Georgia

Mi son messa, quieta, a pensare l’alabastro dei ricordi sepolti: quando non ero ancora vinta dalle lotte cruente contro l’altra parte di me.
Un breve corridoio chiaro, sfumato nei colori di un’estate lontana: pensieri veloci come sempre, tanto da seguire il grecale senza avermi chiesto il permesso.
E andar su e giù come una trottola felice: su e giù, contro le difficoltà di un tempo avaro di gentilezze.
Son cresciuta così.
Dare piuttosto che avere.
Nè smancerie gratis, nè colpi di pugnale.
E adesso, se permettete, vado a giocare a “fiori, frutta e città”.

Le Orme – Amico di ieri

Ed io che credevo sarebbe finita in un altro modo

La massa amorfa di gente defluisce piano, e solo adesso riesco a mettere a fuoco persone e personaggi che si aggirano ancora per le strade. C’è il tipo che pedala su una strana bici-chopper che ha davanti una  targa triangolare su cui c’è scritto “Route 66”. E la coppia che sembra uscita da una commedia all’italiana degli anni ’60. Dov’erano, tutti, un mese fa?
Da qualche parte dovevano pur essere: ero io che non li vedevo, presa a difendermi dagli spintoni di chi taglia la strada senza riguardi.
A volte la folla mi fa paura: diciamo quasi sempre, per onestà intellettuale.
Settembre è arrivato senza clamori, scivolando sui fondi di bottiglia degli oli solari e le valigie degli ultimi vacanzieri agostani: generalmente i meno disciplinati.
E’ un mese che amo molto, anche se porta con sè odore di chiusure e di bilanci; anche di buoni propositi, come fosse la fine dell’anno. Forse, a pensarci bene, amo settembre proprio per questo.
La luce diventa obliqua e luminosa in maniera quasi struggente, mentre accarezza le teste dei bimbi e i secchielli sul punto di essere riposti per l’anno venturo.
Da quanto tempo ho smesso di essere bimba?
Ho ricordi nitidi e lontani: una tenda di cotone blu che veniva quasi risucchiata dal vento, e il suo rumore secco contro la persiana che riparava la mia controra insonne dai raggi del sole.
Mia nonna che mi marcava a uomo, e che  inevitabilmente  finiva per cedere al sonno, celebrando suo malgrado la mia ennesima vittoria.
Ricordo le  prime piogge e la caccia alle lumache, gli arcobaleni immensi che univano il mare e le colline, dalla parte opposta. Il mio prendisole giallo chiaro con il sole davanti e la luna dietro, il caschetto con la frangia che tenevo da un lato con i “ferrettini” colorati.
Il tempo che passa mi sgomenta: giorno dopo giorno ci porta via a noi stessi, provando a disperderci nell’aria immota come vecchie diapositive sbiadite.
Non c’è scelta: soccombere a ciò che non si può evitare, o diventarne parte.

Pink Floyd – If