la specialista

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Pensavo di essere diventata specialista in buoni propositi rimasti tali, ed è andata così per anni.

Ho provato di recente a stabilire nessi e contatti, ma mi son ritrovata a parlare a me stessa, e nemmeno tanto, perché parlare da soli è noioso.

Ieri ho chiuso un altro capitolo della mia vita, ma sono stata invitata a farlo perché non sto a certe regole che mi sono state presentate da un giorno all’altro: o così, o ciao.

 

Stasera sono stata fuori con amiche, e ho provato a pensare a quello che verrà.

Perché stavolta devo mettercela tutta: non ho più occasioni e tempo da sprecare.

Fuori una luna nitida e lontana: come quel pezzo di cuore che è andato a finire chissà dove: magari con tutti gli altri pezzi accatastati in un anfratto di me, nel corso degli anni.

Intanto tiro su un’altra fila di mattoni: bene che vada, a buttarli giù ci metterò niente.

Steven Wilson – Routine

titolo: tanti, ma davvero tanti auguri

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Il colpo in canna rimane conservato nella speranza di non doverlo sparare mai, ma le feste stracomandate incombono.
Penso che il Natale dovrebbe essere roba per bambini, e basta.
Noi dovremmo poterci concedere la possibilità di dissociarci, di volare in Nuova Guinea, al peggio di chiuderci in casa dopo averla fatta insonorizzare.
Eppure non ci si può sottrarre, anzi ci si sottopone, in misura variabile, a rituali sempre più moderni, sempre più idioti, che ci vedono sfilare come pecore non senzienti per ricevere, ancora una volta, il marchio di coglione sulla pelle.
Sopporto ancora queste giornate perchè ho la fortuna di due anziani genitori che, come cinquant’anni fa, continuano a radunare le propaggini attorno al tavolo grande, in soggiorno, con la sempiterna tovaglia di fiandra bianca, il centrotavola in tema e i piatti, i calici e la posateria che ricevettero in dono quando si sposarono.
Per non parlare del pranzo, sempre quello dacchè io abbia memoria di essere stata creatura pensante.
E, cretemi, non sto sputando veleno, non sto dicendo male delle mie radici.
No e no.
Ad un certo punto della vita dovremmo capire che le favole non esistono, che i bimbi non cercano più le calze e i doni sotto l’albero e che, semplicemente, tutto cambia nonostante noi e la nostra assurda pervicacia a rimanere ancorati ad un sacco-zavorra pieno di ciò che non sarà mai più.
Siamo cresciuti.
I piccoli di ieri son gente attempatella con figli la cui età va dal tempo delle turbe adolescenziali a quello di nuovi, e si spera diversi, progetti di vita.
Per quanto riguarda me, vorrei trascorrere del tempo con i miei, magari chiacchierando davanti al camino.
Senza tavole imbandite, tortellini fatti a mano e dolci tipici che mi immalinconiscono ogni anno di più.
Mio figlio pare sconcertato dalle mie abiure continue, ma io non so recitare, quindi recito male.
A volte penso che sia lui la diretta emanazione dei miei genitori, e non io, spuria e anomala da sempre.
E, non so se purtroppo o per fortuna, questo senso di straniamento si fa ogni anno più lacerante ed insopportabile, perchè, davvero, non ho bisogno di perpetuare riti ormai inutili per esorcizzare il pensiero della morte.
Serbo in me quanto basta, e, credetemi, non è poco.
Alla mia età ho sovvertito le scale di valori, e le priorità.
Non ho tolto niente ad alcuno. Anzi.
Vorrei solo riuscire a farmi comprendere, quando ho bisogno di urlare e rovesciare tavolate perchè non sarà una liturgia, un cartellino timbrato per abitudine a siglare il nostro amore, che è sempre presente, nonostante tutto.
C’è qualcosa di pateticamente grottesco nei volti dei bimbi invecchiati, composti attorno al desco del giorno di festa, e ai bimbi dei bimbi invecchiati, ormai giovani donne e uomini proiettati verso il domani.
Lo so, questo fotogramma ha una sua suggestività, ed un senso profondo, ma io ne soffro ogni volta, e non è bello nè giusto.
Se fossi certa di non turbare animi ed atmosfere chiederei la grazia di potermene stare da sola.
A pensare, ad evitare di pensare, a coltivare i ricordi o a fare tutto ciò che è in mio potere per cancellarli.
Magari a passare la giornata ad Alberobello, a guardare i trulli.
So che non sarà così: le lugubri voci delle cassandre vaticinano eventi nefasti ai quali nessuno può sottrarsi.
Nemmeno io, che, ancora ed ancora, sorriderò alla bisogna e mi accomoderò composta attorno al centro del mio mondo vestita come una profuga, come quasi sempre.
E, alzando il calice di cristallo del 1955, augurerò buon natale alle persone che più amo al mondo, sapendo che, non so come, qualcuno ci ha fregati tutti.
A voi auguro solo serenità e pace, soprattutto con voi stessi: le leggende non abitano più qui e, in ogni caso, non sono mai esistite.

Ramones – Poison Heart

tanti auguri: save the habit

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Sussurrato come una runa celtica, ciclico come l’alfa, l’omega e poi di nuovo l’alfa, implacabile come una valanga di neve, ed una di ricordi.

Signore e Signori, il Natale è qui.

Nel mio fardello tante luci colorate, e le ghirlande che mettevamo intorno al collo come stole.

Le palline che andavano in frantumi (un’ecatombe ogni anno) e i doni il sei gennaio.

Se non ricordo male a me toccava la poltrona verde scuro davanti alla vetrata della veranda.

La gemella, quella accanto alla porta del soggiorno, era di mio fratello.

Stavamo aspettando che arrivasse la piccola, perché le fosse assegnato il divano centrale.

Poi altre epoche, altri evi.

Natale con i tuoi e con chi vuoi.

Va bene il tortellino fatto dalla mamma, ma vuoi mettere il “saltacavallo” con il ragazzo che ti guardava di sottecchi?

La vita rotola, ti arrotola, si arrotola e porta via con sé quelle calze della befana così strane e divertenti, “la storia infinita”a fronte di ciò che stava finendo senza che noi lo sapessimo.

E poi, poi…

I giorni di festa con le luci fra i rami del gelsomino, due manine piene di muschio, due manine che battevano, festose, davanti ai pacchetti infiocchettati sotto l’albero.

Ho ancora un cielo supplementare, io.

Un cielo stellato che non ha più luce, ma tante tristi pecorelle rovesciate su se stesse.

Il disarmo, la fine di un mondo.

La madre di tutte le sconfitte personali.

Ricordare è tutto quel che rimane, a volte, ma mi sorprendo a pensare che dovrebbero proibirlo per legge, se fosse possibile.

Ogni anno prometto a me stessa di non formulare auguri specifici, tanto ciò che deve accadere accadrà, anche senza il nostro apporto.

Eppure alla fine due righe mi scappano, fuoriuscendo motu proprio: esplodono come colpi tenuti in canna.

Conservate pure i ricordi, se non vi fanno star male, ma non aggrappatevi ad essi perché spesso non sono una ciambella di salvataggio, bensì la pietra legata al collo che vi porterà giù, in fondo al mare.

Aprite le finestre ed inspirate l’aria fredda e pungente.

Lasciate che il crepitìo dei bronchi vi canti la sua canzone, che è liberazione ed apertura.

Risintonizzatevi con la vostra essenza e provate a guardare oltre l’orizzonte: colmate l’assenza perché voi ne siete parte, in uno strano, lento fluire che continuerà per sempre.

Da un po’ ho una sola certezza assoluta: che mi manco, e che mi sono mancata a lungo.

Adesso vado a riprendere me stessa, incagliata fra un ramo di abete ecologico e il desiderio di un addobbo mai comprato perché “non ci sarebbe stata più una famiglia”, e nemmeno una coppia di persone innamorate.

Se mi ritrovo vi mando una cartolina.

Queen – Thanks God, it’s Christmas

my dear Santa

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Caro Babbo Natale,
dato il freddo, inusuale di questi tempi, la mia letterina non è esattamente “fuori stagione”.
Una settimana fa in casa avevo 30 gradi: adesso ce ne sono 22.
Non che la cosa mi turbi più di tanto: mentre quasi tutti gli altri (figliolo compreso) sono al mare, io mi godo la mia pace ed i miei spazi con i due piccoli quadrupedi, discreti e silenziosi, che mi fanno compagnia e mi vogliono bene.
S O L A, perchè la libertà è condizione irrinunciabile.
Tutti abbiamo bisogno degli altri, but don’t trespass my borders, please.
Una letterina a Santa prevede necessariamente una richiesta?
A me non piace bussare, e non certo per orgoglio, ma una cosa voglio chiederla.
Fa’ che io riesca a conservare sempre, cioè per quel che mi resta, la voglia e la capacità di salvaguardare i miei spazi sacrosanti, troppo a lungo mortificati ed immolati su un altare che avevo eretto da sola, al tempo in cui ero convinta di aver meritato tutto il male che mi era piovuto addosso.
Oggi sono un’altra, caro Santa.
Oggi ho a cuore me stessa.

Fredo Viola feat. Nils Christian Fossdal – Silent Night

un altro anno nuovo

Calendario-2013-logo

Un giorno come tanti.
Si ha un bel dirlo.
Non che non lo sia, ma quell’impercettibile tic della lancetta segna il tramonto di un’idea, l’affacciarsi incerto di una speranza, il sempiterno rimescolìo nel calderone confuso dei ricordi.
Consapevoli, sempre, che trombette e lingue di Menelik servono solo a provare a sbeffeggiare quel pensiero nero piombo che occhieggia, maligno, fra una canzone un po’ sguaiata e un’abbuffata di dolci.
Io non festeggio.
Non mi dolgo ma non mi butto nella mischia con indosso la maschera delle occasioni speciali.
Poche ore fa ho visto un cane tremare in un un negozio: vi si era rifugiato a causa del primo, improvvido boato.
Qualcuno tentava di spingerlo fuori con pedate di media entità.
Una ragazza ed io siamo intervenute, bloccando l’infraumano all’istante come una stalagmìte di ghiaccio; infine un tizio del personale ha accompagnato la bestiola fuori con gentilezza.
Sono uscita con il mio sacchetto: il cagnone color miele non c’era più.
Non possiamo proteggere chi amiamo tanto quanto non possiamo difendere creature deboli, povere, fragili.
Abbiamo solo la straordinaria facoltà di chiuderci in noi stessi per celebrare le nostre buone intenzioni che ci fanno sentire giusti e implacabili, all’occorrenza.
Già: all’occorrenza.
Ho trascorso tanti momenti come questo, e non mi è rimasto più nemmeno un briciolo di meraviglia.
Anche oggi, anche adesso che sto per accingermi a percorrere un ponte al cui estremo dovrebbe stare ad aspettarmi la mia fetta di felicità.
Io non festeggio e mi tengo stretta la mia cappa di disincanto.
Chi mi ama mi segua, oppure provi solo a capire.
A comprendere che ognuno è frutto e figlio della sua vita e di ciò che l’ha attraversata.
Buon Anno Nuovo, dunque.
Che la ruota riprenda un altro giro: a conti fatti, nessuno se ne accorgerà.

Tom Waits – Grapefruit Moon

be free

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Amo le grandi città con una storia, e tante piccole storie che confluiscono in un’anima gigantesca, accogliente, protettiva.
Amo le grandi città che accolgono anche la tua, di storia, ma senza giudizi e considerazioni fuori luogo, dove il solo luogo possibile è  quello in cui ti muovi responsabilmente.
Serenamente.
L’unico augurio, da parte mia, è che tu possa avere una tua dimensione, personalissima, nella quale respirare il profumo migliore.
Che sia natale, chanukkah, hanukkah, vesak o ramadan, oppure pasqua, thanksgiving day o immacolata concezione.
Che non sia niente di tutto ciò e continui a credere solo in te stesso, possa tu conservare sempre, intatto, l’anelito alla tua libertà.
Auguri.

Jethro Tull – Bourée (Christmas Version)

la disabitudine alla felicità

La tv in sottofondo mi disturba: ostacola il fluire già lento dei pensieri.
L’argomento dibattuto è interessante, ma preferirei concentrarmi sui flussi interrotti che cerco inutilmente di legare gli uni agli altri.
Così abbasso il volume, visto che lo schermo illuminato rimanda le immagini di donne e uomini che riescono  a farmi sentire in colpa per via di certe vecchie storie mai risolte.
Oggi pensavo alla gattina trovata ieri per strada: denutrita e affamata fino a piangere, ma pronta a seguire una mano che le si tendeva all’improvviso.
Fiduciosa nell’abbandono cieco: qualunque epilogo sarebbe stato meglio di quei morsi allo stomaco che la facevano miagolare disperata.
Abbandonarsi a chi è altro-da noi è così difficile?
Considerare che la felicità, premesso che del termine si fa largo abuso, sia qualcosa di molto distante è la regola aurea che domina le nostre giornate di formiche convulse che girano intorno a se stesse?
Qualche giorno fa percorrevo a passo alto Via della Repubblica: come ogni due settimane.
Stesse tappe visitate di sfuggita, stessi, malinconici nani  sorridenti dietro la vetrina di un negozio di articoli per giardinaggio, stesse farmacie: una ogni cinquanta metri, a spanne.
Camminavo come sempre, con un occhio alle scarpe strane e coloratissime del bugigattolo che vorrei fotografare, e l’altro a sbirciare le facce della gente che si incontra nel primo pomeriggio, in una città grande e sufficientemente caotica.
Giovani uomini vestiti da impiegati, con la valigetta in mano, ragazze filiformi e casual, postina a tracolla, capelli legati a caso, ipod.
Qualcuno in bici, occhiali scuri contro il sole.
Pezzi di umanità varia che si incontrano senza riconoscersi, nonostante si annaspi tutti nello stesso mare sporco di incertezze e paura, perchè le soddisfazioni scemano, e la psicosi dei tempi che verranno comincia a mordere nel punto più vulnerabile e nevralgico.
Eppure sorridere dovrebbe essere facile: anche per me, che ho calato sul viso la maschera del cruccio fatto persona.
E se, al di là di ogni ragionevole preoccupazione, avessimo perso l’attitudine alla felicità?
Se ci fossimo impantanati nelle nostre convinzioni più sbagliate, certi di non meritare altro?
Guardo la micia dormire, col suo collarino rosso: lei si è fidata di me.
Una volta avevo un intuito, vagamente animalesco, che mi preservava da brutti incontri e delusioni annunciate.
Poi son diventata diffidente e maldisposta per partito preso, magari sbagliando.
La fiducia incondizionata è un’arma a doppio taglio, ma chiudersi al mondo è morire anzitempo.
Forse faticherò ancora a credere alle mani che mi si tenderanno, o forse no.
Tutto si dipana e diventa più semplice quando incominciamo a credere veramente in noi stessi, ad amarci per quello che siamo, a perdonarci e ad essere più indulgenti verso i nostri limiti.
Il resto, se viene, viene dopo.
Questa, e solo questa, può essere la nostra resurrezione.
Il riscatto e la ripresa delle redini perdute.
Spero di rimanere ancorata a questi quieti pensieri di una notte di primavera illuminata dalla luna.
Spero che anche per voi sia facile la riconnessione con la parte più autentica: quella che sonnecchia, dimenticata.
Intanto vi rotolino incontro freschi e affettuosi  auguri  di rinascita da me e da Silva Sheva Vincenza: quattro fragili zampette tese  verso il futuro.

Nirvana – You Know You’re Right