il vento

Cat Stevens e un impetuoso vento di scirocco, nuvolaglia all’orizzonte.
I capelli passano e ripassano davanti alle lenti scure.
Li scosto con le dita, inutilmente: il mare è agitato, istigato da questo spirare furibondo.
Cos’ha dentro un uomo?
Cos’ha, oltre le parole convenzionali e quello che permette agli altri di capire?
Chi ispira i suoi progetti e muove le azioni, chi consola i rimpianti che urlano, senza voce, in un angolo nascosto?
Chi si ferma ad ascoltare la stanchezza e a posare una mano, leggera, sui capelli spettinati?
Appartengo ad un’altra specie, io, e questo non consola.

Cat Stevens – Morning has broken

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a volte non so difendermi

  Non è che dieci minuti di zapping riescano a cambiare le cose.
In tv c’è l’uomo stucchevole che interpreta sempre il paparino buono ma molto sfigato: generalmente vedovo, o piantato in asso.
In certe storie non ci si riesce ad indentificare, nemmeno con un volo di fantasia degno del più spericolato acrobata mentale.
Poca roba, per il resto: storie di sparizioni e casi disperati, telegiornali sempre più inquietanti, varietà che fanno pena.
Oppure sono io che proprio non ingrano.
Sono andata a pescare in rete le interviste di un vecchio talk show, gustandone il delizioso anacronismo.
Le belle signore e la conduttrice mi hanno tenuto un po’ di compagnia, rammentandomi in silenzio che anch’io, una volta, credevo nelle loro teorie, nelle dritte e nei consigli malcelati.
Con gli stessi dubbi esistenziali e tanti, tanti punti di fragilità.
Oggi  son corsa via insieme alla pioggia: come l’acqua sporca dei rigagnoli lungo le strade.

Florence + The Machine – Lover to Lover (acoustic)

in fieri

Così, alle 4,30 del mattino mi è venuta voglia di urlare urbi et orbi che mi sono sentita stanca, esasperata, fiaccata da questa notte insonne stipata di paure e ricordi.
Soprattutto di paure.
Che sembrava stesse andando tutto bene, e forse tutto va ancora bene, ma che sono incauta, e lo sono sempre e a dispetto di tutto.
Che, caspita, so che un’anca artificiale, a meno che non si lussi, non fa male, ma che ho ripreso a sentire dolore, e ho tirato fuori la seconda stampella, messa via in un accesso (ed eccesso) di ottimismo, gasata dal fatto di essermi lasciata quest’ultimo anno da disabile alle spalle.
C’è che non siamo tutti uguali: c’è chi si lancia subito e senza contraccolpi (ingenuamente pensavo di aver ricevuto almeno questa grazia), e chi e’ costretto a mordere il freno ancora per un po’.
Ho voluto bruciare i tempi.
Io vorrei sempre bruciare i tempi, e dimostrare a me stessa (chè degli altri ormai poco mi importa) di essere roccia, guerriera e spadaccina.
Intanto scrivo a singhiozzo perchè soggiorno in un porto di mare, una specie di comune disordinata piena di giovani ciabattanti, teli appesi al dondolo, infradito spaiate, piastre per i capelli lasciate per terra in modo che io vi possa inciampare facilmente.
I miei genitori, anziani e in minoranza, soggiacciono alle intemperanze, a volte simpatiche, del nipotame.
Oggi mio figlio, a tavola, ha esordito così:
– E se vi dicessi che sono finocchio? Mi aspetto che mi dimostriate la vostra apertura mentale adesso.
I miei l’hanno guardato con aria perplessa, io sono scoppiata a ridere: quando ci si mette è figlio di sua madre, non c’è che dire.
E così agosto ha preso ad infilare i suoi giorni come foglie di alloro allo spiedo, alternate a pezzi di povera carne messa a rosolare sulla brace.
E’ andata? L’ho sfangata, finalmente? Mi sono liberata almeno di un pezzo di me che non andava al punto da avermi costretto per mesi all’isolamento forzato?
Beh, penso di sì.
Adesso aspetto.

Paolo Nutini – New shoes