oltre il fiume

souls

Sono agnostica.
Non c’è termine più adatto a definire il mio atteggiamento indifferente/scettico di fronte a ciò che non riesco a “controllare”, o a toccare con mano.
Sono nata in una famiglia cattolica come la maggior parte di voi, e ai precetti cattolici sono stata iniziata: battesimo, prima comunione e cresima, matrimonio religioso (se lo aspettavano, mi sarebbe dispiaciuto deluderli).
Manca l’estrema unzione, ma credo ci sia tempo.
Nullità presso la sacra rota, giusto per “vuotare l’amaro calice fino in fondo.”
Nel frattempo, andando a ritroso, soggiorni prolungati presso una nonna amatissima che mi faceva pregare, rispondendo “amen” al suo latino inventato quasi di sana pianta, più cinque anni in un collegio che definire claustrofobico sarebbe un complimento.
Come volete che dovesse andare?
Sono cresciuta credendo di credere, osservante e rispettosa, seppur con un senso indefinito di malcontento ben nascosto da qualche parte.
Non sono esplosa all’improvviso; piuttosto ho iniziato a prendere le distanze un po’ per volta da un mondo  proposto senza che io ne fossi stata mai veramente interessata.
D’altronde come era possibile esserlo tra i 60 e i 70, in un ambiente chiuso e pago dei propri circoli e delle proprie finte certezze?
Ho sempre pensato che sarei dovuta morire io, invece dell’incolpevole Gianfranco, vissuto nemmeno due giorni.
Chissà che vita avrebbe avuto.
Chissà se sarebbe stato felice.
Invece lo riportarono a casa da Bari, Policlinico, chiuso in una cassettina di legno chiaro.
Io mi sarei affacciata qui quasi due anni dopo.
Già.
Ancora oggi, quando vengo precettata dall’anziano genitore per far visita ai trapassati, guardo quella piccola targa che porta nome e cognome, più la data di nascita e la data altra: così vicine.
Non so se per suggestione o altro, i miei sogni di bambina e, poi, di adolescente, sono stati accompagnati dalla presenza costante di un bimbo dai capelli lisci e scuri, un bimbo che non mi lasciava la mano nemmeno per un attimo.
Cessai definitivamente di sognarlo quando nacque mio figlio, quasi 24 anni fa.
A volte, scioccamente, gli chiedo di tornare a prendermi per mano perchè ho bisogno di lui e dei suoi occhi neri e attenti; e sì, vorrei abbracciarlo, perchè non ho potuto farlo mai, nemmeno nella dimensione parallela che nutriamo con l’inconscio.
Io non mi spiego tante cose e nemmeno voglio più spiegarmele: il mio fratellino morto per asfissìa in ospedale, la mia nascita rocambolesca in casa (ci mancò poco che lo raggiungessi) risolta grazie all’estrema perizia di mio padre, gli altri due bimbi alternati (mia madre aveva messo al mondo un maschio, una femmina, un maschio, una femmina).
L’idea della predestinazione è suggestiva ma mi fa paura perchè va a sfiorare un mondo che temo e al quale fatico a credere.
Quella del libero arbitrio suona così bene, ma ha delle falle.
Io guardo il cielo spesso, chiedendomi se oltre quelle nuvole possenti e veloci ci sia un’Entità, o semplicemente la rarefazione dell’atmosfera.
Vorrei avere le tasche piene di risposte, ma nelle tasche ci metto solo i pugni stretti e cammino per questa strada piena di ostacoli, trabocchetti e tradimenti tanto, vivaddio, prima o poi arriverò al capolinea.
Oggi vivo con me stessa; non posso dirmi felice ma sto imparando ad apprezzarmi quasi per quanto valgo.
Raramente mi rendo conto che sto parlando con Dio (io che ho sempre parlato da sola); poi mi fermo di botto e mi dico che, non si sa mai, le malattie neurodegenerative sono sempre più diffuse, e colpiscono sempre più precocemente.
Comunque sia, comunque vada, io sono agnostica, ma non mi dispiacerebbe, un giorno, ritrovare il piccolo Gianfranco e tutti coloro che ho e che mi hanno amata.

Una speranza costa poco, dopotutto.

C’est le vent, Betty – Gabriel Yared

 

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3 pensieri su “oltre il fiume

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