brava gente

ventilatore

Siamo brava gente, e non per dire come usano far tutti.
Regole precise cui attenersi, rispetto per gli altri, compassione (etimologie greca o latina, volendo seguire gusti e inclinazioni).

Onestà, assimilata col latte materno, e poi senso del dovere.
Siamo cresciuti così: poca attenzione per le nostre esigenze, troppa (a volte) per quelle degli altri, spesso inspiegabilmente reputati meritevoli ben oltre ciò che avrebbero realmente meritato.

Strutturati in questo modo quando non c’erano molte possibilità di invertire la rotta, a meno che non si decidesse, spesso con estrema difficoltà, di rompere, recidere, sbattere la porta di ingresso e lasciarsi tutto alle spalle.

Siamo brava gente perchè onesta e incapace di ferire, offendere, distruggere.
Brave persone in un mondo discretamente popolato di squali, indifferenti e menefreghisti dediti solo al proprio, misero tornaconto.

Anacronistiche figure che si muovono come se tutto, intorno, fosse normale.

Come se fossero normali l’arroganza, l’aria di malcelata derisione di fronte alla presa a cuore, per esempio, di un povero cane abbandonato, affamato e infestato da uno stuolo di parassiti.

Io non so, onestamente, quali sconvolgimenti interiori possa comportare la decisione di cambiare registro e iniziare ad affrontare i giorni con spirito indifferente, semplicemente dedito al soddisfacimento dei bisogni (e dei capricci) personali.

Non lo so perchè non sono stata educata a ciò, e anche quando, lo ammetto, ci ho provato, magari presa da un attimo di esasperazione, ho capito subito di dovermi impegnare in una repentina e azzardata inversione di marcia.

Gli ideali, ancorchè messi da parte e, a volte, sbeffeggiati, sono parte di noi: quasi inglobati nel patrimonio genetico.

Provare a snaturarsi serve solo ad aggiungere frustrazioni su frustrazioni, senza una motivazione logica, senza uno scopo.

E’ per questo che noi, brava gente dall’allure appannata dalla desuetudine di usi e costumi, proseguiamo dritti per la nostra via, in compagnia di noi stessi e della specie in estinzione cui apparteniamo.

 

la finestra sul cortile (di fronte), la finestra di fronte (sul cortile)

tenta

 

 

 

 

 

La finestra non è quella di Hitchcock, e nemmeno quella di Ferzan.
L’ho notata all’improvviso, uguale alle altre, perchè lascia passare la luce attraverso la tenda, anche nel cuore della notte.
Io dormo poco, e generalmente male. Se ho la fortuna di “azzeccare” un po’ di ore insieme la pago cara, con una serie di incubi degni di Saw o, nella migliore delle ipotesi, trovandomi immersa fino al collo in storie sconclusionate e senza alcun apparente collegamento con la mia realtà.
La notte scorsa, per dirne una, mi sono ritrovata a comprare barattoli giganteschi di miele, discettando di sali minerali e nutrienti che nemmeno un nutrizionista con le palle.
Contrattando anche sul prezzo, eh? nonostante di mio sia l’esatto contrario di una che ha il commercio nel dna.
Tutto ciò mentre mio figlio mi invitava a farla meno lunga, “altrimenti il passaggio a livello si chiude e ci blocca, ma’ “.
In effetti abbiamo fatto in tempo, lui mugugnante al posto di guida, io con i miei barattoloni duramente “mercanteggiati”.
Sarà che non sono mai stata veramente abituata alla dolcezza altrui, e perfino alla mia?
Boh: Freud è morto, e nemmeno io mi sento tanto bene (citazione modificata).
Intanto la finestra si è illuminata poco fa: devo spostarmi leggermente a sinistra per scansare lo stipite fra le due ante a vetro della mia.
E questo gioco di “alza gli occhi dallo schermo del portatile (monitor del notebook forse fa figo, ma io NON DEVO dimenticare le mie origini puriste), rimetti gli occhi sullo schermo” andrà avanti ad libitum.
Vorrei quasi provare a tirare il più tardi che posso, giusto per vedere se essa (la santa finestra) si spegne, almeno una volta, prima della mia.
Mi attrae, mi sussurra, mi invita a guardarla come, ipotizzo, si potrebbe guardare una donna intrigante (o un uomo, it depends).
L’immaginazione è lanciata al galoppo, e devo ammettere che questa futilissima e inutile attività mi riesce molto bene.
Pensare agli altri nelle loro esistenze: a chi, a che cosa serve?
Quando pedalavo per ore, negli interminabili pomeriggi estivi di alcuni anni fa, scrutavo tende, balconi, teli stesi ad asciugare al sole del tramonto.
Oggi cammino perchè lo devo al mio corpo, e alle sue defaillance.
E, camminando, mi fermo ad osservare, a cogliere un attimo imprevisto con la fotocamera in tasca. A costo di sembrare una pazza suonata.
La finestra ha smorzato appena la luce: forse la donna, l’uomo o il rettiliano si sta rilassando davanti a un film.
Forse legge, pensa, fa l’amore.
Io sono qui con i miei amici silenziosi, ma credo che non la porterò troppo per le lunghe.
Fra un po’ spegnerò la luce e porterò la mia insonnia altrove: quello che ci sfiora senza toccarci è e sarà sempre un mistero.
O, molto più semplicemente, il famoso pacchetto di cazzi altrui che non ci riguarda.

David Bowie – Loving the Alien

non è vero, ma è bello che tu me lo dica

Visto che mi sono impigrita…

contemplativa unilaterale

Sono riuscita ad acciuffarlo per i capelli prima che uscisse dalla programmazione, dopo due finesettimana bucati, per un motivo o per un altro.
Sean Penn ha sempre qualcosa di tenero e commovente, nello sguardo, anche quando diventa un’attempata pop star prigioniera del suo passato: tanto da non aver mai voluto cambiare il suo aspetto esteriore, perpetuandolo in una sorta di macchietta amata e derisa al tempo stesso.
Cheyenne vive in Irlanda con una donna che lo ama, e ne sopporta gli attacchi di malinconia con uno spirito amorevole esemplare.
L’inizio della resa dei conti con se stesso coincide con una telefonata che gli annuncia la morte imminente del padre, un austero ebreo americano di origine polacca ossessionato dal ricordo del suo aguzzino nazista.
Cheyenne col suo trolley parte verso un’incognita che lo porterà alla scoperta di un’umanità che credeva di aver perso, e che gli permetterà di crescere, liberandosi finalmente…

View original post 51 altre parole

la grande tristezza

la-grande-bellezza-pamela-villoresi-in-un-momento-del-film-276052 (1)

Mi sono accostata al film (che non avevo visto all’uscita nei cinema) con un bagaglio sostanzioso di pregiudizi, nonostante l’apprezzamento che nutro verso il regista Paolo Sorrentino.
In fondo ci sarebbe poco da scrivere, se non la sentenza un po’ manichea “mi è piaciuto, non mi è piaciuto per niente”.
Di solito quello che tocca l’anima mi dà i brividi, e questo film me ne ha procurati diversi.
La grande bellezza, inseguita invano dal protagonista, viene sfiorata a tratti in forma di piccoli assaggi di uno stato di grazia che, per sua stessa scelta e sofferta ammissione, non gli apparterrà mai.
Jep, ragazzo di belle speranze, approda a Roma negli anni facili dell’altro boom, scrive un romanzo apprezzato, lo butta nel fardello delle cose buone della sua vita e si immerge anima e corpo in una vita futile e dissoluta a cui fa da splendida cornice una Roma decadente, volgare, falsa di una falsità assurda, disperato sipario di donne e uomini, malati e senza valori, che si aggrappano al simulacro di ciò che credevano di essere, e che non sono stati mai.
I piccoli, commoventi stralci di umanità vera sono destinati ad una scomparsa prematura alla quale il giornalista finto cinico non rimane indifferente, nonostante l’abilità a mascherare l’anima, acquisita in anni ed anni di recite consapevoli.
Così si rimane scientemente fermi lì, in quel teatro grottesco di maschere umane, ammettendo fra le righe di non essere più in tempo per un’inversione di rotta che rimarrà nella memoria e nello sguardo di una giovane ragazza innamorata, in una lontanissima sera d’estate.
Poi il tempo rotola, inesorabile, e travolge il buono che era in noi: la vera, grande bellezza.
Non rimane che continuare a recitare un copione che spesso si avverte insopportabilmente falso, ma che, nello stesso tempo, è diventato, oramai, l’unica certezza in un mondo (e una città) sul ciglio del baratro.
Ipotizzo che l’America abbia sottolineato l’aspetto più visibile e macroscopico del film: quello di un Paese bacato fino al torsolo: brutto e corrotto.
L’anima, invece, è negli occhi disperati del ragazzo suicida, in quelli della spogliarellista malata e dello scrittore di testi che deciderà di tornare al paesello prima di essere travolto da un mondo che della sua genuinità non ha niente.
Jep rimane lì, a sorridere amaro, perfettamente conscio che solo la morte sarà la sua redenzione.

il gioco

ado

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Caro amico mio, anche se amico mio non sei stato mai,
di te serbo ricordi abbastanza confusi, e quel che rimane ancora nitido, a dispetto degli anni, ha un brutto sapore.
I nostri babbini erano grandi amici, ma tra noi due non c’è mai stato verso, e non per colpa tua.
Ricordo una serata paleolitica alle giostre: la mia faccia da bambina insolente di fronte ai tuoi occhi bovini, che lasciavano intravedere strane voglie che mai, mai avrei accolto.
Caspita: avevo solo tredici anni, ma ne avessi avuti trenta la sostanza non sarebbe cambiata.
Mentre giocavi a fare il casanova, sfoggiando con maestria il tuo rituale obiettivamente muffo e un tanto ridicolo, io continuavo a fronteggiarti a testa alta, col berretto azzurro indossato alle ventitre.
Forse era carta da zucchero, forse blu cobalto.
Di certo io ero insolitamente querula, ripetendo fino al tuo sfinimento che ero piccola, e che certe cose erano molto lontane da ciò che, allora, potesse mai legarmi ad un ragazzo.
Educazione, vita in collegio (lo ammetto, spesso ho pensato che sarebbe stato meglio morire), regole ferree e ferrei princìpi.
Cosa ti aspettavi?
Ci siamo persi, come accade spesso, ma quando ci incrociamo hai sempre l’aria tronfia da duro che non deve chiedere mai, oltre che da inveterato piacione.
Ed io, fatalmente, divento stronza.

 Paolo Nutini – Rewind

“Questo post fa parte di un gioco di scrittura tra blogger su parole scelte a turno dai partecipanti.  

Parole e partecipanti li potete trovare sul blog “Verba Ludica”, al link