cani

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yawn

Volevamo stupirti con i soliti effetti speciali, quelli che piacciono tanto ai cuori teneri, e ci siamo riusciti.

Non c’è stato bisogno di grande inventiva, e nemmeno di uno sforzo eccessivo di volontà.

Piccolo cane rintanato nella tua cuccia, con la sindrome che ti fa aver paura degli altri e a volte perfino di te stesso, se ti accorgi dell’ombra che proietti sui  muri…

Piccolo cane, infierire sarebbe un eccesso: fai tanta pena.

 

Sono un cane di taglia medio/piccola, lo scarto di una cucciolata praticamente perfetta.

Forse non ho nemmeno un buon carattere, perché ringhio; ma ringhio quando ho paura.

Mi hanno dato via: non sarei stato ammesso a gare e competizioni.

In fondo non mi è andata tanto male; ho una cuccia, è vero, ed è impossibile che mi facciano entrare in casa, ma il verde intorno a me è immenso, e quando c’è il sole avrei tanta voglia di correre e rotolarmi e sporcarmi.

Ma non posso, perché al collo ho un anello di cuoio, e all’anello di cuoio è agganciata una catena che è legata a un paletto di ferro a due metri da casa mia.

 

“Sindrome da canile”, hanno detto, ma l’unico canile che abbia mai visto è questa casetta 2×2, e la pedana di legno davanti.

I padroni vanno, vengono, mi guardano appena.

Ai miei pasti ci pensa la domestica, che ha paura e spinge la ciotola con la scopa.

Poi corre via, come se potessi liberarmi e azzannarle i polpacci robusti insaccati in una calzamaglia di un colore veramente brutto.

Anche gli amici dei padroni non sono simpatici.

“Perché l’avete preso?”, ha detto un giorno il papà di Luca. “Non rispetta i parametri, perché l’avete preso?”.

Il mio padrone gli ha risposto che l’allevatore é un suo caro e vecchio amico, e non poteva essere scortese con lui.

Ma che ne sa lui dell’amicizia?

Si chiama “abbozzare per via di un grosso favore ricevuto”, e loro credono che io non sia capace di pensare, perché sono un cane, ma io penso, rifletto e potrei mordere, se volessi.

Magari un giorno lo farò. Approfitterò del momento in cui mi toglieranno la catena per portarmi dal dottore ed io correrò all’impazzata, correrò e morderò chiunque provi a sbarrarmi il passo.

I padroni mi hanno ingannato, preso solo perché non potevano rifiutarmi.

Mi avrebbero dato via volentieri, ma l’allevatore se la sarebbe presa.

E il papà di Luca, l’unico che si sarebbe potuto occupare di me, non ci ha pensato nemmeno per scherzo.

Loro collezionano cani di razza. Di razza pura, eh?

Gare, mostre, coppe e medaglie.

Io sono solo un po’ più basso, e ho la testa appena diversa.

E non è stata colpa mia.

Però Luca mi vuole bene, e quando è con i suoi viene alla cuccia, ai confini del parco, e mi accarezza.

E mi parla, sussurrandomi parole che mi fanno piangere di dolore e di gioia.

“Piccolino, vorrei tanto portarti con me, ma i miei non ne vogliono sapere. Ci ho litigato un sacco di volte, ma non c’è verso. Sai, io conosco la tua storia, da quando ti lasciarono con la tua mamma e i fratellini fino allo svezzamento. Qualcuno disse che non eri perfetto, e l’allevatore rispose che non potevano farti morire solo per questo, ma che lui non sapeva che farne di te, dopotutto.”

Lo guardo negli occhi.

“Luca, io ricordo le persone che son venute a vedermi, le carezze e i “mi dispiace, non c’è spazio”, “nostra figlia ha il terrore dei cani”, “lo prenderei, ma sono sempre fuori e questi esserini hanno bisogno di compagnia”. Poi la telefonata al signore che abita nella villa dall’altra parte del parco, e l’allevatore che si avvicina a me, mi guarda con una faccia strana e dice che mi ha piazzato a un amico che non poteva rifiutarmi”.

Rifiutare è una brutta parola, Luca. Son rifiuti le bucce di banana e le bottiglie di plastica schiacciate.

Io vivo, penso e soffro. A volte sono felice: quando c’è il sole e quando vieni da me, e mi porti carezze e biscotti.

E non li spingi con la scopa perchè mi vuoi bene e non hai paura.

“Luca”, gridano di là, “stiamo andando via. Vuoi smetterla di stare addosso a quella bestia?”

Volevate stupirmi con effetti speciali, fontane illuminate e distese d’erba infinite.

Un giorno io approfitterò del momento giusto, o spezzerò questa catena.

Un giorno.

 

 

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isole comprese

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La sincerità, seppur stizzosa, non paga mai.

Si usa preferire esser presi per il culo dalla piacioneria di chi umilia qualcuno coram populo, senza che il popolo se ne renda conto. Almeno in parte.

Siamo disabituati ai rapporti franchi, occhi negli occhi. Spesso ci costringiamo a farci bastare surrogati di affetto che affetto non è, quanto, piuttosto, il bisogno di assicurare un sostanzioso tot di crocerossine pronte a scattare in soccorso del narcisista di turno come centometriste alle Olimpiadi.

Io, lo dico spesso, non ho mai brigato per “accaparrarmi” un uomo.

Lo trovo umiliante e avvilente.

Amico, se dici di star bene con me fa’ che la tua condotta sia coerente con quello che vai blaterando.

Altrimenti arrivederci e grazie: vivaddio, il modo rigurgita ambosessi che a volte si cercano e a volte si incontrano per caso, dicendo, ognuno a se stesso, che quella persona là potrebbe essere quella giusta, non necessariamente per invecchiare insieme sulla panchina di un parco.

Dall’alto del disincanto di storie finite come soufflé sfortunati e mal sfornati mi son disposta come un soldato in difesa.

E sono in difesa da anni, attenta a non farmi corrompere da una serie di parole giuste dette al momento giusto.

Fortunatamente ho maturato sufficiente esperienza sul campo, per cui, magari dopo l’abbaglio iniziale, torno a toccare terra con la ferma consapevolezza che la coesione è un’utopia debole e malandata.

Ognuno di noi, sebbene non se ne renda conto o lo neghi, sa di essere una monade, un’isoletta solitaria che non prevede approdi imprevisti o sgraditi.

Non nego le eccezioni, alle quali mi tocca credere come le bigotte a tutti i santi, non bastasse Dio.

Ascolto la narrazione delle loro splendide storie d’amore eterno, e mi convinco che alcune, in effetti, potrebbero essere credibili.

Tu ed io da sempre, per sempre.

La pelle mi si accappona al pensiero di recite, mistificazioni e copioni recitati a beneficio di invidiosi e creduloni.

Beh, proprio io, che con gli uomini sono stata spesso poco clemente, non posso aspettarmi che qualcuno voglia sintonizzarsi sulla mia lunghezza d’onda;

se anche lo facesse avrebbe scarse possibilità di intercettare la mia strana, inspiegabile capacità di “leggere” le loro intenzioni, verso le eterne illuse o le scafate d’assalto.

“Oh, baby baby it’s a wild world”, avrebbe detto Cat Stevens.

Ma mai quanto me dopo una guerra.

Cat Stevens – Wild World

lettere scritte a mano (1)

writing

hand write in the notepad, education

 

Lettera di Adele a Marco

Ciao, sono una jack in the box; quella che immaginavi, ammesso che tu ci abbia mai pensato, persa chissà dove, dopo uno sproposito di anni.

Io non ti ho pensato mai, lo ammetto, ma solo perché perennemente fagocitata da un turbinìo di persone e situazioni difficili da tenere a bada. Oltre che da me stessa.

La vita ci trasforma, nostro malgrado.

Non avrei mai pensato, né immaginato né voluto diventare una donna senza emozioni.

Cortese, educata e a volte simpatica, ma nulla di più.

C’è che ognuno reagisce ai manrovesci della vita come è capace, come gli viene più semplice.

Come può.

Abbiamo trascorso un po’ di giorni insieme, anche se, sommandoli, non raggiungeremmo  due settimane.

Sei una bravo ragazzo ancora oggi, ma ci è successo di non ritrovarci esattamente sulla stessa rotta o lunghezza d’onda, se preferisci.

Succede spesso, soprattutto se gli anni e i caratteri ci spingono a diventare poco duttili e malleabili, diffidenti, restii a fare quel salto nel  buio che certi sentimenti prevedono.

Forse non abbiamo nemmeno avuto il tempo sufficiente per dirci le cose che contavano davvero, persi in interminabili telefonate prive di senso (e qui faccio ammenda).

C’è che è andata così.

Io sono esattamente dove m’hai salutata una quarantina di giorni fa.

Tu non so.

Sei tornato a sprofondare in quella fitta nebbia fatta di presenze sempre nuove e mezze verità.

Però io non sono scema, tanto quanto non lo sei tu.

Forse sono più sincera, ma questa potrebbe essere solo la mia opinione, oltre a quella di chi mi conosce davvero.

Ho provato tanta rabbia, mi sono sentita messa in un angolo come un oggetto inutile ma forse era una mia percezione errata.

Non tanto, però, perché tra di noi sono rimaste sospese situazioni (tue) mai chiarite; spesso abilmente deviate.

Ci ho pensato tanto, in queste settimane.

Ti voglio bene ma non basta.

Essendo profondamente diversi abbiamo entrambi il diritto di tornare ad essere felici, anche se non insieme.

Io, oltre all’uomo più importante della mia vita, ho gli animali e una nuova via che ho appena iniziato a percorrere.

Una via spirituale ma non religiosa, e anche in questo non ci siamo capiti.

Odiare non serve, così come non serve costringere qualcuno a piegare la nostra volontà.

Siamo liberi; tutti gli esseri umani lo sono, o dovrebbero esserlo.

Io non porto rancore: me ne sto liberando grazie al mio percorso.

Spero che la strada che prenderai renda felice anche te.

Ciao, Marco.

Perdersi di vista non sarà necessario, se lo vorrai anche tu.

Un abbraccio sincero

Adele

con gli occhi semichiusi

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Per voi amici e per voialtri, che non mi reggete nemmeno col Maalox, insomma, per tutti una ninna nanna improvvisata ma non improvvisa.

Possano i vostri conflitti sanarsi: quelli che vi vedono contrapposti a qualcuno o, peggio, a voi stessi.

Che le affinità fra persone si manifestino in un tripudio di gioia, ma che là dove l’affinità non esiste nemmeno come ipotesi, possa la gente capire e fare un passo indietro.

Non siamo tutti compatibili con tutti: se così fosse avremmo una società di cervelli piatti e omologati.

Che la persona che ama l’esclusività nei rapporti possa incontrare chi è sulla sua lunghezza d’onda.

Quelli che  prediligono le relazioni “condominiali”, tutti insieme appassionatamente (e rumorosamente) abbiano esattamente quello che vogliono, essendo, oltretutto, avvantaggiati dallo spirito cameratesco e caciarone che impera sovrano.

Che chi ama mettersi in mostra possa farlo liberamente, senza critiche o allusioni aciducole.

Chi, invece, è a suo agio con pochissimi o, meglio, in solitudine, non sia fatto passare per sociopatico.

E non se la prenda se, a volte, gli capita di sentirsi messo da parte.

La vita è fatta di scelte, e ciascuna comporta alcune conseguenze, magari non sempre piacevoli.

Personalmente sono alla ricerca di una serenità solida; talmente solida da non farmi avvertire più la malinconia che, a volte, prende noi solitari.

Soli (o liberi?) e sereni si va lontano, anche senza il seguito di coribanti in festa.

Buonanotte, quindi.

A chi dorme già e a chi, come me, aspetta che Morfeo si presenti con la manina alzata in segno di saluto.

Sia – Lullaby

 

 

guardami dentro gli occhi

cinema

Siamo entrati in una delle raffigurazioni dei tempi cambiati, un multisala.

Stesso numero, posti vicini.

Eppure abbiamo visto film diversi.

E ognuno continua a raccontare la sua trama, quella che ha inteso, o capito di intendere.

Forse nella ciotola dei nachos c’erano funghi strani.

Il pensiero devia per un attimo e si riavvolge, pellicola amorevolmente obsoleta, e il proiettore rimanda l’immagine dei vecchi cinema di città, quelli con le poltrone di velluto frusto e la tappezzeria a fasce verticali ormai stinte.

Cinema destinati all’essai, alle coppie brizzolate e occhialute della domenica sera, figli altrove e qualcosa di cui parlare.

Calda sensazione di déjà vu in realtà poco vissuto: poco e male;

perché non si può andare dritti al centro nevralgico di ogni sentimento o sensazione che continuano a riproporsi travestiti da simboli onirici.

Quando la misura è colma si deve (odio il verbo dovere) dire basta, e andare a capo, laddove il capo può essere il risveglio in un altro letto, l’Arno che si muove sotto Ponte Vecchio, un buco di casa nel verde in Valle d’Itria.

Un’altra persona nei cui occhi puntare lo sguardo, certi di dire addio, o almeno arrivederci, alle mortificazioni, ai consigli fuori luogo, alla fiducia mal riposta.

Il male offerto si nutre di male ricevuto, e non c’è scampo, in nessun modo.

Quindi, baby, tornando al multisala con le luci imbarazzanti e assodato che abbiamo assistito a proiezioni diverse, ci salutiamo all’uscita o giochiamo a Kill Bill?

Massive Attack ft. Hope Sandoval – The Spoils