avanti

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Il bisogno improvviso di forza si materializza in due gambe sode, muscolose, che piantano i piedi nell’asperità del terreno dissodato di fresco. Il vecchio, il nuovo e l’impossibile siedono accanto senza guardarsi, ma percependo le reciproche presenze. Le reciproche distanze.

Certi momenti, nella vita, non contemplano mani di aiuto: né Dio né gli altri. Che poi cosa possano essere gli altri non lo so. Il concetto è fumoso, amorfo, spesso privo di senso.

Io ho me stessa, e devo bastarmi.

Non è stata un’impresa sfidare il sole e il vento di un mezzogiorno, truccata come non mi trucco mai.

Comprare dei fiori e portarli al cimitero, non senza aver scherzato con un bel ragazzo dall’accento salentino: signora, i lilium li preferisce arancio o porpora? Sono chiusi, il colore non si vede nemmeno.

Porpora, e go ahead.

Una volta varcare quel cancello mi provocava profondi turbamenti; oggi, che con i morti sono tutt’uno, avanzo sicura, prendo l’innaffiatoio e mi predispongo all’equa distribuzione degli omaggi floreali.

In realtà sono al cimitero per conto altrui, quindi mi adeguo ad abitudini consolidate negli anni.

Ci fossi andata di mia sponte forse avrei portato caramelle colorate, e mi sarei seduta per terra con le gambe incrociate, incurante della gente e degli sguardi.

Un’educazione formale, cioè formalmente precisina, ti insegna a recitare bene, forse anche a relazionarti ammodo con gli altri, quelli fumosi di cui sopra.

Altrove sarei cresciuta brada e selvaggia. Ma sempre gentile e bendisposta, chè carogna non sono stata mai.

Finita l’equa distribuzione mi sono seduta su un rialzo di marmo e ho sentito: l’amore, la perdita, il dolore, la speranza.

La certezza, quella che non sai nemmeno da dove scaturisca ma è in te, e ti dà la forza di rialzarti nonostante il ginocchio disastrato di fresco, di passare a salutare la mamma di Carlo, che è sepolta nella sua Puglia, di lasciarle un fiore e un sorriso con gli occhi pieni di ricordi belli.

Tu, sola col tuo mondo che ti porti appresso, senza strattoni e giri obbligati.

Con tutto il tempo che vuoi, tanto a casa non ti aspetta nessuno.

I gatti sanno bastare a se tessi, sovrani indipendenti, e tuo figlio è andato a studiare, a vivere  in terra polacca.

E tu sei sola ma libera, cioè libera ma sola.

Girando per tombe ho incontrato due mamme unite dallo stesso dolore disumano: intente a lustrare lapidi di marmo bianco coperte di fiori di tutti i colori del mondo.

Saluti e parole in libertà, strazio in libertà, ma sempre con un sorriso a fior di labbra.

Sono uscita e mi sono rimessa in auto, sperando di trovare un supermercato aperto  perché anche lo stomaco ha le sue necessità, e io da un po’ di tempo dimentico di mangiare.

Niente, tutto desolatamente chiuso: menomale che in frigo ho dei fiocchi di latte, cioè quelli che fanno schifo più o meno a tutti.

I miei vorrebbero che passassi da loro ma non me la sento.

Voglio starmene con me stessa, e puntare i piedi con ostinazione nel terreno dissodato di fresco, chè la morte è un’ala in più, solo un’altra ala attaccata alle nostre.

 

Ragazzi, vivete a piene mani, polmoni, gambe e cuore. Con uno sguardo grato al cielo.

Coro dei ragazzi: ce la stiamo mettendo tutta, ma nel frattempo possiamo brindare con te?

Fabi Silvestri Gazzè – Life Is Sweet

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