pensieri come soffici, silenziosi fiocchi di neve

street-art-paris-ufunk-06-610x813Che cosa c’è di sbagliato nella solitudine?
I commenti piovono un po’ a caso.
Ognuno scrive ciò che pensa davvero, o che ritiene giusto in “quel” momento.
D’altronde dogmi non ne conosco, e se me ne sovviene uno lo casso per principio.
La vita mi ha insegnato a non avere certezze: io mi sto allenando a convivere con questo precetto di difficile assimilazione.
Ammetto di avere un carattere ostinato che, a volte, provo a modificare senza eccessivo impegno.
Ammetto di aver appena ammesso che mi contraddico, perchè dogmi e ostinazione vanno a braccetto, ma tant’è.
Troppa introspezione uccide, e su questo potreste scommetterci.
Ti accartocci su te stesso e incominci ad analizzare, ogni volta daccapo, le possibili origini e le cause della tua vita attuale, considerata come prodotto di accadimenti che ti scorrono nella mente in sequenza.
Come sempre.
Esercizio sterile, perchè ad un certo punto il disco si incanta e tu torni al punto di partenza, come se t’avessero gettato addosso la più cattiva delle maledizioni.
Ti rimane intorno il silenzio di sempre, quello che hai coltivato come la più rara e preziosa delle piante di serra.
Lo contempli, ormai tangibile, oltre la parete trasparente, ma sporca, dei tuoi preconcetti acquisiti.
Lo guardi e quasi te ne fai vanto, senza renderti conto di aver lavorato alacremente per costruire un fossato fra te e gli altri.
A volte, e questo lo affermo a ragion più che veduta, la mente stessa è in grado di produrre convincimenti che inevitabilmente portano a comportamenti standard.
Mediati, com’è logico che sia, dai temperamenti e dalle personalità, ma potenti nelle spinte verso scelte a volte fatali, quasi come se ci si fosse fatti aiutare da sostanze estranee.
Che adesso vi dica di extasy o altro è irrilevante.
Credo nel potere che tutti abbiamo dentro di noi: un mondo che molti non conosceranno mai.
Peccato.

 Eric Clapton – Got you on my mind

“Questo post fa parte di un gioco di scrittura tra blogger su parole scelte a turno dai partecipanti.  

Parole e partecipanti li potete trovare sul blog “Verba Ludica”, al link

tanti auguri: save the habit

Christmas__by_trackchick

Sussurrato come una runa celtica, ciclico come l’alfa, l’omega e poi di nuovo l’alfa, implacabile come una valanga di neve, ed una di ricordi.

Signore e Signori, il Natale è qui.

Nel mio fardello tante luci colorate, e le ghirlande che mettevamo intorno al collo come stole.

Le palline che andavano in frantumi (un’ecatombe ogni anno) e i doni il sei gennaio.

Se non ricordo male a me toccava la poltrona verde scuro davanti alla vetrata della veranda.

La gemella, quella accanto alla porta del soggiorno, era di mio fratello.

Stavamo aspettando che arrivasse la piccola, perché le fosse assegnato il divano centrale.

Poi altre epoche, altri evi.

Natale con i tuoi e con chi vuoi.

Va bene il tortellino fatto dalla mamma, ma vuoi mettere il “saltacavallo” con il ragazzo che ti guardava di sottecchi?

La vita rotola, ti arrotola, si arrotola e porta via con sé quelle calze della befana così strane e divertenti, “la storia infinita”a fronte di ciò che stava finendo senza che noi lo sapessimo.

E poi, poi…

I giorni di festa con le luci fra i rami del gelsomino, due manine piene di muschio, due manine che battevano, festose, davanti ai pacchetti infiocchettati sotto l’albero.

Ho ancora un cielo supplementare, io.

Un cielo stellato che non ha più luce, ma tante tristi pecorelle rovesciate su se stesse.

Il disarmo, la fine di un mondo.

La madre di tutte le sconfitte personali.

Ricordare è tutto quel che rimane, a volte, ma mi sorprendo a pensare che dovrebbero proibirlo per legge, se fosse possibile.

Ogni anno prometto a me stessa di non formulare auguri specifici, tanto ciò che deve accadere accadrà, anche senza il nostro apporto.

Eppure alla fine due righe mi scappano, fuoriuscendo motu proprio: esplodono come colpi tenuti in canna.

Conservate pure i ricordi, se non vi fanno star male, ma non aggrappatevi ad essi perché spesso non sono una ciambella di salvataggio, bensì la pietra legata al collo che vi porterà giù, in fondo al mare.

Aprite le finestre ed inspirate l’aria fredda e pungente.

Lasciate che il crepitìo dei bronchi vi canti la sua canzone, che è liberazione ed apertura.

Risintonizzatevi con la vostra essenza e provate a guardare oltre l’orizzonte: colmate l’assenza perché voi ne siete parte, in uno strano, lento fluire che continuerà per sempre.

Da un po’ ho una sola certezza assoluta: che mi manco, e che mi sono mancata a lungo.

Adesso vado a riprendere me stessa, incagliata fra un ramo di abete ecologico e il desiderio di un addobbo mai comprato perché “non ci sarebbe stata più una famiglia”, e nemmeno una coppia di persone innamorate.

Se mi ritrovo vi mando una cartolina.

Queen – Thanks God, it’s Christmas

certi esami

manacceChe cosa possiamo fare, più di quel che abbiamo fatto?

Più di ciò che abbiamo fatto veramente, al di là di sensi di colpa autoprodotti o ispirati (che poi, a voler distinguere, si farebbe una fatica boia).

Essere a posto con la coscienza non vuol dire, necessariamente, essere sereni.

La serenità è merce rara: puoi fare del tuo meglio, sempre, come se fosse la regola aurea della tua vita, ma non è detto che, per questo, tu riesca a vivere serenamente.

C’è tanto rumore, intorno.

Ci sono troppe interferenze moleste: autentici attentati al “vivere in pace”.

Spesso pensi che ti piacerebbe lasciare tutto e andartene lontano, ma sono solo parole.

Magari lo pensi eccome, ma sono e rimangono solo parole che il vento si porta via.

E tu rimani con il mento sulle mani incrociate, e le mani incrociate su un piano di appoggio.

Pearl Jam – Unthought Known

sogno di una lontana notte di mezza estate

Mirjam Appelhof

Ah, l’amore

Qualcuno, canzonettando, lo definiva “folle sentimento”, ai tempi in cui si campava tutti sull’arte e le spalle di Mogol e Battisti.

Un bel ricordo, tutto sommato, anche se il passare inevitabile del tempo immalinconisce e rende sempre più consapevoli delle prossime fermate. O, magari, dell’ultima.
Indulgo spesso nel crogiolarmi rimembrando quel che fu, e quel che è stato.
Non è un bene, lo so, ma il passato mi si è avviluppato all’anima, e credo non ci sia più rimedio.
Nè, lo ammetto, mi sforzo più di tanto per cambiare la rotta: il futuro è un’incognita, il presente l’hic et nunc.
Se ciò che è stato non diventa ossessione finisce addirittura per far compagnia.
Ai tempi della Formula 3 (chi non ricorda almeno Radius?) ero una ragazzetta abbastanza simpatica ma inquieta.
Durante le estati ci si riuniva tutti al mare, e i “tutti” erano ragazzi che, durante l’inverno, vivevano le loro vite in posti sparsi.
Le discoteche c’erano, ma avevano orari urbani.
Noi, piuttosto, preferivamo riunirci ora a casa di questa, ora a casa di quello.
Stereo, svelti e lenti strategici.
M. mi faceva il filo.
Aveva l’età di mio fratello, cioè tre anni meno di me, e capelli color miele, morbidamente riccioluti, più un paio di occhi azzurri da togliere  forza nelle gambe.
Non era un ballerino provetto: impacciato quanto me negli “shake”, dava il meglio di se stesso fermo su una mattonella, con le braccia intorno al mio punto vita.
Non lo si sarebbe mai potuto immaginare tanguero, o ballerino di tip tap.
Del resto, a noi cosa importava?
Sfortunatamente M. era conteso: oltre me c’era una mia cugina più intraprendente e sfacciata.
Riuscì a soffiarmelo, e ciò mi fece rasentare una sorta di forma strana di odio nei suoi confronti.
La ammiravo ma l’avrei presa volentieri a ceffoni.
Non era nemmeno bella, ma era più grande ed esperta, e ci sapeva fare.
M. provò a spiegarmi tutto, ma non lo lasciai nemmeno parlare, e mi allontanai.
Verso la fine dell’estate mia cugina si scusò con me, ma avevo già realizzato che non mi importava più niente.
A quindici/sedici anni (di una volta) si era ancora abbastanza ingenui.
Insomma, io lo ero, e di ciò non finirò mai di ringraziare le nere signore che, precedentemente, mi avevano ospitato per cinque, lunghi anni.
La stagione del mare e delle cotte adolescenziali se ne andò così, fra
balli core a core sulle terrazze delle case estive e scuse incrociate che mi scivolarono addosso.
E’ passata una vita, ma a volte mi sorprendo a pensare di essere rimasta fondamentalmente la stessa.
Mai lottato per un uomo.
Mai tentato di scipparlo ad alcuna.
Prima di tutto non mi pare corretto, ma poi, detto tra noi, quale tonto si farebbe portar via come fosse un essere non senziente?

Baustelle – La moda del lento

“Questo post fa parte di un gioco di scrittura tra blogger su parole scelte a turno dai partecipanti.  
Parole e partecipanti li potete trovare sul blog “Verba Ludica”, al link

e allora mambo

fare_spallucce corrLo conosco, quel verso d’uomo rassegnato, quel voler riassumere in un suono gutturale “sì, mia cara, è così e non ci si può far niente”.
Lo conosco e non mi piace: è resa, abdicazione, abbandono.
Piuttosto che assimilarne il senso preferisco non ascoltare, evitare, provare a darmi alla macchia.
Cacofonia allo stato puro: un suono sgradevole e volgare, per certi versi.
Non che sia cresciuta adorando il mito di colui che “non deve chiedere mai”.
Anzi.
Trovo che una certa dose di fragilità, lacrime incluse, renda gli uomini addirittura più attraenti, laddove la fragilità fa parte di un approccio empatico alla vita.
L’atteggiamento rinunciatario di chi emette quel suono gutturale non ha nulla di positivo, non promette comprensione perchè non ne contempla.
– Sì, è così ed io non ci voglio far niente.
Parlare e confrontarsi serve solo fino ad un certo punto, al di là del quale le parole sono solo sbuffi di vapore in una gelida serata.
Non sto qui a tessere lodi acritiche per le donne: siamo tutti fallibili, quasi tutti potenzialmente vigliacchi.
Forse noi abbiamo imparato meglio, assimilandola, l’arte della mediazione, del confronto costruttivo, del voler salvare il salvabile finchè si può.
Forse abbiamo ereditato, e questo non è positivo, l’attitudine al sacrificio per il bene altrui, a qualunque costo.
Un po’ di sanissimo egoismo è la prima regola dello stare in pace con se stessi, e questo gli uomini l’hanno imparato subito, e molto bene.
Salvo eccezioni, chè quelle non andrebbero mai omesse.
Tuttavia ogni volta che sento o ascolto quel suono gutturale mi si accappona la pelle.
Lo immagino associato ad un’alzata sincrona delle spalle (con incassamento simultaneo del collo), e mi prende un’insopprimibile voglia di allontanarmi.
Anche per lunghissimo tempo.

Vinicio Capossela – E allora mambo