farfalle e uragani

nas

 

 

 

 

 

Il trionfo della volgarità in tutti i sensi sta per avviarsi al giusto epilogo.

Sissignori: l’estate è una stagione volgare, anzi la stagione volgare per eccellenza.
Liberi (i più) dalle pastoie di lavoro e impegni, si strappano di dosso abiti e abitudini, e quindi via, verso la gara dell’ostentazione.
Dalla ricchezza che se ne fotte dell’italiano medio a quella di chi porta in giro come nulla fosse la propria sciatteria esistenziale (e stilistica).
Adesso che il borgo si spopola velocemente il panorama, fauna compresa, potrebbe indurre crisi depressive.
Potrebbe.
Ho citato due estremi, ma l’Italia vera è fatta di gente semplice, con qualche blanda velleità, forse, ma senza fronzoli.
Quella che incontri per strada e con la quale scambi rare parole sull’andazzo dei tempi in generale, sulla famiglia, se c’è, sulle vicende d’ammmmmore.
Sulla vita e la morte.
Pochi esseri selezionati non per classismo ma per affinità.
Il resto erode la sua esistenza magari dietro l’angolo di casa tua, ma lontano galassie.
Da anni, ormai, mi spendo dopo aver adottato il fare dell’equilibrista.
Cammino, precaria, sulla moltitudine che brulica sotto i miei sogni.
Scendo, a volte, ma solo se credo ne valga la pena.
Altrimenti un tappeto di nuvole può essere un rifugio, oltre che la piattaforma ideale per tentare voli di speranza.
Sarò banale, poco interessante.
Avrò poco appeal e il carisma di una barbabietola, ma continuo a rivendicare, a volte debolmente, a volte meno, una piccola isola di serenità sulla quale andare a nascondermi quando le ondate violente della vita in tempesta vorrebbero scaraventarmi in alto mare.
Sono qui.
Sono ancora qui.
Mi è risalito questo rigurgito acidissimo nel giorno del compleanno di mio padre.
Ce ne saranno ancora, di compleanni?
Dopotutto lo stato anagrafico è anche stato mentale, e su quest’ultimo lui mi batte senza possibilità di rivincita.
Volto un’altra pagina con i sentimenti sospesi, tanto una come me non va, non progetta oltre le ventiquattr’ore.
Che non è, davvero, cogliere l’attimo.

Dedicato a Blue, ovunque è adesso. :**

tutti i colori del mondo

alyoshas-dream

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Com’è un morto abbronzato?

Non l’ho visto mai, non ne ho idea.

Si muore solo d’inverno, forse?

Oppure si muore pure d’estate, ma esclusivamente dopo lunghe malattie?

No. No.

Si muore d’estate anche di morte violenta: magari dopo venti giorni di mare, e risate, e sogni incoscienti su un futuro (ontologicamente) nebuloso.

Si chiudono gli occhi, quasi all’improvviso, ma si chiudono per sempre.

Il rigor mortis è lo stesso, non ci piove.

Ma il colore?

Gli olivastri diventano gialli come i morti per pancreatite?

I bruni color cioccolato scaduto?

Ho provato ad immaginare me, che sono chiara ma non troppo.

Probabilmente avrei la nuance di un ciprino dorato, quello delle carte del “mercante in fiera”.

Comunque sia, comunque vada, quando mi toccherà prego vivamente chi mi circonda di non esporre la mummia: per la classificazione della tonalità può bastare un banalissimo scatto.

Porcupine Tree – The Start of Something Beautiful

 

civitavecchia


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Stamattina il cuscino aveva striature

di colore scuro: forse nel sonno ho pianto.

Non lo faccio quando sono sveglia perchè non ci riesco,

sembrandomi, le lacrime, spreco di tempo e di energia.

L’esser vigile mi impedisce di lasciarmi andare

a sfoghi di donne fragili.

Beate loro.

Io genero ansia e covo pensieri neri come corvi.

Penso alla mia vita e so che dovrei lacrimare

come una madonna improvvisata,

ma non son capace.

Io non so piangere,

e al mattino il mio cuscino è sporco di strie scure.

 

la catastrofe

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Fotofobica, afona per scelta.

Gli esseri che si muovono intorno a me, intorno, ruotano inconsapevoli che la fine è più vicina di quanto potrebbero mai riuscire a immaginare.

E non serviranno le certezze, chè nemmeno i dubbi, almeno quelli, ci avranno resi possibilisti di fronte all’incombenza della catastrofe.

Lasceremo le nostre conoscenze, le dispense sempre più vuote, i posti di lavoro e i gioielli di famiglia scampati alla brama dei compro oro.

E le nostre stupidissime convinzioni di essere migliori degli altri, se non il meglio in assoluto.

Seppelliremo l’amore tra le macerie fumanti un attimo prima che abbiano inghiottito anche i nostri corpi vuoti, già maleodoranti.

E le boccette di profumo, e i balocchi, rideranno di noi e delle nostre antiche speranze, inneggiando a Morte e Miseria.

Fotofobica, afona, con le palpebre chiuse a fessura e le orecchie stordite da ciò che, ancora, anima qualcosa dentro la mia carcassa deambulante, picchio le immagini sbiadite e quelle che stanno per sparire, più e soprattutto chi parla, parla, parla sfidando il muro del suono senza il minimo senso di logica.

Siamo gli eredi moribondi di una galassia scomparsa: pseudouomini, pessimi attori che recitano senza sapere che tutti lo facciamo da una vita al solo ed esclusivo beneficio di vecchie convinzioni false e stantie.