do they know…

Oggi mi rendo conto che li ho amati, gli anni ’80. I miei anni ’80, la mia decade felice.
Con le speranze in fermento nonostante gli sgambetti di un’educazione rigida e severa, con l’idea che un futuro fosse davvero possibile.
Con l’amore che prendeva le sembianze di un progetto concreto.
Con gli eccessi, dall’abbigliamento kitsch alle pettinature coi capelli “sparati”.
Con i Police a palla nella mia stanza, e Paul Weller e Bob Geldof, e perfino Boy George, gli Spandau, i Duran Duran e una creatura che si chiamava Marilyn.
E Bowie, sempre.
Dieci anni relativamente felici fra la decade della segregazione e quella delle responsabilità a muso duro: o così o così. Nessun’altra possibilità di scelta.
Una decade incastrata fra problemi di “mala educaciòn” e problemi di trasmissione/ricezione.
Dieci anni di opportunità buttate ai porci, e di crediti concessi inutilmente.

Riapri gli occhi, guardi lo specchio e ti accorgi che sei “passato” anche tu.

quello che ti capita

morante

Non avrei mai creduto di potermi sentire così arrabbiata, sconcertata, frustrata, legata, impedita.
E tutto insieme.
Si ha un bel dire che la distanza geografica non è nulla, che basta salire su un aereo o su un treno, e bla bla bla.
Vogliamo parlare di “impedimento impediente” estrapolandone il senso dal suo ambito originario, che io detesto con tutta me stessa?
C’è che spesso abbiamo le mani legate, nel senso che ce le legano.
E, per quanto vorremmo spezzare le catene come Kunta Kinte, abbiamo la consapevolezza di poter fare poco, e che oltre quel poco ci sono confini che non siamo autorizzati ad oltrepassare.
Per cui la tanto decantata libertà è solo un’opinione, un concetto astratto col quale amiamo riempirci la bocca sapendo che il cervello si è già saggiamente dissociato.
Siamo soli, e lo siamo nel senso più crudo del termine.
Intorno a noi si muovono figure, amiche e non, umanità varia, vicini di casa e conoscenti, ma noi siamo soli.
Ed è per questo che ci capita, talvolta, di svegliarci all’alba, con gli occhi spalancati, e di veder sfilare in mente gli ultimi avvenimenti, di solito spiacevoli.
Per cui allungare un braccio verso l’interruttore della lampada è scontato, com’è scontato sapere che ci si riaddormenterà chissà quando…
Per fortuna oggi è domenica, così potrò essere isolata e anarchica come piace a me.
Alzarmi quando mi pare, vedere gli ultimi film scaricati, darci sotto con gli ansiolitici, chè se non fosse per loro il cuore mi sarebbe schizzato via dal petto chissà da quanto.
Girare per casa in pigiama o vestirmi e truccarmi di tutto punto solo per potermi guardare allo specchio senza inorridire.
Pensare a lui che sta male ed è lontano, e a me che posso solo sentirlo per telefono, almeno per ora.
E capire che rabbia, sconcerto e frustrazione nascono esattamente da questo.
Almeno stavolta.
E’ proprio vero: la vita è quello che ti capita, ma molto dipende dal tuo modo personale di considerare, analizzare ed accettare, o meno, esattamente quello che ti capita.
Ed io sono ancora troppo amareggiata per sapere come dovrò comportarmi, sapendo che molte mie reazioni non dipendono dal mio IO cosciente ma dai dèmoni che mi abitano, numerosi.
E so anche che non posso pretendere che gli altri provino a sintonizzarsi con i dèmoni suddetti, considerato il fatto che IO, per prima,vorrei liberarmene per sempre.

Intanto si son fatte le sei, i gatti hanno appena smesso di soffiarsi contro ed io mi alzerò, ma solo per una tazza di latte caldo, visto che siamo passati da oltre trenta gradi al quasi pieno inverno.
Poi chissà, l’aspetto positivo della solitudine è che, almeno nei giorni di festa, puoi fare quello che vuoi senza che qualcuno provi a invadere i tuoi spazi.
Per cui, amici e non, W l’anarchia.

Damien Rice – My Favourite Faded Fantasy

La foto è di Marlie Morante, Luz de Aurora Photography

l’esercizio all’abbandono

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Non voglio scomodare un Dio rinnegato a lungo, perché oggi essere atei è sintomo di forte intelligenza, mente l’esercizio (arduo) della fede senza l’ausilio della ragione (come si potrebbe mai?)appare roba da donnette e omuncoli con il quoziente intellettivo di una mosca.

Non vorrei davvero scomodare la sua ombra imponente e ieratica (iconografia) per piccole beghe quotidiane: impicci che appartengono a tutti, più o meno.

Oltretutto io stessa non ho certezze in questo senso, ma mi appello a qualcuno al di sopra di noi, Cristo, alieno, rettiliano, a qualcuno che ci usi l’incommensurabile cortesia di raderci al suolo con le nostre speranze mal riposte , e le delusioni ben centrate.

Dopotutto sparire in una nuvola di fumo e schegge incandescenti come quelle del Bing Bang cosa sarà mai?

Chiudere gli occhi e arrendersi, dolcemente, alle braccia del riposo cui tutti, chi prima, chi dopo, ci abbandoneremo.

Juliet Simms – End Of The World

La foto è di Marlie Morante, Luz de Aurora Photography

31 12 14: giocateveli

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E se mi aveste portata via di forza sotto la pioggia battente, nonostante le mie lacrime di bimba così piccola e così dannatamente attaccata ad un senso del dovere che non conoscevo ancora, ma che sarebbe stato la rovina?
Se aveste staccato la mia manina da quella dell’anziana signora dall’aria triste, riluttante a lasciarmi andare, ma senza essere esplicita?
Io le volevo un mondo di bene, ma ne volevo soprattutto a voi: papà, fradicio a metà del guado, ponte affettivo fra le sue due Enne; mamma con in braccio il piccolo, stretti sotto l’ombrello.
Strano, assurdo e ingiusto che la sorte di un piccolo essere si delinei in una serata piovosa di primavera, su un’ampia scalinata di mattoni, due ombrelli, uno in prossimità della casa, l’altro sull’ultimo gradino, verso il cancello, e un uomo inzuppato d’acqua che mai avrebbe immaginato la portata del peso che aveva dentro quella bambina tanto voluta, tanto amata ma già troppo afflitta in rapporto ai suoi nemmeno quattro anni.
Si chiama imprinting, ma nei primi anni sessanta lo sapevano in pochi.
Mentre me ne sto qui, adesso, al calduccio della mia casa, con i gatti accanto e il fardello incommensurabilmente grande dei ricordi, mi rendo conto che è come se mezzo secolo fosse letteralmente volato via.
L’infanzia, la brusca fine di essa sancita dalla decisione di mandarmi “dove sarei stata meglio”, gli anni più bui della mia vita, il ritorno, come da una guerra, l’inizio ufficiale dei poblemi depressivi che mi porterò nella tomba, vicissitudini e scontri di ogni genere, perchè non ho mai mandato a dirle.
Amori e brusche rotture, bugie e sotterfugi, finalmente l’idea a la concretizzazione di un progetto di vita molto importante, purtroppo finito presto e male, mio figlio stretto a me in un letto diventato troppo grande, la sfiducia che iniziava a serrare la gola fino all’esplosione di attacchi di panico che sono lontani, ormai, ma stranamente ancora vividi nel ricordo.
Poi l’improvviso ed imprevisto accendersi di una luce che non ho mai voluto alimentare, per paura che potesse bruciarmi o spegnersi all’improvviso, lasciandomi sola, al buio.
Ed io a quella luce avevo creduto sul serio, ma quando si ha un Super Io di siffatta tempra si diventa capaci di piantarsi un coltello nello stomaco, e di piantarlo ad altri.
Poi capisci tutto, certo, ma nel frattempo hai lavorato tanto su te stessa, e l’hai fatto anche male, per cui ti ritrovi spesso a guardare il bimbo che si stringeva a te nel lettone, il tuo figliolo di ventidue anni che, anche lui, ha dovuto pagare per colpe mai commesse.
E che, forse, continuerà a pagare ancora, perchè a volte ci si trova a scontare pene totalmente inique ma necessarie a dio sa cosa.
Se potessi tornare indietro a quella sera piovosa di cinquant’anni fa, ma come una sorta di fantomatico deus ex machina, immobilizzerei tutti, prenderei la bimba in lacrime, la rassicurerei raccontandole tante storie (io che non so mentire) e la farei addormentare per sempre nel suo lettino, premendole un fazzoletto sul viso.
In questo modo sarebbe stata scritta una storia diversa per tanta gente: forse sarebbe stato più logico e sensato.
Ma tutti noi che cosa siamo, se non povere pedine fra le mani di chi gioca con le nostre esistenze fra un bicchiere di brandy e un sigaro?
Non so se un giorno, come molti vanno blaterando, ci ritroveremo tutti in un posto bello e felice.
A volte mi fingo possibilista, ma dentro ho una landa desolata che lascia poco spazio anche solo all’idea di una pur minima forma di vegetazione.
Bisognerebbe “capitare” in una vita giusta, cioè giusta e moderatamente gratificante per noi.
Per noi che non siamo eterni e mai lo saremo.
Per noi che ad ogni passar d’anno ci facciamo gli auguri, ma solo perchè usa così.

Doors – The End

amori senza permesso

Innamorarsi è già un’impresa ai confini della realtà, almeno per la sottoscritta.
Però è innegabile che accade.
Tempo fa leggevo un articolo sulla Boldrini e il suo compagno, definito “toy boy” solo perché ha 11 anni meno della Presidente della Camera.
Tralasciando volentieri un certo modo di impicciarsi degli affari altrui, vi chiedo se trovate assurdo, o sconveniente, che una donna possa amare o semplicemente accompagnarsi ad un uomo anche molto più giovane.
Io non contemplo queste barriere mentali, soprattutto se la questione riguarda gli altri (semmai questo é un mio problema).
Dopotutto ai signori uomini è consentito da sempre fare sfoggio di ragazze che, a volte, potrebbero sembrare delle figlie.
Insomma, ipocrisie e moralismi a parte, pensate che un uomo giovane possa amare una donna più grande senza scomodare Freud o, peggio, alcune nuove macchiette inventate dalla fervida fantasia degli americani?

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