l’aliena avverbiale

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A volte ci si sente in panne, anche senza motivi eclatanti. Ho conosciuto giorni peggiori, eppure mi muovo, molle e piuttosto demotivata, lungo i sentieri tortuosi della  vita.

Stasera è arrivata la botta di malinconia. A tradimento, perchè i colpi più tosti sono sempre inattesi.
Ed io continuo a camminare, molle e piuttosto demotivata, lungo i sentieri tortuosi di questa vita che mi sfianca e mi mangia l’energia necessaria ad andare avanti.

Ma andare doveCome? Soprattutto perchè?

Intanto ci sono i doveri. Poi le responsabilità, mille fiati sul collo e le recite a beneficio di chi non dovrebbe sapere nemmeno se ho fatto la spesa oppure se ho deciso di lasciarmi morire d’inedia.
E la voglia, insopprimibile, di mandare tutti al diavolo.

In un attimo di reflusso mentale acido ho ri-ri-ripensato di distruggere questa pagina web. Poi non l’ho fatto: meglio continuare a essere me stessa quisenza pretese, che tornare a interpretare le macchie di Rorschach sentendomi un’idiota.

Mentre scarabocchio  spalmo occhiate veloci sulla manciata di vecchie foto tirate fuori di fresco, chè con gli ossimori ci vado a nozze.

Intanto gli incroci delle rette tracciate in questo mondo parallelo, che ci vedono amici, confidenti e poi


niente, sbiadiscono piano come le scie degli aeroplani nel cielo.
Eppure vi porto tutti nel cuore, e ognuno ha il suo posto.

Stasera avrei bisogno di un miracolo, o di una sbronza magistrale.

Baustelle – Il Vangelo di Giovanni

si ha un bel dire, eh

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Altro giro altra corsa, propositi e bilanci che hanno poco senso.

Conservate pure i ricordi, se non vi fanno star male, ma non aggrappatevi ad essi perché spesso non sono una ciambella di salvataggio, ma la pietra legata al collo che vi porterà giù, in fondo al mare.

Aprite le finestre e inspirate l’aria fredda e pungente.

Lasciate che il crepitìo dei bronchi vi canti la sua canzone, che è liberazione e apertura.

Risintonizzatevi con la vostra essenza e provate a guardare oltre l’orizzonte: colmate l’assenza perché voi ne siete parte, in un lento fluire eterno.

Da un po’ ho una sola certezza assoluta: che mi manco, e che mi sono mancata a lungo.

Adesso vado a riprendere me stessa, incagliata fra una risma e il desiderio di un addobbo mai comprato perché “non ci sarebbe stata più una famiglia”, e nemmeno una coppia di persone innamorate.

Se mi ritrovo vi mando una cartolina.

 

sempre la solita

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Ho sollevato la cornetta allungando un braccio verso il telefono, dopo lo squillo.

Mi dice che sulla strada provinciale che porta al mare hanno abbassato il limite di velocità: 50 km/h costanti, una follia ma è così, ed io te l’ho detto, dovessi andare al mare e non fare caso ai cartelli.

Da giorni, nell’ordine, la richiesta del nome dell’attore protagonista de “Il Padrino”, che adesso non mi viene in mente, io al referendum voto no, tu hai deciso? Ed io rispondo che non ho ancora deciso perché sono perplessa, perché io sono sempre stata perplessa di fronte a quello che non mi convince, o che non ho compreso bene.

E di cose che non ho mai compreso ce n’è a iosa e per tutti i gusti.

Come i gelati.

Gelati, estate.

Estate, spensieratezza.

Spensieratezza, non ricordo più.

Però ricordo di essere stata felice, di aver corso per strada a capo di un’orda di bambini urlanti, quando le strade erano percorribili e il rischio di essere investiti prossimo allo zero.

Ricordo di essermi arrampicata sugli alberi, e una volta sotto c’era il prete amico delle suore amiche di mia nonna che mi pregava di scendere, ed io mi innervosii e discesi il tronco a braccia e gambe nude.

Quand’ero felice e libera di prendere in giro mia madre, di fingere di essermi abbandonata al sonno della controra e invece sgattaiolavo fuori e mi mettevo a disegnare, oppure aspettavo che passasse il gregge delle pecore. Una volta portai giù acqua per il pastore e per il cane, scusandomi per non poter dar da bere alle pecore, che erano tante.

In genere bighellonavo poco per strada, a controra e da sola.

Me ne stavo lì, all’aria aperta, a giocare con le matite e con il cane, mio fedele compagno.

Nita, sei sempre la solita, non ascolti mai; scommetto che non hai dormito.

Non ricordo le risposte ma l’angoscia sottile dello scirocco che risucchiava le pesanti tende di cotone blu contro le persiane, e poi le lasciava andare e poi le risucchiava in un moto perpetuo che sembrava respiro.

Il respiro della persiana a sud ovest, quella della stanza che condividevo con mia nonna.

La stanza nella quale avrei pianto tanto, negli anni, ma allora non lo sapevo.

E oggi penso che sarebbe bello viaggiare nel tempo e rivivere quei giorni anche solo da spettatrice, per imprimere dentro quelle sensazioni destinate a svanire.

Vedere mamma e papà giovani, lei graziosa e sottile come un giunco, con i capelli scuri trattenuti da un fermaglio, lui bello, imponente e in moto perpetuo, al punto che riusciva a diventare invisibile.

E quando la signora che abitava dall’altra parte del campo di carote ci venne incontro agitata, mentre tornavamo dalla spiaggia, dicendo che era andato con l’auto contro un albero per schivare una gallina, io corsi nella mia stanza, mi inginocchiai e pregai Gesù di salvarlo, perché la vita di mio padre valeva più di quella di una gallina.

Gesù mi ascoltò, infatti oggi lui mi chiama per dirmi del limite di velocità e di Marlon Brando, e mia madre mi chiede se e quanto mi fa male la schiena, o se ho mangiato.

Vorrei stringerli, nasconderli sotto le mie grandi ali e volare via, in quel mondo che non vediamo più, ma che esiste ancora, intatto, nella memoria del cuore.

Beatles – Please Please Me

allontanarsi per capire

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Nel pomeriggio sono uscita presto per via di un po’ di cose da sbrigare. Con lo smartphone bloccato. Scollegata dal resto del mondo.
Finite le incombenze ho parcheggiato l’auto di fronte al mare, piatto e grigio come il cielo, e mi sono lasciata andare ai ricordi, cullata da una quieta malinconia.
Ho scoperto che non ho bisogno di pacche sulle spalle o di generiche parole di consolazione. Forse non ho realmente bisogno di nessuno, se non per brevissimi lassi di tempo.
Sono serena perchè la mia coscienza è pulita, e se ci sono stati malintesi, anche enormi, le mie intemperanze sono state provocate da parole e comportamenti inaccettabili.
Mi hanno detto che sono intransigente ed è vero, ma ciò mi consente di essere leale e corretta. Poi tutto si può aggiustare, volendo.
Le scivolate fanno parte della vita di tutti.
Son rimasta lì di fronte molto a lungo, con una ridda di pensieri che correvano veloci nella mente e uno strano senso di pace che pervadeva totalmente il cuore: come se le due parti fossero scollegate fra di loro; mi sono appoggiata allo schienale e ho respirato piano ma profondamente.
Non possiamo recuperare nemmeno un solo frammento del passato, non possiamo andare avanti con lo sguardo rivolto all’indietro, ma ci conviene far tesoro delle ricchezze nascoste nell’anima, pronte a venir fuori se evocate nel modo giusto.
Ho rimesso in moto, fatto manovra in quello spazio malmesso, sempre uguale nei decenni, e sono andata via con la mia malinconia quieta e un bel sacchetto di inutili rimpianti.
Mi sarebbe piaciuto scattare una foto, ma il trabiccolo non dava segni di vita.
Sarà per la prossima volta, magari.

pensieri nel vento

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Chi è, esattamente, uno sconosciuto?

Un estraneo: son sinonimi.

Però puoi conoscerlo, l’estraneo, e allora non sarà più sconosciuto.

Imparerai a sapere le sue abitudini, le manie, i gesti tipici.

Ti piacerà, oppure lo troverai detestabile per via di certi comportamenti che non condividi.

Siamo esseri umani, falliamo per definizione.

Magari un giorno ti sentirai furibonda per la certezza, più o meno fondata, di essere stata presa in giro.

Lo saprai mai davvero?

No.

Ogni risposta che riceviamo è sottoposta al beneficio del dubbio, che in certi casi è un maleficio vero e proprio, altro che.

Allora tiri i remi in barca, ti metti comoda e pensi, pensi, pensi fino a confondere le tue idee con le nuvole che passano veloci.

Che cosa è vero, dopotutto? E che cosa non lo è?

L’ex sconosciuto ti chiama, e tu non te l’aspettavi.

Così come non ti aspettavi le sue parole.

Rimani in silenzio per ore, poi lo richiami e, idealmente, lo prendi per mano.

Mark Lanegan – Stay

 

i corvi

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Evidentemente non devo essermi ripresa del tutto dal volo in coppia di lunedì sera.

Oggi i miei mi hanno chiesto di andare a pranzo da loro, visto che conoscono i miei gusti alimentari.

Ero in farmacia a chiedere informazioni su un nuovo farmaco che si ritira su ordinazione e costa un botto.

Poi in banca, a lasciare un’altra fettina di conto corrente per la tassa sulla raccolta dei rifiuti, che a mio avviso è pessima.

Ho pagato lo stesso: l’unica evasione che mi viene in mente è quella, molto ipotetica, da un’esistenza che ormai ha poco da offrirmi.

Ho pranzato con loro, una delle pochissime certezze affettive delle quali posso ancora godere.

Dopo un paio d’ore mi son rimessa la strada (dissestata) sotto i piedi e mi sono diretta verso casa mia.

Tra me e loro ci sono poco più di dieci minuti a passo alto, e il passo sostenuto, come le pedalate al mare, mi mettono in moto accelerato i pensieri.

Cosi, col cuore a mille, ho pensato che non manca molto alla mia esplosione.

Sono letteralmente circondata, e non da ora, da innumerevoli forze centripete che mi fanno sentire compressa, asfittica, tachicardica.

Nel contempo sento le mie forze interiori che premono verso l’esterno, suggerendomi gesti in parte sani, in parte no.

Poi dipende dai punti di vista, come sempre.

Così, prendendo una scorciatoia che mi evita il centro e i bar con i tavolini all’aperto, ho marciato verso il mio bunker provando a calcolare quanto ci vorrà perché le forze interiori erompano, provocando qualcosa che non riesco nemmeno ad immaginare.

A meno che non mi lasci soggiogare, ancora una volta, dalle pretese esterne, oppure dai desiderata o, semplicemente, da ciò che tutti si aspettano da me perché li ho abituati male.

Adesso, che ho un’età, so di essere prossima al big bang, così non tengo più a freno la lingua e dico esplicitamente qualunque cosa, se ne sono convinta.

Certo, posso anche sbagliare, ma mi importa sempre meno.

Quanti mi hanno chiesto scusa, nella vita?

Quanti non mi hanno trattata come avrei meritato, perché è vero che non ho un carattere facile ma non sono una iena?

Stanca di contare: matematica e fisica non sono mai state il mio forte.

Arrivata a casa la brutta lite con l’amico che pensa io sia la reincarnazione di un demonio.

Ed eravamo partiti da un paio di dubbi (miei) sui quali lui avrebbe dovuto far luce.

Bene.

In definitiva non riesco ad immaginare il mio futuro: nemmeno quello più immediato.

So di essere invisa a tanti e non voglio certo che i suddetti si affrettino a inviarmi messaggi smielati.

Grazie alla genetica non sono un’idiota: le favole, mai amate, le lascio a chi preferisce far addormentare i figli in questo modo.

Io mi tengo i cazzotti e provo a farne tesoro.

Roberto Vecchioni – Arthur Rimbaud

il ragazzo dei treni

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C’era una volta l’estate.
Sì, lo so, arriva ogni anno, ma quella del 1975 c’è stata una volta e basta.
C’era anche una località balneare: piuttosto un paesello capitato sul mare per caso.
C’ero una volta anch’io e questa frase è  credibile perchè, nel tempo, mi sono persa.
Insomma c’era l’estate del ’75, il paesello marino, un gruppetto di amici e un lido frequentato mattina e sera.
Mare poco, perchè si stava tutti seduti in cerchio ad ascoltare le canzoni del juke box, e a ridere come solo a quell’età si può, nonostante tutto.
Quell’estate al gruppo si aggiunse un quindicenne nuovo di zecca che aveva un nome, anche se noi lo chiamavamo con un altro.
E lui, timido e paziente, spiegava che il diminutivo lo usavano i suoi e che, perciò, potevamo fare lo stesso.
Era bello, aveva modi gentili e accattivanti nel contempo e sorrideva sempre, forse perchè era timido.
Abitava in una delle casette bianche vicino la ferrovia.
Una mia amica prese per lui una cotta solenne; io avevo il “fidanzatino” da poco, quindi potevo solo dirle che, essendo libera, avrebbe potuto parlargli.
Ricordando sorrido con un po’ di amarezza perchè ero la meno adatta a offrire consigli del genere.
Avevo appena lasciato per sempre un posto di suore nel quale mi ero fermata cinque anni, uscendone aliena.
Il ragazzo bello, che aveva un piccolo spazio fra gli incisivi superiori, era gentile anche con me; sicuramente molto più del “fidanzatino”.
Mi sembrava che avesse a cuore più il calcio che le ragazze;
d’altronde aveva due anni meno di me, che giocavo a fare la saputa.
Quando era con noi non si poteva non avvertirne la presenza  perchè contrastava la timidezza con scherzi, gavettoni dal tetto del lido e furti ripetuti del mio Boxer (ciclomotore dell’epoca) con la complicità di mio cugino.
Non l’ho frequentato molto, ma ricordo distintamente che quando era insieme a noi tutto si animava, illuminandosi.
L’estate successiva andò più o meno allo stesso modo.
Oggi mi do della cretina per non aver cercato di conoscerlo meglio, di confidarmi con lui e di accogliere le sue confidenze.
Così, di punto in bianco, sparì.
I ragazzi che vivevano al mare anche d’inverno mi dissero che il padre era stato trasferito non so dove, per lavoro. E solo tanto, ma tanto tempo dopo scoprii che il “dove” non era molto lontano da qui.
Il fatto è che quando ci si perde ci si perde, e si potrebbe essere andati solo in un’altra provincia o in America: se non lo sai è lo stesso.
Poi passano gli anni, passano anche “fidanzati” ed esperienze di ogni genere.
Passiamo noi, inconsapevoli delle ingiurie del tempo.
Tempo fa qualcuno fece il suo nome, e a me venne la curiosità di cercarlo su facebook.
E c’era, ma non osai inoltrargli richiesta di amicizia perchè ero certa che non si sarebbe ricordato di me.
Poi  con lui c’erano due bimbi: non mi sembrò il caso e tirai avanti.
Oggi mi chiedo che cosa sarebbe successo se, per caso, mi avesse riconosciuta.

John Lennon – Stand By Me