guardami dentro gli occhi

cinema

Siamo entrati in una delle raffigurazioni dei tempi cambiati, un multisala.

Stesso numero, posti vicini.

Eppure abbiamo visto film diversi.

E ognuno continua a raccontare la sua trama, quella che ha inteso, o capito di intendere.

Forse nella ciotola dei nachos c’erano funghi strani.

Il pensiero devia per un attimo e si riavvolge, pellicola amorevolmente obsoleta, e il proiettore rimanda l’immagine dei vecchi cinema di città, quelli con le poltrone di velluto frusto e la tappezzeria a fasce verticali ormai stinte.

Cinema destinati all’essai, alle coppie brizzolate e occhialute della domenica sera, figli altrove e qualcosa di cui parlare.

Calda sensazione di déjà vu in realtà poco vissuto: poco e male;

perché non si può andare dritti al centro nevralgico di ogni sentimento o sensazione che continuano a riproporsi travestiti da simboli onirici.

Quando la misura è colma si deve (odio il verbo dovere) dire basta, e andare a capo, laddove il capo può essere il risveglio in un altro letto, l’Arno che si muove sotto Ponte Vecchio, un buco di casa nel verde in Valle d’Itria.

Un’altra persona nei cui occhi puntare lo sguardo, certi di dire addio, o almeno arrivederci, alle mortificazioni, ai consigli fuori luogo, alla fiducia mal riposta.

Il male offerto si nutre di male ricevuto, e non c’è scampo, in nessun modo.

Quindi, baby, tornando al multisala con le luci imbarazzanti e assodato che abbiamo assistito a proiezioni diverse, ci salutiamo all’uscita o giochiamo a Kill Bill?

Massive Attack ft. Hope Sandoval – The Spoils

 

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baratti

mm

Certe persone non sono quel che avevi pensato.

Sorrisi e modi gentili possono non voler dire nulla.

Possono non voler promettere niente, laddove una promessa non è un cappio al collo.

Non c’è amore, non c’è storia senza il senso della condivisione di qualcosa, o di qualcuno.

Amore che può cambiare aspetto ma continuare a sussistere grazie all’idea del o dei qualcuno in comune.

Poi ci sono le eccezioni, ma nessuno ci ha mai assicurato che non esistessero persone senza cuore, ciniche, alterate.

Cattive.

Persone che hanno barattato l’affetto più importante della vita con una sottospecie di surrogato fatto di situazioni varie ed eventuali.

Io non sarò normale, anzi di sicuro non lo sono, e nemmeno mi importa, ma sono attenta al valore e al peso dei sentimenti.

E se mi accorgo che sto sbagliando, perchè accade, e pure spesso, mi allontano, ferita dall’aver ormai assimilato l’idea che la correttezza non paga quasi mai, e che ci sono uomini, meglio maschi, che andrebbero confinati in un recinto di filo spinato.

Pearl Jam – Black

La foto è di Marlie Morante e la trovate su Luz de Aurora Tumblr

guerre

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Non so perchè, di preciso, ma mi sento sconfitta.
E frustrata e abbattuta e triste.
Come volete si sentano gli sconfitti? Al settimo cielo? Vorreste vederli saltare di gioia, stappare bottiglie e liberare centinaia di palloncini colorati in aria?
No, Vostro Onore.
Non ho mai preteso, se non da me stessa.
Pretendere è un verbo che mi piace poco.
E non ho mai obbligato nessuno, se non me stessa.
Anche obbligare è verbo detestabile.
Ammetto di avere qualche problema che mi porta ad essere una rompicoglioni a livelli esponenziali, così come ammetto di non avere la giusta elasticità mentale per capire certe situazioni della vita, o per collocare ogni persona o fatto al suo posto.
Ecco, qui mi confondo, e forse, forse, potrei dare l’impressione di avanzare pretese, ma non è così.
Bisognerebbe avere la capacità di entare in certe menti, organizzare delle fantascientifiche visite guidate per capire quello che, allo stato attuale delle cose, non si capirà mai.
Gli sconfitti, in genere, provano ad eclissarsi, ad uscire di scena in silenzio.
Vorrebbero tornare indietro per arrendersi e godere delle grazie del vincitore; sì, presi dallo sconforto della solitudine più opaca sarebbero disposti a mendicare clemenza, pur di avere anche solo l’illusione di una boccata d’aria.
Vorrebbero; tornano e ritornano col pensiero alle origini della guerra e ammettono, eccome, di aver avuto delle colpe. Anzi, addirittura, di aver scatenato la guerra stessa.
Ma solo per l’endemica incapacità di gestire situazioni che ne richiamano alla mente altre passate.
E questo non lo capiscono, gli altri, e se lo capiscono non possono caricare sulle proprie spalle anche il peso di questi miseri guerrafondai che, alla fine, son solo in guerra contro se stessi.
Un pizzico di clemenza, uno di concessiva magnanimità: forse anche un tot di sincera benevolenza, perchè chi si scaglia contro l’altro, armato di spada e scudo di carta, non può essere considerato un pericolo reale.
E quindi, Vostro Onore, la sconfitta diventa armistizio.
E ogni armistizio, si sa, contempla veti e condizioni.

David Bowie – Wild Is The Wind

La foto è di Marlie Morante e la trovate su Luz de Aurora Tumblr

una parola al giorno

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Parti con un’idea che ti era sembrata buona, ma che perdi strada facendo perché le distrazioni maledette sono sempre acquattate ovunque.
Avrei voluto vomitare parole a raffica in uno stream of consciousness catartico, liberatorio.
Le parole erano spillate in mente come ali di una povera farfalla moribonda, ma dev’essersi alzato un vento impetuoso che ha portato via polistirolo e farfalle.
Chi si aspetta, da parte mia, una solenne ammissione di colpe varie ed eventuali rimarrà deluso.
Ancorchè impulsiva e cocciuta non ho perso il lume della ragione e, con esso, la capacità di cogliere certe sfumature, certi toni, perfino certe pause sapienti.
Non mi sono mai nascosta o negata al confronto, quando e se necessario: peccato che certi confronti siano del tutto pleonastici.
Io ho le mie convinzioni, voi le vostre.
Cambiare idea è salutare ma non obbligatorio, soprattutto se quella vocina flebile che abbiamo dentro ci esorta ad ascoltarla, offesa per essere stata ignorata troppo a lungo.
Non so voi, ma io ho bisogno di “vederci chiaro” sempre, anche quando le circostanze esterne, tutte, remano contro.
Se mi fidassi ciecamente mi sentirei una povera idiota, e questo non riesco a sopportarlo.
Chiedo venia per l’assenza di toni lirici e parole gravide di sentimento: queste parti di me sono andate in ferie.
Magari andateci anche voi, ma abbiate cura di ridurre al necessario le funzioni cerebrali: io lo faccio spesso, e mi giova.

Traffic – John Barleycorn Must Die

La foto è di Marlie Morante, Luz de Aurora Photography

coordinate

donna biata

Potrei essere in errore io, ma è statisticamente possibile esserlo sempre?

Se le brutte esperienze lasciano solchi tortuosi come viottoli di montagna c’è veramente poco da fare.

Lavorare su se stessi è possibile, ma senza il miraggio di inversioni di rotta spettacolari.

Ognuno di noi è quel che è: figlio e vittima della sua storia; dalla quale  si potrebbe affrancare solo dopo anni, anni ed anni di durissimo lavoro su se stesso.

Purtroppo a volte non basterebbero due ipotetici cicli di vita (credendo alla reincarnazione) per rimettere le vicende in equilibrio.

C’è che qualcuno nasce con l’azione facile e felice sempre e comunque, e chi deve sputare sangue e veleno per provare ad avversare una sorte cattiva e beffarda.

Infine c’è la predisposizione personale, ed io non ho la vocazione al martirio, se non in circostanze strettamente necessarie.

Antipatica, odiosa?

Lo accetto, poiché stanca di pallidi attori fatui e presi dal loro personaggio tanto da aver smarrito le coordinate.

Esattamente come me.

Rolling Stones – Paint It Black

gli occhi in cielo

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Chiusi.

Inscatolati nelle nostre convinzioni acquisite sul campo o indotte, chissà.

Guardiamo il mondo, quello vivo, correre veloce e, talvolta, sfiorarci i fianchi.

Rallentiamo ulteriormente il passo per paura di essere coinvolti, inglobati in consessi che ammiriamo,  ma che danno forma alle nostre paure.

Noi dai nostri timori più angosciosi stiamo lontani come da una malattia rara.

Il ghetto psicologico nel quale troviamo riparo ci fa sentire protetti, e sicuri che niente di brutto ci accadrà, almeno fino a quando ci terremo per mano tra di noi.

Là fuori la gente  si muove veloce, come le nuvole stratificate in specie diverse: così belle che verrebbe voglia di dipingerle.

Noi le guardiamo passare in alto, con la mano tesa sulla fronte, e sappiamo di non appartenere ad un mondo per il quale uno più uno dà sempre due.

Serj Tankian – Sky is over

autodifendersi

pugno

Sbagliare è umano, perseverare anche.

Ci sono individui ai quali non basta, evidentemente, essersi fracassati il muso più e più volte: essi continuano, magari sperando in una ricompensa postuma.

E che vi devo dire?

Il mio grugno conserva le tracce dei colpi violenti, e questa sorta di memoria nitidissima mi tiene lontana da pericoli di vario genere.

Mi protegge e veglia sulle mie improvvise intemperanze di ex ragazza impulsiva.

Fortunatamente ho piantato le estremità inferiori  sotto una basola di incredibile pesantezza che tiene a freno anche i miei sentimenti a volte ballerini.

Penso che addestrarsi all’autodifesa ci possa privare eccome di possibili, belle esperienze, ma che, in compenso, ci tenga giustamente ancorati alla realtà: quella che mai andrebbe persa di vista.

E quando dico mai intendo mai.

Suzanne Vega – The Queen And The Soldier