dimmi ciao

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Cara Morte, compagna ineludibile delle nostre vite più o meno irrisolte, vorrei dire a te, e vorrei che mi ascoltassi.
Ti dipingono fosca, nera, implacabile, e in fondo è così.
Però, ecco, sarebbe bello se potessi cambiarti un po’ i connotati, così come le modalità di “prelevamento”.
Noi, tutti, scioriniamo le nostre esistenze secondo le possiblità che ci sono concesse, e quelle che ci concediamo.
“Vegliate dunque, perché non sapete in quale giorno il Signore vostro verrà. Questo considerate: se il padrone di casa sapesse in quale ora della notte viene il ladro, veglierebbe e non si lascerebbe scassinare la casa. Perciò anche voi state pronti, perché nell’ora che non immaginate, il Figlio dell’uomo verrà”, Matteo, 24, 37 – 42, 44.
Vedi, Signora, e scusa se ti do del tu, a me non spiacerebbe sapere quando mi toccherà espatriare, dopotutto.
Non vorrei sapere come, ma (consentimi il volo di fantasia) mi piacerebbe che tutti, e lo sottolineo, avessimo la possibilità di decidere il punto di non ritorno della nostra stanchezza esistenziale.
Esclusi, beninteso, gli ottimistoni e i teorici della bellezza (e dell’utilità) della vita ad ogni costo.
Gradirei, e lo scrivo a titolo strettamente personale, una sorta di cartolina di avviso, sì che io possa prepararmi a cambiare pianeta.
Sarebbe carino, inoltre, che incidenti e malattie lasciassero il posto ad una sorta di spegnimento graduale ma indolore: come quando le batterie si scaricano.
Ed estremamente consolatorio sapere di spegnersi (off) per riaccendersi altrove (on), magari uniti come lo si era in questa vita spesso grama.
Per cui, comprendi, andarsene diventa necessario: è sempre accaduto e sempre accadrà.
Solo, andrebbero cambiate totalmente le regole, perchè quelle vigenti sono francamente angosciose.
Un po’ come si era augurato anche Dalla:”e senza grandi disturbi qualcuno sparirà“, estendendo il privilegio anche a coloro che non sono furbi o cretini ad ogni età.
Io sono qui a comunicare con te, Signora, e non so nemmeno se te ne sei accorta.
Forse ti ho chiesto più della luna nel pozzo, ma se non posso sperare, nè dolermi della mesta caducità della vita, mi consento da sola, senza permessi, di sognare che anche le tragedie possano ammantarsi di quieta fiducia in un appuntamento collettivo altrove: di sicuro in un posto più sereno di questo.
My best regards, tanto tu capisci tutte le lingue ma, ahitè, ne parli solo una.

le negazioni

rotta

Ora, io non so se Steve Jobs avesse fortemente voluto l’iPhone 4s, e se i modelli successivi siano nati da bozze e appunti messi giù da altri  senza la fretta maligna del tempo che passa.

Mio figlio sostiene questo e si è fermato.

A me basta comunicare e potermi permettere qualche gioco societario/interattivo che non mi faccia sentire la prima dei tagliati fuori.

E ne è passato di tempo da quei gloriosi anni lontani fra Spagna e Grecia: speranza da vendere e progetti come se un futuro fosse davvero possibile.

Ci ho creduto e non me ne pento, ma da troppo, ormai, so che l’onestà, quella trasparente come acqua di scoglio, è merce tanto rara quanto bistrattata.

Inutile.

Quasi fastidiosa.

Eppure il mio fardello di vita è qui con me: assenti e presenti inclusi.

Dovrei amarmi come merito, ma sono solo sulla buona strada e, alla mia età,  potrebbe non bastare più.

Mi sarei dovuta incamminare prima, ma sono sempre stata poco avveduta.

Osservo la saggezza altrui come se sfiorassi le ali di una farfalla variopinta e moribonda, sul far della sera.

La osservo e me ne sento estranea: adesso mi muovo al sicuro, entro i solchi tracciati da anni di vigile prudenza.

La temerarietà giovane la lascio a mio figlio: eredità di una ex ribelle, un po’ sopra le righe, vittima di un Super Io ingombrante.

Ne faccia quel che vuole, ma cerchi di usarla al meglio, sebbene la destinazione ultima dei nostri desideri vada inevitabilmente a schiantarsi contro le intenzioni di qualcun altro.

Che ci appartenga o no, perde importanza e significato.

In fondo la vita non è una gara continua con e contro noi stessi?

Non è l’oziosa speranza che, per caso, qualcuno possa guardarci negli occhi e leggerci dentro?

Dopotutto le illusioni costano esattamente l’energia che abbiamo investito in esse.

Anche quest’estate volge al termine, sotto lo scacco di Elettra, ma io non temo freddo e nuvole nere.

L’altitudine ci sovrasta, relegando i nostri crucci in quell’angolo di anima che, di solito, non mostriamo agli altri per pudore.