comes a time

nebbia

E’ vero. Forse. E tante grazie a chi odiava i miei “forse”.

Possiamo ricostruire nella mente uno stato perfetto di grazia: basta poco.

Siamo infinitamente semplici, tanto quanto infinitamente complicati; un piccolo altoparlante sul letto habitat, accanto agli oggetti che accompagnano il passare-non passare del tempo-non tempo.

Un piccolo altoparlante comprato su un sito di saldi on line, un monitor, un additivo ad hoc.

Le linee telefoniche rigorosamente staccate.

Io, the beauty of broken, posso permettermi il lusso di fare capitomboli nel tempo, a ritroso.

Fino all’uomo in grigio-scuro-per-la-vita. Fino al nostro perché.

E ancora indietro, fino all’affine mancato per via del solito destino cinico e baro.

Io, quella che sta scrivendo adesso, rossa in volto e piena di dubbi.

Io, che sono nata vecchia senza essere cresciuta mai.

Parecchio complicata?

No davvero. Come tutti ho dei codici di decriptazione. Magari non è semplicissimo trovarli, ma non c’è bisogno di affanni. Perché so decriptarmi da sola. Perché non siamo eterni, vivaddio, e se rinasceremo non serberemo memoria di questi sembianti, né dei patemi offerti e ricevuti, né di chi ci ha affiancati durante il percorso né di chi ci ha tagliato la strada senza riguardi.

Torneremo mondi all’origine di tutto. Immemori.

Una sola istanza mentale mi perseguita, e recita: io non ho più nulla da offrire.

 

Tossì brevemente, salutò con un cenno del capo e si perse nella nebbia, stretta in un cappottino nero.

 

Coro dei ragazzi: abbiamo il compito di ricordarti che devi scrivere di familiarità e di persiane color verde acceso.

Yes. Yes. Yes.

Neil Young – Comes A Time

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the fly

eye

Se potessimo avere una visione del futuro come un lampo, fermo in un solo fotogramma, potremmo capire. Immaginare. Provare a formulare un’ipotesi.

Il futuro è questa mosca che continua a svolazzarmi intorno senza che io riesca a farla uscire dalla finestra. La immagino allontanarsi nell’aria tiepida. Sparire nel blu scuro della sera autunnale. Volare, molesta e rumorosa,  fino alle persiane semiaperte della cucina di una donna che impasta zucchero e farina.

E’ giovane, piccola di seno, bionda e appena pallida. Mescola senza entusiasmo e parla al suo bambino, che le sorride e le porge una macchinina perchè vorrebbe giocare.

La mosca si ferma un attimo sul visetto del bimbo, che fa un’espressione buffa. Poi sfiora i capelli della donna pallida, e torna a perdersi nel buio della sera.

Segue in volo due amiche che ridono, camminando per strada. Mangiano focaccine alle olive parlando di Sartre: le loro voci pulite si perdono nell’aria. La mosca si muove spinta da istanze che trascendono la sua natura semplice.

Ci sfiora, ci passa accanto mentre viviamo le nostre storie di vite un po’ sperse. Se ha fortuna si allontana ancora, e continua a peregrinare senza sosta fino al termine della sua parabola, breve e veloce, di piccola, immemore creatura.

Se potessimo avere un fotogramma di futuro, solo un fotogramma, potremmo immaginare, ipotizzare, magari avere la certezza che non sarà stato tutto vano.

Hans Zimmer – Time

avanti

pall2

Il bisogno improvviso di forza si materializza in due gambe sode, muscolose, che piantano i piedi nell’asperità del terreno dissodato di fresco. Il vecchio, il nuovo e l’impossibile siedono accanto senza guardarsi, ma percependo le reciproche presenze. Le reciproche distanze.

Certi momenti, nella vita, non contemplano mani di aiuto: né Dio né gli altri. Che poi cosa possano essere gli altri non lo so. Il concetto è fumoso, amorfo, spesso privo di senso.

Io ho me stessa, e devo bastarmi.

Non è stata un’impresa sfidare il sole e il vento di un mezzogiorno, truccata come non mi trucco mai.

Comprare dei fiori e portarli al cimitero, non senza aver scherzato con un bel ragazzo dall’accento salentino: signora, i lilium li preferisce arancio o porpora? Sono chiusi, il colore non si vede nemmeno.

Porpora, e go ahead.

Una volta varcare quel cancello mi provocava profondi turbamenti; oggi, che con i morti sono tutt’uno, avanzo sicura, prendo l’innaffiatoio e mi predispongo all’equa distribuzione degli omaggi floreali.

In realtà sono al cimitero per conto altrui, quindi mi adeguo ad abitudini consolidate negli anni.

Ci fossi andata di mia sponte forse avrei portato caramelle colorate, e mi sarei seduta per terra con le gambe incrociate, incurante della gente e degli sguardi.

Un’educazione formale, cioè formalmente precisina, ti insegna a recitare bene, forse anche a relazionarti ammodo con gli altri, quelli fumosi di cui sopra.

Altrove sarei cresciuta brada e selvaggia. Ma sempre gentile e bendisposta, chè carogna non sono stata mai.

Finita l’equa distribuzione mi sono seduta su un rialzo di marmo e ho sentito: l’amore, la perdita, il dolore, la speranza.

La certezza, quella che non sai nemmeno da dove scaturisca ma è in te, e ti dà la forza di rialzarti nonostante il ginocchio disastrato di fresco, di passare a salutare la mamma di Carlo, che è sepolta nella sua Puglia, di lasciarle un fiore e un sorriso con gli occhi pieni di ricordi belli.

Tu, sola col tuo mondo che ti porti appresso, senza strattoni e giri obbligati.

Con tutto il tempo che vuoi, tanto a casa non ti aspetta nessuno.

I gatti sanno bastare a se tessi, sovrani indipendenti, e tuo figlio è andato a studiare, a vivere  in terra polacca.

E tu sei sola ma libera, cioè libera ma sola.

Girando per tombe ho incontrato due mamme unite dallo stesso dolore disumano: intente a lustrare lapidi di marmo bianco coperte di fiori di tutti i colori del mondo.

Saluti e parole in libertà, strazio in libertà, ma sempre con un sorriso a fior di labbra.

Sono uscita e mi sono rimessa in auto, sperando di trovare un supermercato aperto  perché anche lo stomaco ha le sue necessità, e io da un po’ di tempo dimentico di mangiare.

Niente, tutto desolatamente chiuso: menomale che in frigo ho dei fiocchi di latte, cioè quelli che fanno schifo più o meno a tutti.

I miei vorrebbero che passassi da loro ma non me la sento.

Voglio starmene con me stessa, e puntare i piedi con ostinazione nel terreno dissodato di fresco, chè la morte è un’ala in più, solo un’altra ala attaccata alle nostre.

 

Ragazzi, vivete a piene mani, polmoni, gambe e cuore. Con uno sguardo grato al cielo.

Coro dei ragazzi: ce la stiamo mettendo tutta, ma nel frattempo possiamo brindare con te?

Fabi Silvestri Gazzè – Life Is Sweet