no way back

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A volte non capisco perchè ci affanniamo tanto, perchè lasciamo che il cervello si fonda alla ricerca di soluzioni che consentano una specie di sopravvivenza accettabile.
Non so bene degli altri, mi confronto spesso e ho la sensazione di essere in una gigantesca giostra come quella dei criceti: solo infinitamente più grande.
E di essere in buona compagnia.
Ognuno si consola come può: qualcuno riesce a convincersi di essere addirittura felice, magari sotto l’effetto di droghe che potete chiamare psicofarmaci, religione, accumulo di denaro sufficiente per soddisfare qualche capriccio.
Altro.
L’importante è sopravvivere all’Angoscia: quella che tiene svegli nel cuore della notte a porsi domande che non hanno risposta.
C’è che, alla fine, la mente si stanca di tanto inutile lavorìo: tanto vale cercare un appiglio per non soccombere, per non lasciarsi sopraffare dal senso di Inutilità che si insinua, subdolo, ogni volta che provo (io) ad essere solidamente, razionalmente costruttiva.
Ho davanti un corridoio di piccole certezze un po’ volute, un po’ capitate per caso, e ho idea che il mio istinto di sopravvivenza mi abbia indotto a cercarle per non affondare.
La lotta perenne fra il sentirsi “in pace” e il rendersi conto di avere ancora molta strada da percorrere è diventato uno stile di vita, un tratto connotativo, quasi una missione.
E il “cui prodest?” è sempre intorno, ad aleggiare come un corvo ammaestrato.
Qualcuno provi ad essere tanto illuminato da fornire spiegazioni che abbiano un senso, chè di parole al vento ed espedienti vani sono stanca.
Tuttavia stamattina c’è il sole, e il calendario mi ricorda che ieri, giorno dedicato a santa Cecilia, non ho pensato ad accendere nemmeno una lucina di natale.
Certo, sono ampiamente in tempo, ma il tempo cos’è?

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senza confini, senza barriere

rose morte s

Non voglio chiamarti
chiedere per sapere
– ma sapere cosa, poi?-
Ti custodisco in una teca
a mezz’anima.
Immagino, a volte, e più spesso son realista.
Però sei nella teca
a mezz’anima
e spero ci stia comodo.
Oggi eri con me e mio padre
tombe e fiori e pace ovunque.
Non è forse un addio la pietra tombale di un amore?
Ho percorso i viali sorridendo dentro di me.
Eri accanto, e guardavi le croci e i particolari più suggestivi.
Ne abbiamo anche parlato, bisbigliando tanto da non essere uditi.
Non mi aspetto che tu mi risponda,
anzi non è davvero necessario.
E’ buono e giusto che ciascuno serbi i ricordi che sente congeniali.
Può essere che tu non ne abbia più alcuno, che io ti appaia, nel ricordo, un’anima inquieta che aveva incrociato la tua inquietudine e nient’altro.
Mi va bene così: se un tempo ho avuto aspettative adesso sorrido al mio passato tenero, difficile, ingarbugliato.
Era un percorso obbligato e noi ci siamo passati, come da copione.
Non so tu, ma io mi sono seduta, e cerco di stare comoda.
Guardo cosa ho intorno adesso, mi adeguo e accetto.
A volte mi infrango contro gli ostacoli come la spuma del mare sugli scogli, ma poi torno a tremolare quieta sotto il tenue riverbero della luna.
Io sono quella che sono stata.
Adesso guardo il libro della mia vita, socchiuso, e non mi aspetto nulla, se non l’accettazione totale del ruolo che fui chiamata ad interpretare, sapendo che avrei incontrato gente, la più disparata.
Tra questa gente sei passato anche tu.
Forse non ti importa, forse rideresti delle mie parole, ma oggi ho la fermezza che viene dalla riconciliazione con me stessa, e dalle attenzioni che ho iniziato a dedicarmi, maledicendomi per non essermene curata per troppo tempo.
Ti auguro ciò che auguro a me, e mi pare di aver detto tutto.

Edoardo Bennato – Ogni favola è un gioco

i confini

filo

C’è qualcosa che non va, oltre quello che non va di solito?
Ascoltare non è guardare chi ti parla pensando ai fatti tuoi, e, magari, dispensare parole e consigli a caso.
E’, invece, fare propri i problemi altrui, almeno finchè durano le confidenze;
immedesimarsi, provare a cercare soluzioni adeguate.
Peccato che, ormai, per ricevere attenzione si debba pagare tanto, ma tanto, per ogni ora concordata di ascolto.

Ognuno guarda l’orizzonte,
di fronte alla sua solitudine.
A volte è un foglio trasparente,
più spesso un filo spinato contro cui farsi male.
Ognuno guarda il suo mare lontano stringendo i pugni nelle tasche.
E respira forte il profumo di ciò che non è stato.

Il Pan del Diavolo – Coltiverò l’ortica