L’amica privata

Due righe due su quello che io voglio sottolineare di un film, un bel film, che avranno recensito tutti, dalla casalinga di Voghera (perdonate il luogo comune) a Tullio Kezich, senonchè Kezich è morto tre mesi fa ed io ve lo dico prima di rimediare una figura di merda.

Al di là della regia, della trama, delle scene e bla bla, ci sono due uomini contrapposti: quello che rappresenta il male, bello e osannato, che muore da eroe, e l’altro, che per catturarlo  le tenta tutte e ci riesce solo quando anche lo spettatore del tipo epsilon si è rotto le balle e  paventa, o pregusta, l’ennesimo fallimento.

Se alla fine di ogni proiezione non ci fosse il malcostume di alzarsi di colpo come se le poltrone stessero andando a fuoco, ci si accorgerebbe delle scritte che passano sullo schermo, quelle che ti informano che lei morì di infarto dopo un’ora di tapis roulant, che lui si tirò un colpo in testa e che loro andarono a consumare un picnic su un prato.
Ho quasi ringhiato contro la coppia di deficienti che si è messa a fare uno show davanti ai miei occhi, mentre cercavo di leggere le scritte finali. E, deo gratias, sono riuscita a leggerle.

Non mi ero sbagliata: la caratterizzazione dei protagonisti era quella che avevo intuito. Non penso fosse il fulcro del film, ma di sicuro è ciò che ha colpito ed interessato me.
Peccato che i ruoli più rilevanti li attribuiscano sempre ai soliti noti.

Ottimi professionisti, per carità, ma “il mondo è più grande della nostre teste roteanti”.