una pietra dentro

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Sono uscita un attimo dall’incoerenza che millanto per provocare i benpensanti.
Sono uscita di casa, anche, e mi sono affrettata a rientrare per evitare di morire assiderata.
Questo freddo a ottobre? E’ un sacrilegio, una bestemmia, un dito nell’occhio.
Diciamo che contribuisce a condensarmi i pensieri, a renderli brutti e solidi come escrementi lasciati sui marciapiedi da proprietari di cani incivili e cafoni, se non da cani autonomi che, però, non hanno colpa.
Tutto questo rimuginare non mi aiuta nella metabolizzazione: è come rimestare in uno stomaco strapieno aggiungendo cibo al bolo scomposto in via di smaltimento.
Ho provato mille volte a prendere le dovute distanze da tutto ciò che non mi fa bene, ma evidentemente continuo a sbagliare metodo, oppure sono inconsciamente attratta dalle strade sbagliate per me.
Nemmeno la botta di culo di un esperimento riuscito per caso.
Rien de rien.
Stamattina sono uscita presto e ho camminato a lungo, sfidando il freddo con la complicità involontaria di un sole intermittente.
Quando cammino penso, cioè penso più del solito, ma i pensieri se ne vogliono stare acquattati nella testa, ribelli e offesi: sembrano adolescenti malmostosi che rifuggono il dialogo adducendo come scusa la mancanza dello stesso.
Pare proprio che non se ne debba uscire mai, eppure qualcosa, dentro, si è smosso come la pietra sepolcrale che custodiva il corpo di Cristo, oppure, se preferite, come Sesamo, la porta di Alì Babà.
Metto le mani avanti: almeno stavolta non volevo essere blasfema, ma dare l’idea della pesantezza immane del groviglio che mi abita ormai da tanto.
Avete presente un masso che si tenta di togliere dal mezzo della strada, con tanta buona volontà e tanti sforzi, ma con esiti scadenti?
Questo scritto non ha un epilogo ad effetto.
Di solito sono pignola e limo e cesello la frase finale, ma stavolta non avrebbe senso perchè non ha senso quest’energia compressa che non vuole saperne di sfiatare, in un modo o in un altro.
Così vado a sistemare il sacchetto della differenziata: domani portano via la carta.

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torte in faccia

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Non essere riusciti a coltivare la propria solitudine come una pianta succulenta è un fallimento.

Perchè ad essa ci si era votati, e per essa si erano compiuti sacrifici senza logica (ammesso che i sacrifici ne abbiano una).

Essersi beati tronfiamente della propria autosufficienza affettiva spesso è un errore, tanto drammatico quanto imperdonabile (la madre badessa che mi abita, in buona compagnia, va blaterando di peccati mortali).

E, detto con estrema franchezza, non avere più scheletri da nascondere è ridicolo.