tu m’insegni

Amori assoluti, amori relativi, amori purchessia.
Scampoli di stoffe polverose in vecchi scaffali di legno muffo.
Ecco cosa diventiamo: poveri stracci impolverati.
Tutti in fila, arrotolati su anime sottili e senza respiro, uno accanto all’altro.
Mettiamo via, a volte con rammarico, a volte senza grossi patemi.
Ci mettono via.
E siamo intercambiabili: il concetto di esclusività è roba da romanzi ottocenteschi d’appendice.
Tutto è talmente complicato da risultare grossolanamente semplice, desolatamente semplice.
Dipanata la matassa confusa dei pensieri sulla via della fine, ci accorgiamo dell’estrema, squallida povertà d’intenti, dei grandi gesti e delle parolecomepietre che avevamo conservato gelosamente nella teca dei ricordi più cari.
Poi il tempo, poi il pragmatismo acquisito sul campo ci mostrano i volti.
Le storie viste a ritroso con gli occhi aperti e la mente sgombra.
Amore è una parola abusata, forse più di tante parole.
Quel che ci lega gli uni agli altri è un periodo in cui abbiamo pensato, creduto, sperato.
Invece la vita gira la manovella senza il nostro permesso, e un bel giorno ci troviamo faccia a faccia con la consapevolezza di essere stati solo la piastrellina di un mosaico, e di aver riservato ad altri lo stesso trattamento.
Non ci sono vittime, non ci sono colpevoli, non ci sono buoni nè cattivi.
Solo individui che provano ad esorcizzare il pensiero incombente della caducità provando a raccontarsi tante storie.
In tutto ciò fa capolino una piccola certezza: quella di aver conosciuto piastrelline che accanto a noi sarebbero state bene a lungo.
Però, tu m’insegni, la vita è fatta per sbagliare.

America – Lonely People

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Stronza

Non sono una vittima.
Nella vita ho saputo approfittare del momento giusto per abbandonare la nave un attimo prima che affondasse.
Ci ho pensato stasera, dopo aver incontrato il mio primo, vero ex: roba di circa trent’anni fa.
Lui era innamorato, ma aveva la pessima abitudine di perdere il controllo.
Io credevo di essere innamorata, ed avevo un brutto carattere.
Parlando del più e del meno ha lasciato trapelare una notevole insoddisfazione per la sua vita lavorativa.
Ho perso tutti i treni giusti. I tre anni di università nei quali rimasi fermo mi impedirono di laurearmi in tempo, mentre i miei colleghi ce la fecero. Oggi R è vicepresidente dell’Eni (o dell’Enel?) per il centronord, e F è direttore generale di un’azienda francese.

I suoi amici e compagni di corso li ricordo: obiettivamente R era in gamba, mentre su F non avrei scommesso una sola gomma da masticare.
Ci salutiamo, e mentre mi allontano in bici mia sorella mi chiama “donna crudele”.
Sul serio, sei sempre stata insofferente. Non che non avessi i tuoi buoni motivi per mollarlo, ma quando decidi sei spietata e inamovibile.

Spietata e inamovibile. Una volta. Oggi ho imparato l’arte della pazienza ma non ho la materia prima, nè mi interessa darmi da fare per “procacciarmela”.
Treno per treno, nella vita succede di rimanere impalati alla stazione, magari sotto la pioggia. E di doversene tornare a casa a leccarsi le ferite.
Non mi sono sentita in colpa, davanti al mio ex: alla fine tutto va come deve. Nel bene e, soprattutto, nel male e nel peggio.

R.E.M. – E-Bow the letter

Stukas

Le  stampelle sono tornate alla casa del padre, cioè della madre: insomma, a casa mia.
Il genitore me le ha portate dal mare, dove giacevano inutilizzate dopo essere state prestate ad uno zio un paio di anni fa.
Sono ancora belle nuove: hanno anche i catarifrangenti: dovessi portarle per strada di sera non correrei il rischio di essere stirata da un’auto.
Avrete capito che l’anno, per me, è iniziato alla grande: cammino come House e mio figlio mi ha annunciato che vuole cambiare scuola.
Al quarto anno.
Poi ci sarebbe una miriade di preoccupazioni, e problemi tangibili: non c’è pace, tra gli ulivi.
Oggi, smanettando col cellulare nuovo che abbiamo regalato a nostro padre per Natale, mi sono accorta di un messaggio che mi sono affrettata ad inoltrare a me stessa, e poi ad un po’ di amici e blogger dei quali ho il numero di telefono.
Loro avranno pensato che io sia una degenerata o qualcosa di simile, ma sono rimasta basita per il fatto che mio padre avesse in memoria quel messaggio, mai aperto perchè lui usa il telefono solo per chiamare.
Siccome ha il numero che differisce da quello di mio fratello solo per la cifra finale, è probabile che qualche buontempone abbia sbagliato il destinatario.
Non riporto il testo del messaggio per non perdere quel po’ di faccia che mi è rimasta.
Nel pomeriggio son passata da mia sorella che, dopo MK, è detta “la precaria numero due”.
Parlare con Enrichicca mi diverte molto: è una bambina spiritosa e simpatica.
Prima mi ha mostrato i suoi quaderni pieni di dieci (zia, non ho nemmeno un nove), poi mi ha preso il cellulare per inviare al suo le mie “immagini belle”, visto che lei ne ha poche.
Ad un certo punto, mentre mi ero allontanata, sento che dice: “ma ti sei fidanzata?”.
No, perchè?
– Qui hai le foto di uno.
Le foto di uno??? Do uno sguardo e lo rivedo, dimenticato fra Betty Boop, ghirlande di foglie, tramonti ed alcune foto scattate l’anno scorso a Firenze.
Parte il terzo grado.
– Ma chi è, zia?
Era un amico.
– E non lo è più?
No.
– E perchè? Ci hai litigato?
Chicca, le cose cambiano, nella vita.
Mi guarda con gli occhietti laser, e continua, indefessa.
– Ma era di qui? (noto l’adozione immediata dell’imperfetto: la bambina è sveglia.).
No, ma tu dovresti ricordarlo. Gli hai parlato per telefono tante volte, e siccome eri piccola  lo chiamavi “Uca”.
Ride.
– Uca? Si chiamava Luca?
Già. Beh, hai finito di rivoltarmi il telefono? Prendi quello che ti serve e ridammelo, please.
In questo frangente la precaria numero due, che correggeva dei compiti, ha scosso la testa. Poi mi ha sussurrato: “ma ti piace continuare a farti del male? Distruggi quelle foto”.
Mah: è tutto quello che mi rimane, di lui, e non so se sarò capace di cancellarle.
Intanto se ne stanno mischiate al campanile di Giotto e alla Fortezza da Basso, a Betty Boop e alla farfalla luccicante che mi ha mandato Ilaria, la figlia di mio fratello.
La precaria si alza dal suo tavolo di dolore e mi mostra delle foto di Martina, la figlia più grande, quella che ha tredici anni ma ne dimostra tre di più.
E’ alta e bionda: sembra una nordica. Manco a farlo apposta rientra proprio allora.
Stavo ammirando le tue foto.
Sorride.
Potresti fare l’attrice. Una di quelle serie, che prima di approdare al cinema passano per teatri e teatri. Niente a che vedere con le veline, eh?
– Io voglio fare il medico, zia.
Beh, tuo nonno ne sarebbe felice, visto che nessuno di noi  ha seguito le sue orme.
– E Riccardo?
Se mi stai chiedendo cosa vuol fare da grande  ti prego di cambiare discorso, se vuoi sapere dov’è adesso, è a casa, a propiziare gli dei per la partitaccia di stasera.

Si è fatto tardi, devo tornare  per preparare la cena.
Saluto le mie scimmie adorate e la precaria, quindi mi infilo in auto, sollevando la gamba destra con le mani.
Mentre guido verso casa penso a quante cose sono cambiate, nella mia vita, e a come non sono cambiate affatto.
C’è solo quel sottile filo di angoscia che mi stringe la gola mentre  penso che il passar del tempo, sebbene inevitabile, è il nostro più acerrimo nemico. Cioè il mio.
Le bimbe sono diventate grandi, mio figlio a settembre diventa maggiorenne, “Uca” è rimasto nella memory card del mio telefonino, con quella espressione che lo fa assomigliare molto a Stefano Accorsi.

Meglio di Stefano Accorsi.
Io sono più vecchia di qualche anno, più stanca e più claudicante.
Vorrei fare l’ottimistona, ma non ho spunti.
La vita va avanti travolgendo tutto: avesse travolto anche me.