spine

  Che cosa c’è, dopo questa vita?
Ultimamente me lo chiedo spesso, anche se sono orientata a credere che questo nostro passare per tante vicende sia solo un ciclo biologico come altri.
Desiderare la fine di tutto è umanissimo, anche se non esattamente comune, ma c’è sempre la paura di un ripensamento in extremis: e se domani tutto cambiasse?
O se cambiasse abbastanza da rendere ogni nuovo sorgere del sole meno penoso e soggettivamente inutile?
Negli ultimi mesi c’è stato un aumento esponenziale di suicidi: credo un po’ dappertutto, sicuramente dove vivo io.
Che la colpa sia imputabile alla batosta economica è parzialmente credibile: c’è chi si trova quasi improvvisamente di fronte ad un muro impossibile da scavalcare, e cede.
Però, pensandoci, i muri che ci sbarrano la strada sono innumerevoli, e di ogni genere.
Bisognerebbe essere naturalmente dotati di spalle larghe, peli nello stomaco e spirito fortemente cinico: diversamente se ne esce con estrema difficoltà.
E’ vero, sono scettica e relativista, e affidarmi ad un Qualcuno che non vedo e non tocco mi riesce molto difficile.
E’ anche vero che da tempo ho smesso di credere nella buona fede degli altri, salvo poche, felici eccezioni, e ciò mi rende ancora più penoso il campare.
Nel buio e nel silenzio della notte mi chiedo spesso cosa possa essere, alla fine, un salto nel vuoto.
Me lo chiedo e non ho risposte, perchè chi è già saltato non può tornare e raccontare l’esperienza.
Fede anche in questo?
Bisogna avere fede anche nel modo in cui si decide di accomiatarsi (sì, sì, con una sola emme) da questa bella favola, più che altro millantata?
Non so.
La gente intorno a me si muove per conto suo, organizzata in cerchi concentrici che fatalmente si allontanano, fino a fluttuare in lontananza come le onde estreme in uno specchio d’acqua colpito da un sasso.
Talvolta ho la strana sensazione che il sasso sia io.

Pearl Jam – Crown of thorns

A volte ritorno…

…ed entro in punta di piedi, come se questa non fosse casa mia.
A furia di traslocare  finirò per perdere le chiavi, e allora sparirò per sempre con tutta la mia zavorra.
Tanto, si sa, scrivere è come parlare al terapeuta, o farsi una scopata:
lascia esattamente il tempo che trova.
Ti regala una sensazione di benessere solo finchè dura, e in genere dura poco.
E dura poco perchè è così per definizione e dato di fatto.
Ieri sono stata da Feltrinelli. Ho comprato “Spinoza”, che era nei programmi, e un volumetto che mi ha strizzato l’occhio dallo scaffale: “Perchè siamo infelici”, scritto da una manica di psichiatri. Ma non c’è risposta, lo so, così come non c’è vera infelicità.
Si muove dondolando, intorno, un limbo ovattato che non lascia passare l’aria, e a volte nemmeno la luce.
Ma ci si abitua, al limbo. Come ai dolori articolari e a quelli inflitti dagli amori ingiusti.
Oggi ho letto un saggio breve di mio figlio, e ho notato che non mette i puntini sulle i, in un periodo della sua vita in cui non è più ma non è ancora.
Spero gli tocchi una sorte migliore. E una vita con pochi perchè.

Who – Baba O’ Riley