le amputazioni necessarie

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Ho percorso un altro tratto di vita: emozioni al guinzaglio, tenute a malapena come giovani cani irruenti e gonfi di energia.

Ho percorso una strada sterrata alla fine della quale ho visto solo una curva.

Poi niente, ma solo perché non sono andata avanti abbastanza.

Certi panorami a sorpresa si possono immaginare facilmente: perché rischiare di trovarsi davanti una catasta di tronchi messi di traverso o un muro difficile da scavalcare?

C’è che ho percorso tanta strada, nel complesso.

C’è che ho sulle spalle un basto pesante di ricordi che fanno male, ed io non posso più permettermi di fare ulteriori concessioni al mio spirito sentimentale che saprebbe dire ancora la sua.

Non glielo permetterò.

I sentimenti, soprattutto alcuni, contemplano un prezzo molto alto da pagare: altre scatole e scatole di nuovi ricordi da elaborare e stoccare alla solita maniera di Cold Case.

Perciò ho appoggiato il mento sul palmo della mano sinistra, con le dita sulla bocca, mentre la destra butta giù queste parole di addio ad un altro pezzetto di me che è dolente ma vitale.

Amputazioni  necessarie.

Certo, se impazzissi,  in un solo momento potrei ribaltare tutto: capovolgere me stessa e le mie convinzioni testarde, intransigenti, impaurite.

Sforzarmi (tanto) di imparare a vivere con leggerezza e una dose generosa di incoscienza.

Dopotutto abbiamo una sola vita: tanto varrebbe fumarsela o strapparla pezzo per pezzo come carta di giornale,

per poi farne rozzi coriandoli da lanciare in faccia a chi giudica, a chi crede di essere migliore solo perché è omologato.

Tutto  diventa penosamente stretto quando arriviamo a capire di aver buttato via occasioni e possibilità solo per un malinteso senso di “correttezza”.

Un’occhiata distratta all’orologio che abbiamo dentro e capiamo subito che avremmo sbagliato in ogni caso, perché a governarci è il nostro passato e tutto il male che ci ha lasciato dentro.

Da qualunque angolazione la si guardi, la vita si presenta spesso come una gigantesca farsa inutile che si prende gioco di noi.

Gran bella consolazione.

Radiohead – How Can You Be Sure?

la banalità delle vita (a volte)

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Mi sono nutrita di musica durante un interminabile periodo buio perché il concetto di futuro appare una nebulosa indistinta ad una giovane ragazza insicura, tormentata da paure e incertezze di ogni genere.

Il mio vero essere l’ho celato bene dietro un’apparenza dura, scettica, a volte cinica.

Poi, inevitabilmente, arriva il momento in cui ti siedi su una grossa pietra lungo la sponda del fiume e, guardando stancamente lo scorrere dell’acqua, ti chiedi chi tu sia, adesso, e chi sia stata quando più o meno tutti costruivano progetti sul tuo piccolo e povero essere in divenire.

Però succede che le previsioni delle Menti Eccelse siano costrette a scontrarsi con la sostanziale semplicità di una giovane donna sopravvalutata: una donna che avrebbe voluto solo un suo spazio e la sua vita.

La sua vita.

Come se pretendere di avere una piccola vita da spendere secondo il proprio modo di essere e di concepire gli accadimenti fosse un lusso, piuttosto che un banalissimo diritto.

Cresci cercando di far tesoro del buono ricevuto, mettendo da parte senza remore ciò che non fa parte del tuo modo di essere e di pensare.

Vai avanti, certo: gli anni trascorsi sono un incentivo a tentare un parziale recupero  di ciò che ti è toccato perdere strada facendo, mentre raccoglievi briciole e ti disponevi a ritrarti in un angolino per non creare problemi, paga di una manciata di caramelle beffardamente consolatorie.

Ovvio: in un mondo ipocrita, falso e raffazzonato  non riesci nemmeno più a sperare che l’uomo sul destriero bianco ti porga una mano, invitandoti a salire con lui sulla sella, sussurrandoti piano che nessuno riuscirà mai più a separarvi.

Quindi, secondo l’allenamento di anni ed anni, prima di stenderti un po’ per non pensare raccatti la manciata di briciole che persino un uccello rifiuterebbe.

Le raccogli nel palmo di una mano e poi, dopo averle quasi spremute, le riponi in un bicchiere di plastica che sistemi sul comodino, accanto al tuo letto.

Chiudi gli occhi pensando che domani è un altro giorno, ma sai bene che domani sarà uguale a ieri, e a tutti i giorni che verranno.

Bruce Springsteen – Drive All Night

La foto è di Marlie Morante, Luz de Aurora Photography

una parola al giorno

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Parti con un’idea che ti era sembrata buona, ma che perdi strada facendo perché le distrazioni maledette sono sempre acquattate ovunque.
Avrei voluto vomitare parole a raffica in uno stream of consciousness catartico, liberatorio.
Le parole erano spillate in mente come ali di una povera farfalla moribonda, ma dev’essersi alzato un vento impetuoso che ha portato via polistirolo e farfalle.
Chi si aspetta, da parte mia, una solenne ammissione di colpe varie ed eventuali rimarrà deluso.
Ancorchè impulsiva e cocciuta non ho perso il lume della ragione e, con esso, la capacità di cogliere certe sfumature, certi toni, perfino certe pause sapienti.
Non mi sono mai nascosta o negata al confronto, quando e se necessario: peccato che certi confronti siano del tutto pleonastici.
Io ho le mie convinzioni, voi le vostre.
Cambiare idea è salutare ma non obbligatorio, soprattutto se quella vocina flebile che abbiamo dentro ci esorta ad ascoltarla, offesa per essere stata ignorata troppo a lungo.
Non so voi, ma io ho bisogno di “vederci chiaro” sempre, anche quando le circostanze esterne, tutte, remano contro.
Se mi fidassi ciecamente mi sentirei una povera idiota, e questo non riesco a sopportarlo.
Chiedo venia per l’assenza di toni lirici e parole gravide di sentimento: queste parti di me sono andate in ferie.
Magari andateci anche voi, ma abbiate cura di ridurre al necessario le funzioni cerebrali: io lo faccio spesso, e mi giova.

Traffic – John Barleycorn Must Die

La foto è di Marlie Morante, Luz de Aurora Photography