digestioni difficili

lupa

Di parole gratuite e cattive, ormai lontane.
Di bizzarri e incomprensibili triangoli, e figure geometriche varie di “amici” con un denominatore comune.
Pausa sonno: il sogno non lo ricordo, ma la malvagità della buonanotte sì.
Ed io sono a casa come un’idiota a chiedermi se è almeno statisticamente possibile che a sbagliare sia sempre io.
Certo, a crederlo o a fingerlo soltanto sono un bel gruppo, molto affiatato.
Detto ciò, a mezzogiorno di un sabato spazzato dal vento, e che vento, buon divertimento ai patiti del finesettimana, a quelli rimasti in città a tramare contro il nemico di turno, sempre lo stesso, e al nemico di turno, in pianta stabile, “che a questa realtà preferisce la follia”.
Divertitevi, brindate, moltiplicatevi.
Io vi amo tutti lo stesso.

Nick Cave & The Bad Seeds. Into My Arms

Annunci

cani

cane-bn

yawn

Volevamo stupirti con i soliti effetti speciali, quelli che piacciono tanto ai cuori teneri, e ci siamo riusciti.

Non c’è stato bisogno di grande inventiva, e nemmeno di uno sforzo eccessivo di volontà.

Piccolo cane rintanato nella tua cuccia, con la sindrome che ti fa aver paura degli altri e a volte perfino di te stesso, se ti accorgi dell’ombra che proietti sui  muri…

Piccolo cane, infierire sarebbe un eccesso: fai tanta pena.

 

Sono un cane di taglia medio/piccola, lo scarto di una cucciolata praticamente perfetta.

Forse non ho nemmeno un buon carattere, perché ringhio; ma ringhio quando ho paura.

Mi hanno dato via: non sarei stato ammesso a gare e competizioni.

In fondo non mi è andata tanto male; ho una cuccia, è vero, ed è impossibile che mi facciano entrare in casa, ma il verde intorno a me è immenso, e quando c’è il sole avrei tanta voglia di correre e rotolarmi e sporcarmi.

Ma non posso, perché al collo ho un anello di cuoio, e all’anello di cuoio è agganciata una catena che è legata a un paletto di ferro a due metri da casa mia.

 

“Sindrome da canile”, hanno detto, ma l’unico canile che abbia mai visto è questa casetta 2×2, e la pedana di legno davanti.

I padroni vanno, vengono, mi guardano appena.

Ai miei pasti ci pensa la domestica, che ha paura e spinge la ciotola con la scopa.

Poi corre via, come se potessi liberarmi e azzannarle i polpacci robusti insaccati in una calzamaglia di un colore veramente brutto.

Anche gli amici dei padroni non sono simpatici.

“Perché l’avete preso?”, ha detto un giorno il papà di Luca. “Non rispetta i parametri, perché l’avete preso?”.

Il mio padrone gli ha risposto che l’allevatore é un suo caro e vecchio amico, e non poteva essere scortese con lui.

Ma che ne sa lui dell’amicizia?

Si chiama “abbozzare per via di un grosso favore ricevuto”, e loro credono che io non sia capace di pensare, perché sono un cane, ma io penso, rifletto e potrei mordere, se volessi.

Magari un giorno lo farò. Approfitterò del momento in cui mi toglieranno la catena per portarmi dal dottore ed io correrò all’impazzata, correrò e morderò chiunque provi a sbarrarmi il passo.

I padroni mi hanno ingannato, preso solo perché non potevano rifiutarmi.

Mi avrebbero dato via volentieri, ma l’allevatore se la sarebbe presa.

E il papà di Luca, l’unico che si sarebbe potuto occupare di me, non ci ha pensato nemmeno per scherzo.

Loro collezionano cani di razza. Di razza pura, eh?

Gare, mostre, coppe e medaglie.

Io sono solo un po’ più basso, e ho la testa appena diversa.

E non è stata colpa mia.

Però Luca mi vuole bene, e quando è con i suoi viene alla cuccia, ai confini del parco, e mi accarezza.

E mi parla, sussurrandomi parole che mi fanno piangere di dolore e di gioia.

“Piccolino, vorrei tanto portarti con me, ma i miei non ne vogliono sapere. Ci ho litigato un sacco di volte, ma non c’è verso. Sai, io conosco la tua storia, da quando ti lasciarono con la tua mamma e i fratellini fino allo svezzamento. Qualcuno disse che non eri perfetto, e l’allevatore rispose che non potevano farti morire solo per questo, ma che lui non sapeva che farne di te, dopotutto.”

Lo guardo negli occhi.

“Luca, io ricordo le persone che son venute a vedermi, le carezze e i “mi dispiace, non c’è spazio”, “nostra figlia ha il terrore dei cani”, “lo prenderei, ma sono sempre fuori e questi esserini hanno bisogno di compagnia”. Poi la telefonata al signore che abita nella villa dall’altra parte del parco, e l’allevatore che si avvicina a me, mi guarda con una faccia strana e dice che mi ha piazzato a un amico che non poteva rifiutarmi”.

Rifiutare è una brutta parola, Luca. Son rifiuti le bucce di banana e le bottiglie di plastica schiacciate.

Io vivo, penso e soffro. A volte sono felice: quando c’è il sole e quando vieni da me, e mi porti carezze e biscotti.

E non li spingi con la scopa perchè mi vuoi bene e non hai paura.

“Luca”, gridano di là, “stiamo andando via. Vuoi smetterla di stare addosso a quella bestia?”

Volevate stupirmi con effetti speciali, fontane illuminate e distese d’erba infinite.

Un giorno io approfitterò del momento giusto, o spezzerò questa catena.

Un giorno.

 

 

nella torre dei mille gatti…

ash

Vi supplico, stelline pelose: non seguitemi, non guardatemi, anzi avvicinatevi a me con istinti aggressivi.

Soffiatemi contro, inarcate il dorso e manifestatemi la vostra più assoluta ostilità.

Siate odiosi. Graffiatemi.

No, perché in cortile, fra altri quadrupedi felini, girano Ash e Rocco, entrambi tanto dolci e tanto magri.

Io li rifocillo, e mi sento una mamma adottiva a distanza, ma odio le distanze, e se non vivessi in un appartamento, seppur comodo e dotato di vasti balconi-veranda, me li porterei su molto, molto volentieri, insieme alla micia siamese che, nella casa al mare, ha partorito un piccolino tutto scuro.

Peccato che, accortasi dell’involontaria violazione del nascondiglio, se ne sia andata chissà dove col suo piccolo.

Giusto ieri mia madre, che ama i gatti ma “non in casa”, l’aveva battezzata Veronica.

Insomma, che Veronica torni con suo figlio o che sia andata in cerca di un posto migliore, Ash e Rocco li vorrei qui, a casa mia: e sarebbero dieci.

Mi rendo conto che qualcuno mi guarda come se fossi una strana persona, se non un’aliena.

Si dà il fatto, però, che io abbia finalmente realizzato di essere quella che sono e non un’altra, magari conforme ai dettami di una società che, forse, ci vorrebbe tutti omologati.

L’unico al quale non vorrei creare mai imbarazzo è mio figlio, ma anche lui ha capito che sono fatta così: non così male, dopotutto.

E dire che tutto incominciò per caso tre anni fa, quando una micina secca mi seguì fino a casa.

La accolsi volentieri, e quello fu l’inizio di un imprevedibile (ed imprevisto) innamoramento che perdura e che, anzi, va intensificandosi in maniera preoccupante.

So bene che non è affatto razionale, ma vorrei prendere altri trovatelli in casa partendo dai due giovanotti che bazzicano il cortile.

Che qualcuno sappia, è una malattia?

Mia madre non ha dubbi.

David Bowie – Cat People