L’esclusa

Dicevo: mi chiedo se si possa o si debba perdere sempre.
La frase era contestualizzata in un dialogo politico, ma applicandola a me, sarà una serie ininterrotta di congiunzioni astrali nefaste, sarà il mio carattere pessimista e rinunciatario, posso appropriarmene fino ad assimilarla nel dna.
Qualcuno mi insegnò a guardare a chi sta peggio.
E sia: è un fatto tristemente logico, ma da un po’ (da un bel po’) inizio ad osservare chi se la passa meglio, e tutto mi sembra profondamente ingiusto.
Ultimamente, laddove l’avverbio di tempo si riferisce a più di un decennio, non ho fatto che collezionare colpi bassi e delusioni di vario genere.
Fregature, voltafaccia vigliacchi, abbandoni inspiegabili e malattie, mie personali o dell’entourage familiare.
Credo che possa bastare, ma non dipende da me.
Io posso solo, molto controvoglia, decidere di tornare sotto i ferri sperando che tutto vada bene, ma non credendoci molto.
L’alternativa è camminare con i bastoni canadesi a vita.
Boh.
Non so decidere e non voglio che nessuno mi dia consigli.
In questi giorni sto riflettendo su molti aspetti della mia vita: su eventi passati e su questa sottospecie di futuro che mi si prospetta.
Il presente, l’unica dimensione temporale che abbia un senso, lo affronto con i guantoni da boxe, o semplicemente con uno scudo.
La mia vita reale non brilla, e non c’entra solo la salute.
Eppur mi muovo.
Qui, in questa dimensione aleatoria che tanto male m’ha fatto in passato, sono oramai uno zombie che passeggia ondeggiando, senza vedere.
Ho a cuore tutti voi, e presto (spero) tornerò all’interazione.
Sulla piattaforma tritacarne mi limito a pubblicare canzoni o sparuti commenti politici: ho persone care anche lì.
A volte mi imbatto in foto o musiche strazianti, ma basta cambiare pagina, così come si volta pagina nella vita.
Ho ancora un grosso nodo da sciogliere, ma non so come fare, perchè ogni mossa sarebbe sicuramente sbagliata.
Per chiudere i conti col mio passato, definitivamente, avrei bisogno di mettere un pezzo del puzzle, l’ultimo, al suo posto.
E non so come fare.
Ho dato il la, ho gettato l’amo: niente.
Sarà che viviamo anche per accettare il fatto che ciò in cui avevamo creduto di più fosse farlocco, o, ammessa e non concessa una natura sincera e in buona fede, che semplicemente dovesse finire così: come una parola detta a metà, o un finale rimasto sospeso.
Mentre riconsideriamo l’entità che ci parlava con voce suadente, guardando a lei ed a noi come vittime degli eventi che travolgono e rendono tutto innaturale.
Vi lascio una nota di colore d’autore.
Magari, se avrò momenti di voglia comunicativa impellente, mi fermerò nella dèpendance.
Un bacio a tutti. Nessuno escluso.
 Il dipinto è opera di Enzo De Giorgi.
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