l’importante è è è è è è è, è finire

CV

Un’altra alba carica.

Di promesse? Di polvere da sparo?

Di lunghe ore da spendere in giro in auto, da sola, oppure stravaccata sul letto a pensare a quel prodotto di pastamatic impazzito che è la mia vita?

Mi guardo le unghie (unghia, per i puristi) laccate di rosso scuro. Le accarezzo, mi piacciono: piccola concessione agli sgoccioli di una femminilità che sta appassendo, tramutandosi in altro.

Devo aver introiettato parole e verbi sbagliati da più parti, e che belle parti se oggi rifuggo ogni forma di autorità e provo un sano orrore per la famigerata triade conculcata in certi ambienti: dio, patria, famiglia.

Ho sconfessato tutto ma senza euforia dissacratoria: quella macchietta non ero io, e basta.

Adesso che sono finalmente vicina all’esplosione mi chiedo vigliaccamente che ne sarà di me.

Ho avvisato già da tanto: e se dovessi essere prossima al grande salto con l’asta non voglio fiori e commemorazioni idiote. Io sono nessuno, i bei discorsi edificanti sarebbero omaggio e lenimento per i comprimari presenti.

La nera pecorella “godrebbe” di parole che non le spettano.

Mi basterebbe una mezza benedizione, hai visto mai? e subito via, a farmi riconvertire in polvere.

Intanto mi godo il mio smalto rosso, e se mi gira mi taglio i capelli da sola e me li tingo di biondo ramato, che si intona al colore della pelle.

Vorrei tanto salutarvi tutti, cioè quasi tutti, raccattare una Thelma per strada e andare via.

Però non ho una decappottabile, accidenti.

Mi toccherà cambiare pellicola, magari buttandomi su Lynch, che una fine degna me l’assegnerebbe di certo.

Fosse anche quella di rotolare fra i tronchi, in una segheria.

David Bowie – Ashes To Ashes

eleven

triskell

L’11 ottobre, se avesse fatto un balzo all’indietro di un mese, sarebbe stato la rievocazione di una Tragedia.
Ma in comune c’è solo l’11.
Che io ricordi, me n’è sempre capitata una.
Da ragazzina caddi con la bici, grattugiandomi il viso sulle pietre.
In viaggio di cozze, l’11 del ’91, ebbi una discussione col mio ex marito a proposito di una cretinata che nemmeno ricordo.
Anni dopo, per la precisione otto, mi tranciai un dito con una pirofila rotta: mio figlio scattava foto al pavimento dicendo “ma’, sembra Cogne”.
Io, sentendo che stavo per svenire, mi sedetti per terra, bianca come un cencio, e aspettai che qualcuno venisse a quantificare l’entità del danno.
Altrove, quel giorno, si festeggiava.
Dopotutto la vita è una mega farsa nella quale recitiamo il ruolo assegnatoci; però è una sorta di Truman Show, quindi soffriamo per il diletto di chi ci vede annaspare con aria quasi annoiata.
Oggi mia cugina ha compiuto 40 più (non si può dire) anni.
E stamattina, giusto per non smentire la fama di questo giorno che non mi vuole bene, sono stata seppellita sotto metri di polemiche, errori, fraintendimenti.
Who cares?
I giorni andranno avanti lo stesso: chi ha il fianco coperto camminerà con maggiore sicurezza.
Chi è perimetralmente e cubicamente solo penserà ai fianchi altrui con una punta di invidia mista a scoramento.
Poi si scuoterà, berrà qualcosa e inizierà a ridere e a fare comunella come se niente fosse accaduto.
Beh, in fondo non è accaduto niente, poichè siamo solo figurine di cartone pressato nella baracca di un tirassegno.

Eminem – When I’m Gone

La foto è di Marlie Morante, Luz de Aurora Photography

biglietti da visita

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Ogni vita è fatta di incontri.

Alcuni, marginali, ci sfiorano appena.

Altri, che marginali non sembravano, ci aprono in due come scatolette di tonno.

Altri ancora, la maggior parte, ci insegnano qualcosa, anche nostro malgrado.

Quel che fatico a sopportare è, sempre e comunque, la supponenza, l’implicita, tacita, arrogante affermazione della giustezza delle proprie idee o punti di vista.

Un po’ di tolleranza in più, e parlo di tolleranza vera, non guasterebbe mai.

Purtroppo io son brava a presentare subito il peggio di me stessa.

Come molti usano dire oggi, lo faccio “di default”.

Sbagliando, perché, inevitabilmente, questo atteggiamento condizionerà i miei rapporti futuri con gli altri.

Immaginate un dialogo surreale.

  • Ciao, sono Oreste.
  • Ed io Nicoletta.
  • Che fai di bello nella vita?
  • Soffro di periodi un po’ così, di tanto in tanto, e prendo qualcosa per dormire, dato che sono molto ansiosa. Suppongo ciò sia imputabile alle mie esperienze passate visto che, tra l’altro….

STOP. SBAGLIATO.

Nemmeno un bipolare grave o un serial killer si presenterebbe così.

Le mie modalità di approccio creeranno subito nell’interlocutore la quasi certezza di trovarsi di fronte ad una specie di mitomane.

E’ che son fatta così.

Parlo subito di ciò che non va perché immagino, nella mia ingenuità di fondo, che gli altri possano essere interessati a voler scoprire il buono che c’è in me.

Molto spesso, invece, mi accorgo ben presto di aver tracciato il solco che porterà ad una strada sbagliata, fatta di incomprensioni, fraintendimenti, diffidenze di vario genere.

E dire che il mondo è pieno, anzi stracolmo di millantatori da due soldi, di mitomani veri, di boria e presunzione a gogo.

“Cazzo, sono un’idiota”, per citare Silvestri.

E chissà se troverò mai un altro spazio per una provvidenziale inversione a U.

Strokes – Reptilia

le domande, le risposte, le distanze

Gli-scatti-surreali-di-Robert-e-Shana-Parkeharrison02

C’era caldo, in quel tardo pomeriggio d’estate lontana.

La donna, codino d’ordinanza, indossava una gonna vagamente zingaresca e una camicina castigata; seguiva l’uomo titolato giù per le scale di un vecchio palazzo del centro cittadino.

Costruzione restaurata di recente: studi di professionisti, abitazioni di professionisti.

Aveva in testa una ridda di pensieri confusi, ma le pareva che le sue domande andassero a schiantarsi contro un muro immaginario di indifferenza.

La realtà è cambiata quasi di colpo. Ho la brutta sensazione che tutto sia contro di me.

– Il problema non è la realtà, e nemmeno gli altri. Sei tu ad avere una percezione alterata di quello che hai intorno.

Non continuò a domandare:  sarebbe stato inutile.

Del resto aveva avuto la risposta, sebbene non le fosse parsa sufficientemente profonda.

Una semplificazione.

Ecco cos’erano state le parole dopo la sua domanda: una semplificazione delle più superficiali.

D’altronde  c’era un caldo che andava ben oltre la normale soglia di tolleranza  del professore, preso ad asciugarsi il sudore del faccione con un fazzoletto.

Ancora poche scale, e comparve l’androne ampio e male illuminato.

L’uomo si voltò a guardarla, pensieroso; espresse un rapido ma attento giudizio sulla sua nuca scoperta e aprì il massiccio portone di legno sulla calura che sembrava  essere qualcosa di materiale: un respiro bollente tra l’asfalto e le costruzioni a ridosso della strada.

Un saluto, e i due presero direzioni opposte.

Il parcheggio non era molto distante.

La donna lo raggiunse in fretta e si infilò in auto, appoggiando  le mani sul volante, e la fronte sulle mani.

Se ne stette così, immobile, per un po’, quindi mise in moto ed ingranò la retromarcia, pensando alla sua presunta percezione alterata della realtà.

Ebbe modo di pensarci spesso, nei giorni che seguirono.

Ebbe modo di frapporre la giusta distanza fra sè e gli altri: tanto da avere tempo per studiarne reazioni, parole, atteggiamenti.

Quello che appare è mediato dal nostro modo di affrontare le situazioni, e questo modo non è sempre lo stesso, essendo, noi, mutevoli e condizionati dall’imprevedibilità delle circostanze esterne.

Alcuni molto più di altri, certo, ma la fermezza che non contempla cedimenti è una storiella alla quale non crederò mai.

 

foto di Robert e Shana Parkeharrison

al largo

barca-a-vela

Oggi, e non da poco, voglio affermare il mio diritto a vivere come più mi aggrada, senza per questo limitare le libertà altrui.
Senza invadere, condizionare, vessare.
Ho avuto incontri recenti con vecchi compagni di viaggio: persone che hanno costruito sapendo che farlo era esattamente un loro diritto.
Lasciando in un canto, a volte, le esigenze degli altri, laddove pensare alle proprie è stato scelto come modus vivendi d’elezione.
Schiva.
Sono schiva e riservata al di sotto del minimo sindacale consigliato a tutti, in generale.
Ad un certo punto del “cammino di mia vita” mi sono fatta da parte, poi progressivamente eclissata.
Perchè detesto essere al centro dell’attenzione, mettermi in mostra, provare, anche solo per celia, ad atteggiarmi a primadonna.
Rivendico il diritto alla consapevolezza delle mie qualità, senza, per questo, sbandierarle a destra e a manca come fossero aspetti mirabolanti di una personalità singolare.
“Low profile”: la mia parola d’ordine è questa, e resterà tale.
Ricordo un giorno assolato d’estate, tantissimi anni fa.
Attraverso le vetrate della casa di mia zia osservavo il mare, in lontananza, e sentivo montarmi dentro un misto lisergico di eccitazione, entusiasmo, voglia di vivere.
Lei mi guardava sorridendo: forse intuiva i miei pensieri, ma non lo saprò mai perchè questa zia se n’è andata di recente, e la sua casa vuota è rimasta a guardare il mare lontano mentre io l’ho attraversato a lungo senza perdere mai quell’intimo senso di appartenenza ad un mondo che non mi ha compreso, e che, da parte mia, non mi son presa la briga di comprendere.
Dovrebbe essere finita ad armi pari, ma spesso fuggo dal rigor di logica perchè non porta sempre a scelte felici.
Devo dirgli “grazie” se ho buttato alle ortiche un sentimento vero, autenico: forse l’unico vero afflato di amore della mia vita arida e dissestata.
Poi ho voltato pagina, perchè è così che si fa, ma lo scorrere dei giorni, da allora, ha perso il suo senso più vero, e la gioia che ne sarebbe dovuta derivare.
Ho perso, ma poco a poco ho imparato a farlo con un minimo di stile, e adesso, seduta di fronte ai ai ricordi del mio passato, immagino una barchetta che silenziosa, di notte, solca il mare calmo di una serata tiepida di maggio.
Potrei essere su quella fantomatica barchetta, anzi posso convincermi di essere seduta a prua, incurante degli schizzi discreti di acqua che mi bagnano il viso, e che nascondono le lacrime che lo rigano, silenziose come me.
Siamo qui, e dobbiamo adattarci a vivere nel miglior modo possibile, bene che vada.
Altrimenti potremo sempre spargere lai verso la cattiva sorte, e abbandonarci ai flutti improvvisi e ai rovesci.
Questione di scelte.
Questione di predisposizione naturale.
In ogni caso, un augurio sincero, e di buona fortuna, a tutti i naviganti di quest’acqua in tempesta che chiamano vita.

Negrita – Hemingway

 

brava gente

ventilatore

Siamo brava gente, e non per dire come usano far tutti.
Regole precise cui attenersi, rispetto per gli altri, compassione (etimologie greca o latina, volendo seguire gusti e inclinazioni).

Onestà, assimilata col latte materno, e poi senso del dovere.
Siamo cresciuti così: poca attenzione per le nostre esigenze, troppa (a volte) per quelle degli altri, spesso inspiegabilmente reputati meritevoli ben oltre ciò che avrebbero realmente meritato.

Strutturati in questo modo quando non c’erano molte possibilità di invertire la rotta, a meno che non si decidesse, spesso con estrema difficoltà, di rompere, recidere, sbattere la porta di ingresso e lasciarsi tutto alle spalle.

Siamo brava gente perchè onesta e incapace di ferire, offendere, distruggere.
Brave persone in un mondo discretamente popolato di squali, indifferenti e menefreghisti dediti solo al proprio, misero tornaconto.

Anacronistiche figure che si muovono come se tutto, intorno, fosse normale.

Come se fossero normali l’arroganza, l’aria di malcelata derisione di fronte alla presa a cuore, per esempio, di un povero cane abbandonato, affamato e infestato da uno stuolo di parassiti.

Io non so, onestamente, quali sconvolgimenti interiori possa comportare la decisione di cambiare registro e iniziare ad affrontare i giorni con spirito indifferente, semplicemente dedito al soddisfacimento dei bisogni (e dei capricci) personali.

Non lo so perchè non sono stata educata a ciò, e anche quando, lo ammetto, ci ho provato, magari presa da un attimo di esasperazione, ho capito subito di dovermi impegnare in una repentina e azzardata inversione di marcia.

Gli ideali, ancorchè messi da parte e, a volte, sbeffeggiati, sono parte di noi: quasi inglobati nel patrimonio genetico.

Provare a snaturarsi serve solo ad aggiungere frustrazioni su frustrazioni, senza una motivazione logica, senza uno scopo.

E’ per questo che noi, brava gente dall’allure appannata dalla desuetudine di usi e costumi, proseguiamo dritti per la nostra via, in compagnia di noi stessi e della specie in estinzione cui apparteniamo.

 

eterni

TELOMARE

Ecco: l’idea che quel telo da mare mi sopravviverà è abbastanza deprimente.
Potrei citare mille oggetti eterni, ma la mente va a quel telo a righine gialle e blu, comprato in un emporio per turisti quando la mia vita era più viva, e le speranze non ancora incenerite.
Abbiamo sempre avuto un eccesso di teli, qui, ma quel rettangolo di spugna attrasse la mia attenzione, non so perchè.
Tenendo mio figlio per mano, al tempo in cui era ancora possibile, attraversai la strada e acquistai, sapendo già in anticipo quelle che sarebbero state (e che furono) le parole di mia madre: “Un altro telo? Figlia mia, compri teli in continuazione. Tra poco saremo costretti ad uscire di casa noi, per fare spazio ai tuoi teli.”
Però mi era parso così bello, sotto le luci artificiali di quel negozietto per turisti.
Lo avevo pagato anche niente.
Poco fa l’ho steso al sole: perfetto come dieci anni fa.
Lui (esso?) non è invecchiato.
Io sì.
Quando sarò morta qualcuno continuerà ad usarlo, a portarselo dietro, a stendercisi sopra.
Ed io sarò un mucchietto di cenere.

Lou Reed – Perfect Day