Foglie di cristallo

Seduta accanto al balcone della sala d’attesa del mio medico-amico guardo uno scorcio di azzurro, e la terrazza di una vecchia casa disabitata che, a volerla saltare a balzelloni, porterebbe a quella dei miei in due minuti.
Quanti pezzetti di me sono sparsi, in queste stradine del centro storico.
Quanti ricordi: i gelati al bar del tipo che non sorrideva mai, le amiche di sempre, il catechismo. In quella bambina irrequieta e ribelle dal caschetto liscio e dagli occhi vispi c’era già, in nuce, quello che sarei diventata.
Avevo circa sei anni.
Mio padre non si accorse che gli camminavo alle spalle come la sua ombra. Mi nascosi dietro la porta e lo guardai prendere dei soldi dall’antenata di una cassetta di sicurezza.
Mastro don Gesualdo! – gli dissi col ditino puntato contro, sbucando all’improvviso.
Andava in onda, in quei giorni, un romanzo sceneggiato (allora, vivaddio, si chiamavano così) tratto dalla celebre opera di Verga. In quel gesto di maneggiamento del vil denaro la mia mente di bambina aveva scorto un segno di avidità, e la similitudine partì spontanea.GiustificaNon sapevo bene, allora, che mio padre fosse (o sarebbe stato?) uno degli uomini più altruisti e generosi che avrei conosciuto nella mia vita da feuilleton.
Il medico-amico mi accoglie con calore. Lo ragguaglio sulle condizioni di salute del genitore, e gli faccio prescrivere delle analisi.
Caspita se sono legata al mio amico, che in effetti è più amico-medico che medico-amico. Sono l’ultima, così possiamo chiacchierare un po’ del più e del meno. Mi sorprende. Esco dallo studio, e mi sento più leggera.
Ho una mattinata di cose da sbrigare.
Quando sei adulta e vedi i tuoi invecchiare, fragili come foglioline di cristallo, vorresti essere diga, roccia, barriera potente per proteggerli, per difenderli dai dolori e dai dispiaceri che la vita, inevitabilmente, porta con sè.
Sono stata la pecora nera, quella dalla quale tutti si aspettavano mirabilia.
Quella che ha deluso tante e tante volte.
Ma l’amore, quello, non è mai, mai stato messo in discussione, e se oggi mi sorprendo ad abbracciare mio padre dicendogli che gli voglio bene è perchè desidero che si tolga dalla testa che io possa avercela ancora con lui per episodi che risalgono ad una vita fa.
L’amore non è mai stato in discussione. E quando lo stringo lui si commuove un po’, cercando di non darlo a vedere.
– Papà, ti voglio bene.
Non ho mai esternato i miei sentimenti, dandoli per scontati. Invece adesso, anzi da adesso, non perderò occasione per farlo.
La mattinata da maratoneta prevede anche una sosta in banca per sistemare alcuni problemi rimasti in sospeso.
L’impiegato bello fa il carino con me, discretamente. Non sono presuntuosa, nè mi sento chissà quale bellezza, ma gli uomini un po’ li conosco. Se volessi saprei come fare a lanciare messaggi subliminali.
Lui è un moro riccioluto sulla trentina e qualcosa. Non ha gli occhi verdi, ma è un dettaglio.
E’ che ho il senso dei miei limiti, oltre che del ridicolo, quindi continuo a dargli garbatamente del lei, come lui fa con me, e vado via stringendogli la mano.
Arrivederla.
Lui sorride.
– A presto, signora.
Mi basta sapere che non sono ancora un relitto umano. Mi basta questo.
E mi basta sapere che la gente mi percepisce come donna viva e pensante, e non come uno zombie.
Voglio mandare al diavolo il mio pessimismo da tragedia greca.
La vita è un ciclo di vicende varie che ha, ai suoi limiti estremi, un’alfa e un’omega.
Quello che c’è dentro è spazio libero da interpretare, spartito da leggere, abito da cucirsi addosso.

Genesis – Follow you follow me

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