice.
I fotogrammi dei sogni sono diacronici, surreali, inquietanti.
Ti proiettano ovunque in un attimo, ti scaraventano da una vita ad un’altra.
Così di colpo sono con un amico blogger, un amico molto caro, che cerca di sistemarmi la sua giacca sulle spalle. 
Forse ho freddo. Forse, inconsciamente, gli ho chiesto solo di venirmi vicino. 
Lui, che nella realtà è gentile e premuroso, nel sogno non tradisce le aspettative, e si avvicina. Ne approfitto per stringerlo a me e baciarlo, anche se intuisco la presenza ostile di suo padre. 
Nello stesso tempo bacio una mia cara amica d’infanzia, che non vive qui da anni. 
E tutto è straordinariamente naturale.
Mi sembra naturale anche dirne a voi, dalle pagine virtuali della mia segheria mentale.
Eppure nella vita viva sono sempre impacciata e a  disagio: una che chiede scusa a prescindere dal motivo per il quale dovrebbe scusarsi.
Seppur attratta da Freud l’ho sempre contestato, per l’aver voluto ricondurre ogni istanza ad un’unica origine.
Io credo che il nostro lato oscuro sia molto più articolato e complesso, ma a quell’uomo paterno e barbuto sento comunque di dovere qualcosa.
Anche solo mezzo fotogramma di un mio movimento rapido degli occhi.

Il dipinto è di Enzo de Giorgi 

Spalle larghe

Mi sono immessa con la bici nella strada che porta dal sottovia al mare: non immaginavo ci fosse ancora tanta gente in gruppi disordinati come schiere di formiche impazzite.
Fra un dribbling e l’altro mi è venuto in mente, fulmineo, un pensiero: ho iniziato a crescere quando, tanto tanto tempo fa, per strada in compagnia di mia madre, incontrai un uomo senza braccia.
Dovevo averlo guardato a lungo perchè lei, dandomi una tiratina discreta, mi disse che non stava affatto bene fissare la gente, e mi spiegò qualcosa che non avrei più dimenticato.
La mia propensione al bicchiere mezzo vuoto (l’altra metà, di vodka, devo averla bevuta senza accorgermene) mi fa decretare “finita” quest’altra estate nata senza aspettative di riposo, senza sole, senza entusiasmo.
Potrei stilare il superclassificone di ciò che non è andato per il verso giusto, dando uno schiaffo morale a coloro che mi immaginavano persa in un tourbillon di feste e amanti uno via l’altro.
Nemmeno mezzo amore stiracchiato, anche perchè mezzo amore stiracchiato non lo vorrei per nulla al mondo. Se amore non dev’essere, amore non sia, chè di surrogati ne ho ampiamente piene le balle.
Mentre cerco un segmento di reticolato a cui legare la bici, passa il mio amico edicolante grossetano.
– Sempre più nera, signora.
Eppure quest’anno son slavatina.
– Infatti la ricordo molto più abbronzata. Intendevo dire che la vedo cupa e preoccupata.
Sa, un po’ di cose.
– Le auguro di risolvere tutto e bene.
Grazie mille: ha visto mai?
In effetti devo avere la faccia truce, nonostante una naturale propensione al sorriso.
Pour parler, problemini miei di salute che non approfondisco per scelta ideologica, più pressione arteriosa
ai minimi storici, anca in sofferenza, figlio che diventa ogni giorno più intrattabile e rompiballe.
E, dulcis in fundo, la mazzata di mio padre.
“Eccheccazzo, mondo”, ho pensato.
Ma, nonostante tutto, sono una che non si arrende. Che a volte fa resistenza passiva, ma che il toro deve prenderlo per le corna.
Così ho messo sotto torchio il medico dei primi controlli, che è persona amica, gli ho mostrato tutti gli esami successivi e ho saputo che la natura della cosa sarà sì nota solo dopo l’esame istologico, ma che pare non sia così grave, nè diffusa all around e far away.
Una boccata di ossigeno. Una sola, quanto basta a riprendere la marcia. E ad affilare le armi.
E a permettermi il lusso decadente di lasciarmi andare ancora per un po’ al pensiero di colui che mi ha spento per sempre la voglia di amare, a colui che affermava convinto che fossi il suo mondo, e che adesso probabilmente passeggia su una battigia del Tirreno con moglie, figlio, cane e, magari, una nuova amante ben nascosta in qualche altro buco geografico.
“Ho le spalle larghe in tutti i sensi, mondo”, ma sarebbe stato meglio averle più strette, così che qualcuno non pensasse di approfittare della mia millantata solidità di donna forte, che tante ne ha viste e sopportate, e che altrettante vorrebbe restituirne, se potesse.
I messaggi di saggezza zen che mi invia Vodafone varranno pur qualcosa, visto che sono gratis.
Imparare a godere delle piccole cose di ogni giorno.
A voi sembra una piccola cosa essere riuscita, dopo un bel po’, a stendermi di nuovo al sole senza sentirmi male, lasciando il cerchio irregolare dell’ombra accanto a portata di mano, con una moleskine, un libro interessante e Quadrophenia a palla nelle orecchie?

Who – Quadrophenia

All’orizzonte

Sono serena, ma serena per frammenti di attimi.
Sono paga quando riesco ad oltrepassare i miei confini angusti, quelli di corpo e mente,
e a guardare la distesa del mare, immutabile, quando comprendo che la vita è una rotazione ciclica
di gioia e dolore, di angoscia e speranza, anche se l’angoscia la fa spesso da padrona.
Peccato che io non sia saggia.
Peccato che sia legata ancora a questo modo di esistere, e alla stramaledetta partita doppia
che ne costituisce il canovaccio.

Lucio Battisti – I ritorni

Perturbata-mente

Mancanza. Di tempo e di aria. Ma io conosco bene la mia ansia: è una compagna fedele.
Sto spremendo quel po’ di riserva energetica residua per tentare di relazionarmi agli altri: quelli veri, che posso toccare.
Mi stupisco di riuscire ancora a sorridere e a tenere alto il tono di una conversazione: giuro che non avrei scommesso su di me nemmeno un centesimo.
Alcuni giorni fa, immancabile, è arrivato il funerale estivo.
Se posso diserto, ma la trapassata è stata una figura importante della mia infanzia, ed io sono una fottuta sentimentale.
Sono sempre di più, loro, i pluriottuagenari che passano il fiume.
E guardando entrare il feretro in chiesa ho pensato:” Zia, chissà che botta quando vedrai che lassù non c’è niente. Ma se non c’è niente non te ne renderai nemmeno conto”. Che poi non era mia zia, ma qui al sud finiamo per diventare tutti parenti.
Parenti di sangue o di stima e di fiducia, che sono le credenziali migliori.
Il caldo passa con i raggi del sole pomeridiano attraverso le vetrate colorate di cristi, santi e madonne. Le signore aged sventagliano furiosamente, ed io sono in mezzo a due perturbazioni d’aria che mi scompigliano i capelli faticosamente trattenuti in un miserrimo codino.
Saluti e sorrisi e ciao come stai: immancabili, mentre il figlio unico della defunta riceve le condoglianze insieme a sua moglie, e noi tutti si fa chiacchiericcio di varia natura. Ecco: io queste cose le odio forsennatamente. Anche se sono inevitabili come uno sbadiglio o un colpo di tosse.
La bara è lì che aspetta di essere trasportata al camposanto, e vecchi amici e figli di amici si salutano e si scambiano convenevoli e addirittura complimenti.
Ma cazzo, la morte è davvero una cosa così dannatamente normale?
Contegno, signore e signori.
Infatti parlo sottovoce, e poi penso che i più anziani presto saranno anche loro dalla parte della defunta, e forse, se potessero parlare, non troverebbero sconveniente il cicaleccio, e l’abbracciarsi e baciarsi e presentare figlie e figli e sentirsi dire che si fa parte della stessa razza, anche se si è sempre stati radici parallele, e mai fittoni.
C’è anche, in fondo alle facce e ai corpi benvestiti, quel tipo che mai avresti voluto incontrare.
Che si avvicina e saluta Maria Teresa, tornata da Siena, e bacia tua madre chiedendoti il permesso con aria ironica e a malapena ti dice ciao perchè ce l’ha con te.
E si allontana dopo aver detto alla tua genitrice che dopo tanti anni è rimasta pressochè invariata, canizie a parte.
Però, alla fine della kermesse, prima di andare via ti passa accanto e ti lascia il numero di cellulare dicendo:” magari chiamami”, e tu sai già che non lo chiameresti nemmeno se te lo chiedesse domineiddio in persona, se non fosse solo un’astrazione.
Non so, ma c’è un passaggio veloce di nuvole alte e inoffensive, c’è un passaggio veloce di pensieri e di comportamenti.
Sono ancora quella che ero o il vento ha disperso una parte fondamentale di me?
Non ho dolore, dentro. Solo un amarissimo senso di disinganno per questa vita che ci contiene come fogli di carta.
E poi ci lascia volare via.