il momento giusto

 A  volte mi è capitato di trascinare la lettura di un libro per mesi.
Di portarmelo in borsa, praticamente dappertutto, ma di riuscire a leggerne poche pagine, o qualche rigo.
E’ ciò che è successo con “c’era una volta l’amore ma ho dovuto ammazzarlo“, di Efraim Medina Reyes, uno scrittore colombiano contemporaneo: più giovane di me.
Non posso dire che la lettura non fosse interessante: anzi.
Ho iniziato a leggerlo quand’ero ancora in fisioterapia, prima dell’intervento.
Poi me lo son portato in ospedale, insieme ad altri sei: praticamente convinta di dover passare tutto il tempo a girare pagine.
Ho messo via il segnalibro solo oggi, e solo per caso e volontà (diciamo un buon fifty fifty).
Perchè tutto questo preambolo?
Non lo so di preciso, ma ho la sensazione che a certe parole dovessi arrivarci proprio adesso: prima sarebbe stato inutile, dopo un po’ superfluo.

“Mi domando come staranno andando le cose a una certa ragazza, mi domando se amerà suo marito, se le piacerà come fa l’amore, se vorrà farlo ogni volta che lui vuole, se la costringerà, se lui finge per evitare casini, se è andata dal giudice, se hanno discussioni, se lui ha mai cercato di picchiarla, se lo ha fatto e lei ogni notte pensa di ucciderlo.
Mi domando se sono sereni e amorevoli, se nel loro giardino cantano gli usignoli, se quando pensa a me lo fa con nostalgia o con sollievo.
Mi domando se è tutta una menzogna tra loro o se sono i depositari della verità, e se è tutta una menzogna mi domando quanto durerà.
E’ rischioso fare pronostici, le menzogne sono eterne in mano a gente come una certa ragazza”.

“Mi piace andare a correre tutte le mattine perchè mitiga la tristezza.
Quando sogno una certa ragazza lo so, anche se non lo ricordo.
Me lo dice la sensazione di vuoto nel petto.
Correre aiuta, per questo al mattino presto c’è tanta gente che corre.”

Paolo Conte – Sudamerica

invisibile

  La schiena diritta, non più dolente, si scalda al sole di questo ultimo scorcio di un agosto che avevo paventato perso, funesto, affossato.
Va così.
Volto la testa appena e vedo passare sulla riva gente che cammina stanca, spalle cadenti e muscoli rilassati.
Vanno incontro al sole del primo pomeriggio: alle loro vite che portano stampate su volti annoiati, inespressivi.
Di tanto in tanto un guizzo vivace, uno spruzzo impertinente, un rapidissimo inseguirsi di risa e parole che si perdono piano nella brezza.
Ho tutto ciò che mi occorre: il mio piccolo mondo intorno, specchio di quel che ho dentro.
Un mondo che porto con me: il necessario per non dover sentire il bisogno di chiedere o raccattare.
Quel che deve accadere non si sa.
Ignoro, più o meno beata, certi sviluppi propedeutici: qualcuno mi ha detto che nulla cambierà, e che la vita continuerà a rotolare come sempre: metro dopo metro, sasso dopo sasso.
Tutto continuerà come se nulla fosse cambiato o tutto cambierà perchè niente potrà più essere come prima?
Sono dettagli: il rumore del mare contende la mia attenzione alle note della musica, mentre respiro l’aria che  mi rigenera da sempre, regalandomi l’illusione di essere un’altra.
Una persona veramente viva.
Mi manca solo un calice di vino bianco gelato, a pensarci bene.

Cristina Donà – Invisibile

in fieri

Così, alle 4,30 del mattino mi è venuta voglia di urlare urbi et orbi che mi sono sentita stanca, esasperata, fiaccata da questa notte insonne stipata di paure e ricordi.
Soprattutto di paure.
Che sembrava stesse andando tutto bene, e forse tutto va ancora bene, ma che sono incauta, e lo sono sempre e a dispetto di tutto.
Che, caspita, so che un’anca artificiale, a meno che non si lussi, non fa male, ma che ho ripreso a sentire dolore, e ho tirato fuori la seconda stampella, messa via in un accesso (ed eccesso) di ottimismo, gasata dal fatto di essermi lasciata quest’ultimo anno da disabile alle spalle.
C’è che non siamo tutti uguali: c’è chi si lancia subito e senza contraccolpi (ingenuamente pensavo di aver ricevuto almeno questa grazia), e chi e’ costretto a mordere il freno ancora per un po’.
Ho voluto bruciare i tempi.
Io vorrei sempre bruciare i tempi, e dimostrare a me stessa (chè degli altri ormai poco mi importa) di essere roccia, guerriera e spadaccina.
Intanto scrivo a singhiozzo perchè soggiorno in un porto di mare, una specie di comune disordinata piena di giovani ciabattanti, teli appesi al dondolo, infradito spaiate, piastre per i capelli lasciate per terra in modo che io vi possa inciampare facilmente.
I miei genitori, anziani e in minoranza, soggiacciono alle intemperanze, a volte simpatiche, del nipotame.
Oggi mio figlio, a tavola, ha esordito così:
– E se vi dicessi che sono finocchio? Mi aspetto che mi dimostriate la vostra apertura mentale adesso.
I miei l’hanno guardato con aria perplessa, io sono scoppiata a ridere: quando ci si mette è figlio di sua madre, non c’è che dire.
E così agosto ha preso ad infilare i suoi giorni come foglie di alloro allo spiedo, alternate a pezzi di povera carne messa a rosolare sulla brace.
E’ andata? L’ho sfangata, finalmente? Mi sono liberata almeno di un pezzo di me che non andava al punto da avermi costretto per mesi all’isolamento forzato?
Beh, penso di sì.
Adesso aspetto.

Paolo Nutini – New shoes

l’ottimismo è il sale della vita

Non sempre ciò che appare brutto è negativo, così come, al contrario, tutto quel che sembra (o sembrava) bello e sfavillante nasconde un lato oscuro invisibile ai più.
La realtà si nasconde: più spesso si camuffa tanto da fuorviare ed indurre ad imboccare strade sbagliate.
Che fossero sbagliate, però, lo si scopre di solito molto tardi.
Quando c’è ormai poco tempo per alzare i ponti levatoi, o per indossare l’armatura delle singolar tenzoni.
In questa lotta selvaggia che è la vita provare a difendersi  a volte è doveroso: più spesso inutile.

Petula Clark – Downtown