oggi

bnbn

L’uomo, rozzo nell’aspetto ma gentile, frena la mia falcata meccanica e distratta.

– Signora, non entrate (al sud usa ancora il “voi”), l’ufficio non funziona perché non c’è elettricità. L’Enel sta lavorando qua dietro.

Lo guardo, lì per lì senza capire: mi ha colto alla sprovvista.

Guardo le porte chiuse ed alcuni impiegati che chiacchierano in piccoli gruppi sparsi, poi torno a guardare lui.

Penso di avere un’aria stralunata: se non fosse per gli impiegati fuori penserei ad una burla senza senso.

Mentre, finalmente, afferro il concetto e provo a sorridere, ringraziando, gli occhi si incollano ad una targa di ottone sul muro esterno del palazzo alle spalle dell’uomo.

Dunque son venuti a stare qui, gli avvocati.

Non lo sapevo.

Non mi interessa.

Saluto e devio, imboccando una strada in discesa che mi porterà a casa in pochi minuti.

Non so se tornerò a ritirare la raccomandata.

Non oggi.

Al momento mi sembra più importante dare un’altra leccatina alle ferite, piuttosto che pensare al balocco che, forse, distoglierebbe i miei pensieri fissi e asfittici in un barattolo di vetro.

Magari tra un po’ proverò a forzarmi: male che vada tornerò indietro un’altra volta, ma come posso ipotizzare un ritorno se non ho ancora deciso di andare?

Smashing Pumpkins – Today

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gli occhi in cielo

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Chiusi.

Inscatolati nelle nostre convinzioni acquisite sul campo o indotte, chissà.

Guardiamo il mondo, quello vivo, correre veloce e, talvolta, sfiorarci i fianchi.

Rallentiamo ulteriormente il passo per paura di essere coinvolti, inglobati in consessi che ammiriamo,  ma che danno forma alle nostre paure.

Noi dai nostri timori più angosciosi stiamo lontani come da una malattia rara.

Il ghetto psicologico nel quale troviamo riparo ci fa sentire protetti, e sicuri che niente di brutto ci accadrà, almeno fino a quando ci terremo per mano tra di noi.

Là fuori la gente  si muove veloce, come le nuvole stratificate in specie diverse: così belle che verrebbe voglia di dipingerle.

Noi le guardiamo passare in alto, con la mano tesa sulla fronte, e sappiamo di non appartenere ad un mondo per il quale uno più uno dà sempre due.

Serj Tankian – Sky is over

il vento sul viso

nita

Nel tempo ho imparato ad ingoiare le delusioni così come butto giù le compresse che assumo ogni giorno.

Nemmeno un sorso d’acqua, a volte.

Non è facile, ma si può tenere a bada qualunque novità che potrebbe sembrare una ventata di aria fresca: nel novantanove per cento dei casi non lo sarà.

Questione di statistiche, ma anche di prevedibiltà di certi clichè tutti uguali a se stessi.

E non è che la colpa sia tutta di chi non capisce quello che abbiamo dentro: siamo noi, noi con i nostri vuoti affettivi spropositati, a pensare che qualcuno possa realmente sintonizzarsi sulla stessa lunghezza d’onda.

Normalmente non accade, anche in assenza di impedimenti di una certa importanza.

Pare che certe persone si siano votate, non so per quale assurdo disamore di se stesse, ad ingarbugliarsi la vita oltre misura.

Scomodare la psicanalisi sarebbe utile, forse, ma ad un certo punto della vita si vorrebbero soluzioni più semplici e brevi.

Con pochi rimuginamenti e pochissima voglia di illudersi che la nostra lunghezza d’onda sia intercettata da qualcuno.

Non accadrà.

La solitudine è un incidente, una scelta, una risorsa.

Siamo noi a darle il valore che crediamo meriti, e questa attribuzione di valore passa per le trame fittissime della nostra razionalità, che andrebbe coltivata quotidianamente come una pianta bella e rara.

Slowdive – Changes

all’antica

angelo-della-morte

Cos’è che non va?

Attimo di perplessità e di panico.

Ecco il colpevole: il volume dell’audio.

Troppo basso scivola via senza colpo ferire, a palla stordisce e ingarbuglia i pensieri, già sofferenti di loro.

Ancora una volta (temo di aver perso il conto)provo a mettere ordine in ciò che l’ordine, questo sconosciuto, non l’ha mai conosciuto manco per sbaglio.

Perché, lo sapete, ordine non è solo riporre i pullover nell’armadio in base al colore o al peso della trama.

E non è nemmeno lucidare la scrivania come se ci si dovesse specchiare.

Ordinare, anzi provare a dare senso compiuto a quello che ci circonda vuol dire caricarsi sulle spalle un lavoro davvero improbo: incasellare con meticolosità e, possibilmente in ordine cronologico, tutto quello che ci è accaduto, che ci ha segnato, che ha fatto di noi persone diverse da ciò che avremmo mai potuto solo lontanamente immaginare.

E tutto scorre, panta rei, fino alla prossima pausa necessaria.

A riflettere, a cercare di capire, a provare a spiegare a se stessi genesi e apocalisse di ogni residuo tentativo dell’anima in cerca di completezza, o almeno di ristoro.

Forse siamo nati per soffrire, come qualcuno vorrebbe farci credere.

Forse siamo incapaci, o solo maldestri.

C’è che mi rialzo, oggi come allora, e sento dentro una gran voglia di vita alla quale si contrappongono le disillusioni stratificatesi in anni alla ricerca di me stessa.

Non so se arriverò mai a capire il perché delle vicende della mia esistenza, ma andrò avanti finchè avrò la forza e la voglia di farlo.

Finchè non mi sarò resa conto dell’effettiva utilità di anni (anni!) di ricerche, autoanalisi, dissezione quasi chirurgica di ogni moto spontaneo di quella parte di noi che qualcuno chiama anima.

Ride – Vapour Trail