autodifendersi

pugno

Sbagliare è umano, perseverare anche.

Ci sono individui ai quali non basta, evidentemente, essersi fracassati il muso più e più volte: essi continuano, magari sperando in una ricompensa postuma.

E che vi devo dire?

Il mio grugno conserva le tracce dei colpi violenti, e questa sorta di memoria nitidissima mi tiene lontana da pericoli di vario genere.

Mi protegge e veglia sulle mie improvvise intemperanze di ex ragazza impulsiva.

Fortunatamente ho piantato le estremità inferiori  sotto una basola di incredibile pesantezza che tiene a freno anche i miei sentimenti a volte ballerini.

Penso che addestrarsi all’autodifesa ci possa privare eccome di possibili, belle esperienze, ma che, in compenso, ci tenga giustamente ancorati alla realtà: quella che mai andrebbe persa di vista.

E quando dico mai intendo mai.

Suzanne Vega – The Queen And The Soldier

l’importanza di chiamarsi Sigfrido

Ci sono, ancora, ma devo affrettarmi  perché il mio Morfeo recalcitrante inizia a bussare alla porta.

E, voi lo sapete bene, non c’è nulla di più rasserenante che lasciarsi andare al sonno senza barriere, senza difese.

E’ un po’ come essere cullati dalle braccia amorevoli di una mamma, anche se avete cinquant’anni e la mamma non c’è più.

Nella giornata appena trascorsa, una domenica anonima di pasta in bianco e pensieri aggrovigliati, ho ritrovato un amico dei quindici anni: roba da far impallidire la Carramba della Raffaella nazionalpopolare.

Certi confronti dopo decenni lasciano in bocca l’amaro di tempi ormai lontani, quando si era ragazzini speranzosi nel futuro.

Poi, va da sé, gli eventi ti assestano poderose legnate, e tu, giocoforza, impari ad abbozzare.

Oggi ho conosciuto Sigfrido, anche: solo perché gli ho venduto un netbook che non usavo più.

E mi son detta che uno con un nome del genere dev’essere pedante e piantagrane.

Magari vi aggiornerò, anche se il povero Sig mi è sembrato cortese e disposto al dialogo.

Però, porca miseria, come si fa a bollare un figlio così?

avvelenata, con moderazione

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Si va avanti.

Si deve, credo, per il fatto che ci siamo.

E non è sempre sentirsi infilzati da uno spiedo gigantesco, o schiacciati da un masso.

Ci sono cieli sereni, di tanto in tanto.

Affetti consolidati e nuovi amici con i quali bere un bicchiere di buon vino.

Nonostante tutto il bagaglio alle spalle si deve procedere cercando di soffocare le incertezze e le paure, chè quelle, di ogni genere, non mancano mai.

Son cambiati i paesaggi e certe costruzioni, la vegetazione e la segnaletica stradale.

Sfidando rotatorie in crescita esponenziale mi chiedo, ogni volta, se ad aver imboccato la strada per prima sono stata io: così do la precedenza a chi non l’aveva e taglio la strada ad altri.

Sappiate che se muoio in auto sarà stato a causa di ciò.

Lo scrivo per celia, ma con la consapevolezza che tutto, ma davvero tutto, potrebbe capitarci in qualunque momento.

Perché, noi, mica abbiamo l’ombrello e i poteri di Mary Poppins.

Si va avanti, quindi.

Gli altri si aspettano ancora tanto, da noi, e noi non possiamo deludere.

Cioè potremmo, ma alcuni hanno nel dna la vocazione al sacrificio di se stessi e delle proprie, legittime priorità.

Se ne prende atto e si continua il cammino perché non si sa essere diversi, perché uno sguardo rammaricato farebbe più male di un pugno nello stomaco.

Già: ma “se io avessi previsto tutto questo”…

 

Francesco Guccini – L’Avvelenata