afflati kafkiani

Quanto, di ciò che difficilmente si sopporta, siamo realmente disposti a sopportare?
Il “volemose bene” ad ogni costo improvvisamente non basta: non più.
Tolleranza zero, sopportazione zero, empatia zero.
A volte si riesce ad abbozzare ancora un mezzo sorriso per una sorta di riflesso pavloviano: sentendosi ridicoli e consapevolmente fuori posto.
La voglia di mandare tutti al diavolo monta dentro come un fiume in piena: anche quella  di prendersela con se stessi per essersi costretti ad accettare una realtà nella quale ci si muove come animali disorientati.
Così si indossano gli occhiali da sole fino a sera: perchè la luce abbacinante acceca.
Così si sbuffa in faccia a chi ripete le stesse parole per più di due volte, e si guarda in cagnesco chi ti fa gli auguri perchà hai un’auto nuova.
Auguri perchè?
Avevano ormai associato la tua faccia che invecchia alla vecchia auto che ti si stava attaccando sotto al sedere, oppure ti augurano, semplicemente, che nessuno te la prenda a martellate per il mero gusto dello sfregio fine a se stesso?
E’ capitato anche questo, in effetti: oramai niente del marcio che ho intorno mi stupisce più.
Non è che avessi tutta questa voglia di sentirmi in guerra, ma è come se gli eventi, a volte, ti ci trascinassero senza la tua volontà.
E sentirsi in balìa di ciò che ti trascende è orribile.
Avevo iniziato a fotografare i primi germogli di questa primavera precoce, e me n’è passata la voglia: tanto, a che serve?
I colori si sono alterati, e son tornati minacciosi: il rosa del ciliegio ha una tonalità aggressiva, il verde dell’erba è drammatico.
Tutto si è deformato: anche forme e strutture.
La realtà nuova costringe a fare sostanziali passi indietro: forse è solo la mia percezione alterata, ma è terribilmente realistica.
Vera.

Red Hot Chili Peppers – Desecration Smile

non solo

 

Bella immagine, vero?
Per gli uomini spesso siamo solo questo, e a nulla pare siano serviti anni di lotte per l’emancipazione.
Non solum.
Bene che vada ci si imbatte in strane bonarietà di tipo concessivo: sostanzialmente in quattro parole in croce dette per quietare l’animus ribelle.
Al peggio ci si rende conto, ben presto, che se la strada per l’inferno è lastricata di buone  intenzioni, quella per il paradiso lo è di complimenti sparsi come manciate di cenere al vento.
Generalmente falsi.
Da giovani si è inconsapevoli, e in modo inconsapevole ci si illude di aver fatto centro, di essersi spiegate, di aver trovato un interlocutore pienamente capace di comprendere.
Crescendo le illusioni si sgretolano più o meno lentamente, lasciando il posto ad un disincanto agrodolce destinato presto a diventare fiele allo stato puro.
Ed è così, cari miei, che le sottoscritte (personalità multipla ma non solo) non la bevono più, e se ne assaggiano un sorso lo sputano via.
Per cui sarebbe utile che anche noi si imparasse l’arte dell’usa e getta: in fondo anche gli uomini son tutti uguali, a parte l’aspetto esteriore.
Il funzionamento è semplicissimo: se li conosci impari ad usarli, oppure li dimentichi nella polvere delle loro convizioni più stantìe e datate.

Porcupine Tree – Synesthesia

parlare ai morti

Tenere il cervello in allenamento mi costa tanta fatica: soprattutto dopo le solite notti insonni: una ogni due, tre.
Nelle notti a luci accese divento allucinata e possibilista, imprudente ed autentica.
Salvo accorgermi, dopo un po’, di aver pensato ai morti, e parlato ai sordi.
Le notti a luci accese amplificano ricordi, emozioni e afflati di redenzione.
Anche di perdono.
Poi il sole si riaccende sul senso di freddo lasciato dai fantasmi svaniti con le ombre.
Mi scusi tanto. In realtà non volevo disturbare la sua calma, nè scalfire le sue granitiche certezze. Quel che pensa in realtà non mi interessa: io seguo le mie emozioni, che mi tengono viva. Capire non è obbligatorio.

Deep Purple – Highway Star

spine

  Che cosa c’è, dopo questa vita?
Ultimamente me lo chiedo spesso, anche se sono orientata a credere che questo nostro passare per tante vicende sia solo un ciclo biologico come altri.
Desiderare la fine di tutto è umanissimo, anche se non esattamente comune, ma c’è sempre la paura di un ripensamento in extremis: e se domani tutto cambiasse?
O se cambiasse abbastanza da rendere ogni nuovo sorgere del sole meno penoso e soggettivamente inutile?
Negli ultimi mesi c’è stato un aumento esponenziale di suicidi: credo un po’ dappertutto, sicuramente dove vivo io.
Che la colpa sia imputabile alla batosta economica è parzialmente credibile: c’è chi si trova quasi improvvisamente di fronte ad un muro impossibile da scavalcare, e cede.
Però, pensandoci, i muri che ci sbarrano la strada sono innumerevoli, e di ogni genere.
Bisognerebbe essere naturalmente dotati di spalle larghe, peli nello stomaco e spirito fortemente cinico: diversamente se ne esce con estrema difficoltà.
E’ vero, sono scettica e relativista, e affidarmi ad un Qualcuno che non vedo e non tocco mi riesce molto difficile.
E’ anche vero che da tempo ho smesso di credere nella buona fede degli altri, salvo poche, felici eccezioni, e ciò mi rende ancora più penoso il campare.
Nel buio e nel silenzio della notte mi chiedo spesso cosa possa essere, alla fine, un salto nel vuoto.
Me lo chiedo e non ho risposte, perchè chi è già saltato non può tornare e raccontare l’esperienza.
Fede anche in questo?
Bisogna avere fede anche nel modo in cui si decide di accomiatarsi (sì, sì, con una sola emme) da questa bella favola, più che altro millantata?
Non so.
La gente intorno a me si muove per conto suo, organizzata in cerchi concentrici che fatalmente si allontanano, fino a fluttuare in lontananza come le onde estreme in uno specchio d’acqua colpito da un sasso.
Talvolta ho la strana sensazione che il sasso sia io.

Pearl Jam – Crown of thorns

stilnox

  Che sia una festa, la rappresentazione di qualcosa, un’inaugurazione molto importante mi sfugge.
C’è tanta gente vestita in maniera piuttosto elegante: gente giovane, mi pare.
Con uno squillo mi avverte che è arrivato, e che è nel parcheggio di questa mega villa che ci ospita.
Gli vado incontro con ansia ed imbarazzo, camminando in maniera malferma sulla ghiaia del viale: devo avere tacchi vertiginosi, io che di solito li evito come la peste.
E’ uscito dall’auto, una decappottabile, e mi viene incontro.
Indossa jeans e una camicia bianca arrotolata sugli avambracci:  lo ricordavo meno muscoloso.
Sta benone: è diventato anche più bello.
Mi abbraccia con affetto.
E non è amore, no, ma solo un grandissimo affetto.
In fondo anch’io non lo amo, ma mi piace, e so  di essergli rimasta legata.
Parliamo: abbiamo tante cose da raccontarci.
Viene dentro con me, ma dice subito che deve andare via presto, e che ci terremo in contatto.
Gli credo senza difficoltà, io che non credo più nemmeno a me stessa.
Ci abbracciamo ancora, ed è una sensazione appagante.
Poi sale in auto e se ne va, dopo aver alzato una mano per un ultimo cenno di saluto.
Così, a conti fatti, penso che stanotte prenderò una compressa di Stilnox.

Anastacia – Not that kind

infinity

  Amo un albero, un metro di recinzione, lo scontrino del caffè che ho conservato in tasca.
Le scarpe che portano ancora i segni del mio cane, il profumo che si spande per casa, la compressa di tachipirina che ho  mandato giù nel pomeriggio e l’antibiotico che sto per mettere in bocca adesso.
Il vino rosso anche d’estate, se avrò un’estate da spendere a modo mio.
Il vestitino azzurro polvere: pensieri e ricordi strettamente connessi, al tempo in cui la connessione generale si fa sempre più lenta e faticosa.
Amo la capotine blu, e i fiorellini stinti, la pappa al pomodoro e il deodorante al neroli.
Le mie vecchie stampelle, gli zoccoli di gomma rosa, la camicia trasparente delle figure più imbarazzanti.
L’odore dei momenti che non ho saputo tenere stretti in una mano perchè a volte mi convinco che la vita va avanti costruttivamente, invece di travolgere senza riguardi, senza pietà.
Forse è quel che tocca.
Forse il Libero Arbitrio è una favola illuminista parzialmente insensata, e noi morbidamente deterministi: un piede qua ed uno là.
Forse vorremmo, ma non possiamo veramente.
Di sicuro io vorrei tanto, ma non posso, al punto che non voglio più.
Cioè non voglio più volere.

Inara George, Bryony Atkins – Infinity