il buono rimasto

marlie

Mi presento.

Sono la foschia all’orizzonte, l’uscita secondaria, la tazza di latte fra le mani.

Immagino, e mi illudo che qualcuno riesca a figurarsi, non so come, i nodi aggrovigliati che non mostro per pudore.

Quattro occhi nei miei, speranza incredula, ipotesi rispedite ai mittenti.

Ho preteso, sciocca, di poter comunicare quello che nemmeno c’è più: come i morti da tanto, che hanno da mostrare solo ossa e pochi stracci.

Come gli abiti muffi e impolverati dei fantasmi dei film.

Abiti vuoti, senza corpo, stoffe che si afflosciano su assi sconnesse.

A volte mi sento solo un involucro: quel che ho dentro ha perso consistenza col passare degli anni e l’affievolirsi dei ricordi, e non so più quanta parte, di me, appartenga al piccolo mondo disfatto e quanta ai sentimenti che cerco di tenere svegli, alle emozioni che tiro fuori dal fondo dell’anima, raschiando con le mani nude.

Ho soffocato spesso la spontaneità, sacrificandola al dio perfezionista bastardo che mi costringe ad essere formalmente precisa più spesso del necessario.

Soffocare  la parte più vera del proprio io è un errore imperdonabile: difficilmente si torna indietro, e se ci si prova è molto facile ritrovarsi a fare e a dire cose grottesche dettate dallo sforzo, inutile, di riappropriarsi di una parte di sé che non c’è più.

Cosa ho da offrire oggi, concretamente?

Che cosa posso donare agli altri, e cosa alla me mutilata che tace con la testa bassa?

Dare la caccia alle responsabilità di terzi non ha più senso, né alle proprie, comunque meno meritevoli di venia.

Imbrigliare, e poi contenere.

Mettere insieme il buono rimasto e farne caramelle colorate da mangiare e regalare finchè c’è tempo.

Eddie Vedder – Can’t Keep

La foto è di Marlie Morante, Luz de Aurora Photography