gente che sogna

autismo12345

C’è qualcuno che decide per noi?

La mia parte razionale, ipernutrita forzosamente nel corso degli anni, si ribella, e lo fa a voce alta.

L’altra parte, quella che custodisce antiche consapevolezze, tace col capo chino.

Percorrevo i bui corridoi di un vecchio maniero, persa in un sogno.

Avevo paura, ma sentivo di dover andare avanti.

Mi trovai di fronte due porte dove un lungo corridoio finiva bruscamente contro una parete semidiroccata.

Davanti alla mia terrorizzata perplessità due porte: a me, e a me sola la scelta di aprire l’una, o l’altra.

Girai lentamente la maniglia di quella alla mia destra e mi trovai in una sala illuminata quasi a giorno.

Tutto, intorno, presentava i segni di una vita vissuta intensamente, seppur molto tempo addietro.

I muri erano sporchi e scrostati, i lampadari, accesi, ricoperti di polvere e adornati da corpose ragnatele abitate.

L’enorme tavolo al centro presentava i segni inequivocabili della corrosione provocata da famiglie di tarli che avevano avuto tutto il tempo di agire senza essere disturbati.

Mi aggirai con timore, e mi girai più volte su me stessa: l’enorme stanza sembrava ruotare in senso inverso.

Mi accorsi per caso di una vetrata affacciata su un giardino in stato di abbandono, come tutto il resto.

Aprii timidamente l’anta con la mano destra, tirandola delicatamente verso di me, e mi affacciai: fra le piante incolte, novella ed inaspettata giungla, si aggiravano individui di etnìa diversa: ciascuno col suo abito caratteristico, ciascuno col suo idioma.

Parlavano l’uno all’altro come se si capissero alla perfezione: l’unica intrusa ero io, sporta sulla balaustra sporca della grande finestra.

Li guardai a lungo: forse persi la cognizione del tempo.

Quando decisi di tornare sui miei passi mi resi conto di trovarmi in un’altra stanza: forse quella accanto.

Una sovrana, così mi parve, era seduta sul suo scranno.

Non aveva sulla testa una corona, né abiti regali, ma la solennità del suo aspetto mi indusse a credere che fosse la Signora del maniero diroccato.

Aveva il volto dall’espressione impenetrabile, mentre al suo cospetto si esibiva un povero saltimbanco che piroettava su se stesso senza sosta, indifferente davanti ad una indifferente.

Tutto ciò non aveva senso: non aveva senso per me.

Un significato doveva pur esserci, ma sentivo di essere lontanissima da qualunque tentativo di spiegazione.

Mi diressi decisamente verso la porta, sperando che ci fosse la gemella accanto, invece i miei piedi, stranamente calzati, iniziarono a ticchettare su lastroni di marmo bianco che non avevo notato prima.

Era verosimile che mi fossi persa, spaventata com’ero.

Mentre cercavo il bandolo della matassa, la soluzione, la via che mi permettesse di scappare a gambe levate da quel luogo sinistro, vidi me stessa riflessa in uno specchio, e trasecolai: ero vestita come la regina seduta, indifferente, sul suo trono.

 Indossavo un lungo abito di pesante seta verde scuro, e in testa un copricapo di stoffa arrotolata su se stessa a mo’ di turbante.

Mentre continuavo a correre, sentendo risuonare i miei passi in quell’androne che pareva infinito, realizzai di essere la sovrana seduta col volto privo di espressione: stranamente rassomigliante ad una delle donne che avevo visto passeggiare nel cortile abbandonato.

Il suono di un libro caduto sul pavimento, opera di uno dei miei gatti, mi riportò al presente.

Dopo alcuni minuti di riflessione mi alzai e mi diressi spedita verso la cucina, non dopo essermi specchiata brevemente, come faccio ogni mattina, appena desta, per controllare lo stato della pelle.

Inequivocabilmente io, col mio pigiama blu, avevo i capelli che portavano ancora i segni di quella specie di turbante che avevo sognato.

Savoir Adore – Dreamers

Questo post fa parte di un gioco di scrittura tra blogger su parole fornite a turno dai partecipanti. Questa volta le parole sono state fornite da Daniele. Parole e partecipanti li potete trovare sul blog “Verba Ludica” , al link http://carbonaridellaparola.blogspot.it/

Annunci

salvate il neurone Ryan

Donna-stressata-Più che una fuga di cervelli (quando mai?) questa è la resa degli ultimi neuroni che si agitano nel mio, sempre più confusamente.

Li chiamo uno ad uno, a raccolta: hanno tutti un nome e non c’è pericolo che possa confonderli.

Pochi ma ancora attivi, conservano le loro connotazioni caratteriali pur risentendo del tempo che passa, com’è logico che sia.

Sono entità che vivono di vita propria: rompiballe ed anarchici quanto basta.

Tentano ancora possibili mediazioni con la sottoscritta, ma quando la misura pare colma si gareggia a chi detiene il primato dell’esaurimento, ed è davvero una bella tenzone.

Ogni sera faccio la conta e li relego nel loro recinto, come fa un buon pastore col suo gregge.

Essi tentano la via della collaborazione, ma patiscono molto le interferenze di chi li stressa inopportunamente con lagne e consigli non richiesti, ripetuti come mantra al negativo.

Talvolta penso che mi piacerebbe tanto sparire, cambiare aria per un bel po’, e concederci (a me e a loro) una lunghissima pausa improntata alla più assoluta rilassatezza.

Al ritorno, ammesso che ci fosse, so già che troverei ad attenderci una sequela interminabile di rimbrotti arretrati, di consigli mai richiesti, di istanze pressanti ed insopportabili.

Perciò, dal momento che mi tocca rimanere sul campo e combattere, voglio lanciare un appello ufficiale:

non tediatemi, non scaricatemi addosso le vostre lamentazioni, non stressatemi con l’elenco delle cento cose che mi interessano meno.

Io non bombardo e non invado: usateci la stessa cortesia, e tante grazie.

Zucchero – Blu

lettrici distratte

libri caduti corrEcco, in questo mondo tendenzialmente falso stiamo imparando a muoverci evitando spigoli e fratture, e se ci capita una zuccata di distrazione ce ne curiamo poco o niente.
La parte vulnerabile di noi, quella sensibile e indifesa, fa ancora sentire la sua voce, ma è solo una vocina lontanissima, come quella di quando, bambini, giocavamo a comunicare con lo spago e i rotolini della carta igienica da una stanza all’altra.
Non c’è pace, non c’è serenità.
Nemmeno un quarto d’ora di calma che non sia inquinata da pensieri molesti e ansia in agguato.
Non so voi, ma io funziono in questo modo.
A volte la tentazione di tirare i remi in barca (parlo di relax) si fa sentire, prepotente, ed è proprio allora che mi si rovescia addosso, con grazia, un’altra secchiata di acqua fredda.
E’ proprio allora che qualcuno si ricorda di confessare, avvisare, notificare.
Di darmi addosso senza pietà se non capisco, ma solo perchè HO DECISO SCIENTEMENTE di non voler  più capire, per il bene del mio equilibrio psicofisico.
Dopotutto le mie piccole vicende son poca roba al cospetto dello sfacelo generale che è intorno a noi, e del quale facciamo parte.
Perciò, in questa cupa nottata autunnale, mi guardo intorno e fisso lo sguardo sulla libreria, strapiena dal primo scaffale all’ultimo.
Mio malgrado ho arretrati incredibilmente vergognosi.

 
Sting – The Book Of My Life

sul mio personalissimo rapporto con certe agiografie

martino corrSan Martino campanaro, festa dei cornuti e pasta al burro.

San Martino della sagra parrocchiale con le caldarroste e la giocosità forzata di preti, bimbi e bigotte.

Mai condivisa.

San Martino di Cardarelli, dei tini di mosto che diventa vino, dell’afrore dei frantoi che impregna le mucose nasali.

San Martino della piccola estate che non rispetta più i patti, nel tempo in cui il rispetto è diventato solo una parola senza significato.

San Martino della mia infanzia, delle speranze ben nascoste fra preghiere e consuetudini, mai uno sgarro, mai un appuntamento mancato.

San Martino che socchiude la porta dei Morti, quella che non possiamo oltrepassare.

San Martino militare, designato post mortem  a proteggere i fanti.

San Martino di Francia e il suo mantello diviso per bontà.

San Martino e tante storie, vere o inventate, che fanno bene al cuore di qualcuno.

San Martino versus la corsa al relativismo: alibi, protezione, condanna.