venticinque aprile duemiladodici, ore venti e nove

Vorrei una Liberazione metafora.
Anche.
Anche? Ancora?
Ma no.
La vorrei anch’io. Una liberazione di corpo, anima, sentimenti.
Un disgelo, un risveglio. Una rivelazione.
Lo dici sempre. Con parole diverse, ma lo dici sempre.
Che ne sai, tu, di desideri ed intenzioni.
Quanto basta.

Leggo quello che leggi. Respiro quello che respiri. Mangio quello che mangi. So quello che sai.
L’avresti mai detto che in un pomeriggio di fine aprile, non più freddo (ma non ancora caldo), ti saresti data un gran da fare a leggere un “libro improponibile”?
No.
Mai dire mai. Sbandieri cinismo e ostilità preconcetta, ma vuoi solo salvarti. Come tutti.
L’autore del tuo libro in corso di lettura è un “trainer per imbonitori di televendite”.
Uso le parole che ami usare.
Pensavo fosse uno psicologo.
E’ un coach. Tedesco. Un coach tedesco.
Il limite estremo dell’orrore più perverso?
Un punto di vista. Modo di pensare. Filosofia di vita.
Oppure un tizio che fa soldi distribuendo consigli e dritte su come comportarsi per essere felici.
Parole esagerate.
Sì, ma è ciò a cui tutti ambiscono. Ovviamente il concetto di felicità è soggettivo, ma sullo stato di benessere  assoluto che provocherebbe non c’è disomogeneità di opinioni.
Suggerire di agire in un modo, piuttosto che in un altro, non è molto diverso dall’insegnare ad essere “manager” di se stessi.
Che brutte parole. Cacofoniche. Moderne per forza. In fondo si possono esprimere gli stessi concetti in un modo più tradizionale: adoperando parole che non colpiscano come schiaffi.
Sì, lo so: anche come schizzi di vomito sul divano buono.
E’ vecchio anche il divano, e lo sai.
Non è più buono?
Le cose belle non invecchiano. Mutano, ma rimangono sostanzialmente le stesse.
Si sta facendo buio.
Lo vedo: ho le vetrate di fronte. Al nord il buio arriva in ritardo, forse per farsi perdonare nebbie e luci tristi. A Milano adesso sarà ancora chiaro.
Ehi, forse adesso non c’è nebbia.
A giugno dell’anno scorso non c’era. Giugno quasi luglio. Però il caldo era afoso, e le zanzare grosse come elefanti.
Dalla finestra della stanza guardavo gli alberi immensi del parco: alle dieci di sera c’era esattamente la luce che c’è adesso qui, il venticinque aprile alle ore venti e ventidue.
Fissare quel chiarore era rasserenante. Ascoltare la mia musica guardando le chiome degli alberi svanire nelle ombre era molto rasserenante.
C’ero anch’io, con te.
Strano, vero? Hai venti punti freschi su una coscia e guardi fuori, ascolti musica, ricordi, sogni.
Vivi.
Vivi. E tutto sommato non ti dispiace nemmeno.
Quindi il coach tedesco non racconta solo favole. Nè qualsiasi altro coach.
In fondo distribuire buoni consigli (sentendosi come Gesù nel tempio) non costa nulla, anzi fa pure guadagnare.
Certi concetti dovrebbero abitare nella mente degli uomini, senza il bisogno di maestri o domatori.
Purtroppo non è sempre così.
Pensi che abbiamo divagato?
Forse un po’, ma non importa. Il tuo spazio lo gestisci come vuoi.
Non è questione di spazi, ma di coerenza. In fondo quella, seppur sui generis, non è mancata nemmeno stavolta.
Tu ti confermi tu, cioè te stessa.
Io mi confermo inesorabilmente io. Cioè me stessa.
Ma dopo questi libro ritorno a Palahniuk.

Muse – Feeling Good

* Il dipinto è di Alexa Invrea

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stiamo invecchiando senza rimedio (to Rome with love)

Ritorno al cinema per il grande vecchio, a pochi mesi da “Midnight in Paris”, e rimango delusa.
To Rome with love” dà l’idea di un’insalatona mista a tratti indigesta, a tratti sciapa.
Complessivamente il film (una sorta di commedia all’italiana condita da importanti ingredienti d’oltre oceano) è stiracchiato, e saltabecca da una storia all’altra senza un vero filo conduttore.
Meglio, un filo conduttore ci sarebbe anche, l’amore, ma a volte si confonde abilmente e si perde fra peripezie, confusioni esistenziali, gag divertenti ma prive di un minimo sindacale di logica.
Comparsate copiose di star italiane di oggi e di ieri, ma non basta.
Woody Allen è sempre se stesso: nevrotico e un po’ (simpaticamente) cialtrone, e forse i suoi dialoghi con la moglie nel film sono tra i pochi veramente meritevoli.
Com’è divertentissima la trovata della cabina doccia: l’unica che mi abbia fatto ridere di cuore. Divertente e originale.
Ma non è bastato: non secondo la mia opinione.
E si constata, con un po’ di malinconia, che gli anni d’oro del regista sono sfilati via già da un pezzo.
E che Zelig, Io & Annie, Amore e Guerra, Manhattan ed altri (anche quelli drammatici)  rimarranno a brillare nella vetrinetta delle storie più belle, nonostante un film di Allen valga sempre e comunque molto più del prezzo del biglietto.

brezza di estate

Gli occhi mi si sono spalancati all’alba: inversione di fuso orario.
Tanti pensieri, poche pagine di un libro che si preannuncia detestabile, la mano verso il comodino, in cerca del cellulare.
Gioco con WhatsApp, e giocando mi salta davanti agli occhi un nome.
Un nome che ho conservato perchè a certe persone rimango legata per sempre, anche se la vita separa perchè è la cosa che le riesce meglio.
Mi torna in mente, dietro la scrivania.
Occhi acuti e intelligenti. Non bello, ma arguto e affascinante.
Convincente, argomenti giusti e sguardo incollato alle mie protuberanze sotto la maglietta fina.
Parlantina con cadenza nordica, inframmezzata da espressioni nel dialetto del suo sud.
Me ne sono andata salutando con garbo, non sapendo – non ancora – che l’arrivederci sarebbe stato un addio senza appello.
A volte ci ripenso.
A volte mi manca, come mancano i morti lontani, o vecchie nenie d’infanzia.
Mi manca con nostalgia.
E nient’altro.

Eric Clapton – Cocaine

lo svolgersi distratto della vita

Lo sguardo ai foglietti illustrativi dei farmaci è rapido: una scorsa veloce.
Di solito è così.
In un momento di noia pensierosa apro la scatola di una medicina che sto assumendo da due settimane, e leggo testualmente:” Effetti indesiderati rari: attacchi di cuore, coma, cancro”.
Più altra roba raccapricciante.
Cancro: ho letto bene?
Non mi era mai successo di leggerlo, prima.
Vado dal mio medico e gli sventolo davanti il bugiardino.
Mi rassicura, scherziamo, parliamo un po’, compatibilmente con la fretta e la pazienza di chi affolla la sala d’attesa.
Poi mi accompagna alla porta e mi bacia.
Passo dalla farmacia a prendere un’altra confezione di compresse cancerogene, io che non mi curo di quel che accadrà, o potrebbe accadere.
Compro anche uno smalto dal colore improbabile ma civettuolo.
A parte tutto sto cercando di rimettermi in sesto, di curare corpo e anima, di tornare a riprendermi la vitalità perduta per strada.
Sono forte, a dispetto di tutto.
E sufficientemente lontana da certa parte del mio passato.
Che canta lontano come una sirena ammaliatrice il cui richiamo è solo un bel ricordo ormai privo di emozione.
Tutto intorno è pace.
Non so se e quanto durerà, ma c’è, e quasi si tocca.
Intorno, adesso, un silenzio ovattato mi avvolge e mi fa sentire al sicuro.
Sgancio l’armatura, la sfilo via e la metto da parte per quando ne avrò bisogno.
Ritorno vulnerabile, ma l’autodifesa dev’essere istinto connaturato, e non abito di ferro.
Ci sono momenti in cui tutto sembra possibile.
Gli altri mi girano attorno con spensierata noncuranza, nuotando in superficie come banchi di pesci.
Io stipulo con essi nuove tregue, e con me stessa.

Franz Ferdinand – Take Me Out

la disabitudine alla felicità

La tv in sottofondo mi disturba: ostacola il fluire già lento dei pensieri.
L’argomento dibattuto è interessante, ma preferirei concentrarmi sui flussi interrotti che cerco inutilmente di legare gli uni agli altri.
Così abbasso il volume, visto che lo schermo illuminato rimanda le immagini di donne e uomini che riescono  a farmi sentire in colpa per via di certe vecchie storie mai risolte.
Oggi pensavo alla gattina trovata ieri per strada: denutrita e affamata fino a piangere, ma pronta a seguire una mano che le si tendeva all’improvviso.
Fiduciosa nell’abbandono cieco: qualunque epilogo sarebbe stato meglio di quei morsi allo stomaco che la facevano miagolare disperata.
Abbandonarsi a chi è altro-da noi è così difficile?
Considerare che la felicità, premesso che del termine si fa largo abuso, sia qualcosa di molto distante è la regola aurea che domina le nostre giornate di formiche convulse che girano intorno a se stesse?
Qualche giorno fa percorrevo a passo alto Via della Repubblica: come ogni due settimane.
Stesse tappe visitate di sfuggita, stessi, malinconici nani  sorridenti dietro la vetrina di un negozio di articoli per giardinaggio, stesse farmacie: una ogni cinquanta metri, a spanne.
Camminavo come sempre, con un occhio alle scarpe strane e coloratissime del bugigattolo che vorrei fotografare, e l’altro a sbirciare le facce della gente che si incontra nel primo pomeriggio, in una città grande e sufficientemente caotica.
Giovani uomini vestiti da impiegati, con la valigetta in mano, ragazze filiformi e casual, postina a tracolla, capelli legati a caso, ipod.
Qualcuno in bici, occhiali scuri contro il sole.
Pezzi di umanità varia che si incontrano senza riconoscersi, nonostante si annaspi tutti nello stesso mare sporco di incertezze e paura, perchè le soddisfazioni scemano, e la psicosi dei tempi che verranno comincia a mordere nel punto più vulnerabile e nevralgico.
Eppure sorridere dovrebbe essere facile: anche per me, che ho calato sul viso la maschera del cruccio fatto persona.
E se, al di là di ogni ragionevole preoccupazione, avessimo perso l’attitudine alla felicità?
Se ci fossimo impantanati nelle nostre convinzioni più sbagliate, certi di non meritare altro?
Guardo la micia dormire, col suo collarino rosso: lei si è fidata di me.
Una volta avevo un intuito, vagamente animalesco, che mi preservava da brutti incontri e delusioni annunciate.
Poi son diventata diffidente e maldisposta per partito preso, magari sbagliando.
La fiducia incondizionata è un’arma a doppio taglio, ma chiudersi al mondo è morire anzitempo.
Forse faticherò ancora a credere alle mani che mi si tenderanno, o forse no.
Tutto si dipana e diventa più semplice quando incominciamo a credere veramente in noi stessi, ad amarci per quello che siamo, a perdonarci e ad essere più indulgenti verso i nostri limiti.
Il resto, se viene, viene dopo.
Questa, e solo questa, può essere la nostra resurrezione.
Il riscatto e la ripresa delle redini perdute.
Spero di rimanere ancorata a questi quieti pensieri di una notte di primavera illuminata dalla luna.
Spero che anche per voi sia facile la riconnessione con la parte più autentica: quella che sonnecchia, dimenticata.
Intanto vi rotolino incontro freschi e affettuosi  auguri  di rinascita da me e da Silva Sheva Vincenza: quattro fragili zampette tese  verso il futuro.

Nirvana – You Know You’re Right