quello che ti capita

morante

Non avrei mai creduto di potermi sentire così arrabbiata, sconcertata, frustrata, legata, impedita.
E tutto insieme.
Si ha un bel dire che la distanza geografica non è nulla, che basta salire su un aereo o su un treno, e bla bla bla.
Vogliamo parlare di “impedimento impediente” estrapolandone il senso dal suo ambito originario, che io detesto con tutta me stessa?
C’è che spesso abbiamo le mani legate, nel senso che ce le legano.
E, per quanto vorremmo spezzare le catene come Kunta Kinte, abbiamo la consapevolezza di poter fare poco, e che oltre quel poco ci sono confini che non siamo autorizzati ad oltrepassare.
Per cui la tanto decantata libertà è solo un’opinione, un concetto astratto col quale amiamo riempirci la bocca sapendo che il cervello si è già saggiamente dissociato.
Siamo soli, e lo siamo nel senso più crudo del termine.
Intorno a noi si muovono figure, amiche e non, umanità varia, vicini di casa e conoscenti, ma noi siamo soli.
Ed è per questo che ci capita, talvolta, di svegliarci all’alba, con gli occhi spalancati, e di veder sfilare in mente gli ultimi avvenimenti, di solito spiacevoli.
Per cui allungare un braccio verso l’interruttore della lampada è scontato, com’è scontato sapere che ci si riaddormenterà chissà quando…
Per fortuna oggi è domenica, così potrò essere isolata e anarchica come piace a me.
Alzarmi quando mi pare, vedere gli ultimi film scaricati, darci sotto con gli ansiolitici, chè se non fosse per loro il cuore mi sarebbe schizzato via dal petto chissà da quanto.
Girare per casa in pigiama o vestirmi e truccarmi di tutto punto solo per potermi guardare allo specchio senza inorridire.
Pensare a lui che sta male ed è lontano, e a me che posso solo sentirlo per telefono, almeno per ora.
E capire che rabbia, sconcerto e frustrazione nascono esattamente da questo.
Almeno stavolta.
E’ proprio vero: la vita è quello che ti capita, ma molto dipende dal tuo modo personale di considerare, analizzare ed accettare, o meno, esattamente quello che ti capita.
Ed io sono ancora troppo amareggiata per sapere come dovrò comportarmi, sapendo che molte mie reazioni non dipendono dal mio IO cosciente ma dai dèmoni che mi abitano, numerosi.
E so anche che non posso pretendere che gli altri provino a sintonizzarsi con i dèmoni suddetti, considerato il fatto che IO, per prima,vorrei liberarmene per sempre.

Intanto si son fatte le sei, i gatti hanno appena smesso di soffiarsi contro ed io mi alzerò, ma solo per una tazza di latte caldo, visto che siamo passati da oltre trenta gradi al quasi pieno inverno.
Poi chissà, l’aspetto positivo della solitudine è che, almeno nei giorni di festa, puoi fare quello che vuoi senza che qualcuno provi a invadere i tuoi spazi.
Per cui, amici e non, W l’anarchia.

Damien Rice – My Favourite Faded Fantasy

La foto è di Marlie Morante, Luz de Aurora Photography

l’incipit

marlie

Il telefono squillava, incessante, mentre ella (ella, ella) cercava di districarsi fra il telo nel quale si era avvolta maldestramente, e il tubo lungo della doccia.

Giusto il tempo di scivolare inciampando in una ciabatta, genuflettendosi  violentemente  al cospetto della porta del bagno semiaperta.

La spinse con un gesto secco e perfettamente simmetrico delle mani aperte, pensando in tutte le lingue morte che conosceva, cioè in ciò che ricordava di esse.

Facendo leva sui palmi riuscì a sollevarsi un po’, poi si aggrappò al lavabo e si tirò su, sperando che non le sfuggisse la presa.

E’ che certi giorni nascono a modo loro e, per quanti sforzi si facciano per invertirne la direzione, si riesce solo a complicare tutto.

Bagnata, con tracce di sapone qua e là e il telo a mo’ di peplo, realizzò che aveva rischiato l’incolumità fisica inutilmente; avrebbe dovuto considerare, infatti, che il telefono avrebbe smesso di squillare prima che riuscisse ad improvvisare quella corsa verso la stanza da letto, tanto rocambolesca quanto ridicola.

“ Un operatore telefonico”, pensò mentre sul viso le si disegnava una smorfia sinistra.

Escludendo figlio, madre, sorella e amico del cuore non poteva essere che un dispensatore di fregature camuffate da “offerte molto vantaggiose”.

“E’ andata”, si disse, e prese a ricomporsi come se non ci fosse stata alcuna interruzione.

Asciugatura accurata, crema applicata sul corpo con una cazzuola e fatta assorbire con un rullo per pitture.

Asciugatura capelli e vestizione.

Asciugatura dell’acqua che aveva semi allagato il bagno.

Dopo un’ora scarsa era tutto in ordine, tranne i pensieri.

“Perché una storia d’amore finisce? Chi stabilisce, e soprattutto come, il momento a partire dal quale si è autorizzati a sentirsi liberi? Storia finita – the end senza appello – è quando uno dei due si disamora e si allontana pian piano mentre l’altro rimane in stato di imbambolamento pensando alla vasta produzione musicale di Marco Ferradini?”

O, piuttosto, per storia al capolinea si intende un rapporto esaurito come un coniglio senza pile Duracell? Cioè una storia morta per consunzione naturale e biunivoca?

Realizzato per la millesima volta che arrovellarsi non fa bene alla salute mentale, aprì il frigo e si attaccò alla bottiglia del succo alla pera come fosse un biberon.

Parzialmente rinfrancata andò a cambiarsi le scarpe, dipinse il viso un po’ a casaccio, tuttavia senza eccessi, si caricò (come bestia da soma) di articoli da eliminare e, presa la borsa al volo, si diresse verso la porta di ingresso, chiudendosela alle spalle.

Mentre chiamava l’ascensore il telefono riprese a squillare.

Chiuse gli occhi, contò fino a cento e, mentre entrava nella cabina, sommersa da inutili masserizie, rivolse al milite ignoto un saluto tipicamente ittita.

Quindi si catapultò in strada, scaricò il ciarpame in auto e, prima di dirigersi verso la sua destinazione, passò dal bar all’angolo per il rituale prosecchino del primo pomeriggio.

Arcade Fire – The Suburbs

La foto è di Marlie Morante, Luz de Aurora Photography