Signore e signori…

Una porta è un pezzo di legno, a volerne svilire il senso fino ai minimi termini.
Una porta è il passaggio, spesso obbligato, per un’incognita.
Un salto nel buio, l’abbraccio di un angelo, una mano sulla fronte.
Una tenera carezza sui capelli.
Maybe.

Doors – Light my fire

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Volo

A volte piccole certezze
piccole         certezze
costruite a fatica su fondamenta
piantate con forza sovrumana
a volte piccole certezze
schizzano via come mattoncini impazziti
tenuti insieme ormai
solo dal bisogno di dirsi
di dire a se stessi guardando l’alter nel fondo degli occhi
che la recita continua
che deve continuare
perchè altro non avremo.

Pink Floyd – Comfortably numb

Non aprite quella porta

Sant’Antonio Sant’Antonio scaccia via questo demonio.

Oggi, a casa dei miei, avrei voluto filmare una brevissima scena da sit com: peccato che certe estemporaneità non lascino mai il tempo di agire tempestivamente.

Così, insomma, son riuscita a sapere, novello segreto religioso, che mi tocca il primo di luglio.

Mio fratello si è gentilmente offerto di accompagnarmi su, e mi ha proposto di partire due giorni prima perchè la mattina del trenta devo presentarmi in accettazione.

– Così ti accompagno in ospedale e riparto.

Nulla quaestio, per me, ma la genitrice in ascolto, più tesa della sottoscritta, è sbottata.

– Lasci tua sorella UN GIORNO PRIMA dell’intervento?

– Non ho scelta: devo lavorare.

– E chi la vedrà uscire viva dalla sala operatoria?

Al che mi è partita una risata omerica, e mia madre mi è sembrata una di quelle mamme ebree tanto sfotticchiate dal buon, vecchio Woody.

Aveva gli occhi smarriti sul serio: guardava mio fratello con aria furente, poi si girava verso di me con l’espressione persa. Roba da Oscar.

Ho cercato di tranquillizzarla, facendole capire che per me, abituata da lunga pezza a cavarmela da sola, il problema non sussiste davvero, perchè presumo di uscire viva dalla sala operatoria: al limite un embolo può sempre partire, ma di solito l’incidente non è mai così immediato.

Niente.

Ha continuato a guardare male suo figlio, passando in rassegna tutti i miei possibili “testimoni di esistenza in vita”.

-Tuo padre ed io siamo anziani: ti saremmo d’intralcio. Tua sorella è in commissione d’esame…

Ha avuto un lampo improvviso.

– E se lo dicessi a Na..

NO.

– Ma lei la scuola l’ha già finita.

– No e basta.

– Stasera la chiamo e glielo chiedo io, tanto tu sei come quegli animali che se ne vanno a morire in solitudine…

Azzo, mamma: io non vado a morire. Vado a rinascere, credo.

– Ma avrai paura.

– Come tutti, ma come a tutti passerà anche a me.

– Ma io ho bisogno che qualcuno della tua famiglia ti veda sana e salva.

Facciamo così: mi scatto una foto col cellulare e te la mando. E adesso BASTA.

Non è che mi sia parsa molto convinta, ma almeno ha smesso di mugugnare.

So che nei prossimi giorni tornerà alla carica, ma lei non ha realizzato che, in effetti, io voglio star male da sola, e ricomparire quando avrò riacquistato i miei normali sembianti.

Che la solitudine non mi fa paura, che negli ospedali c’è il personale, medico ed infermieristico, e

che non ho davvero bisogno di qualcuno che mi tenga la mano, compatendomi.

Io, che ci crediate o meno, ho uno spirito moderatamente guerriero.

Slipknot – Wait and bleed

RETTIFICA.

Per amor di verità, per onestà intellettuale e per la mia endemica incontinenza riguardo all’apposizione dei puntini sulle i, devo aggiungere che l’intervento è stato (un po’ inutilmente) anticipato al pomeriggio del 30 giugno, e che mio fratello e mia sorella (che ha chiesto alla commissione d’esame un permesso di due giorni) rimarranno con me per vedermi uscire dalla sala operatoria, presumibilmente viva.

Che torneranno il giorno dopo per salutarmi, e che si reimmetteranno sulla via dell’amabile sprofondo, verso il mio Sud.

Avrò anche avuto un marito cinico e un amante bugiardo, ma, sostanzialmente, non sono Remi.

Le favole

Siamo stati giovani, generosi, pieni di vita anche quando da lontano occhieggiava, malevola, la tristezza.
Siamo stati giovani, belli e malmostosi, come si conveniva ad una generazione troppo avanti  per aver fatto la rivoluzione che, però, rimaneva dentro come un virus inattivato.
Poi siamo cresciuti, com’è nell’ordine dell’evoluzione della specie, e abbiamo imparato a convivere con i compromessi delle convivenze forzose, e della delusione per la caduta degli ideali, e degli dei.
Son cresciuta anch’io, forte e debole delle mie strade parallele, mai uguali a quelle di chi aveva seguito più o meno i miei percorsi.
Come gli altri ma diversa. Sempre.
Mai omologata, nonostante, con malcelato orgoglio, facessi ogni tentativo, possibile e non, di sentirmi parte di un gruppo che mi inglobava senza comprendermi.
Sul nastro della memoria che si riavvolge al contrario passano volti, risate, Nicola con i denti storti e gli occhi azzurri, sua sorella, bella e altissima, la mia bendisposizione d’animo frammista alla ritrosia che mi era rimasta addosso come un marchio, dopo gli anni delle suore.
Un’aria da giovane sfinge che mi teneva a distanza di sicurezza dagli altri, amati e temuti allo stesso modo.
Solo pochi anni fa un testimone del tempo che fu mi disse di una me che percorreva la strada con i jeans e un berrettino a cloche, e l’aria sfrontata.
Peccato che il tempo porti via con sè anche quegli sparuti ricordi che avremmo voluto custodire dentro di noi, come le foto d’infanzia che si tirano fuori per farsi due risate con gli amici, o per piangere in silenzio.
Io ho caro il mio passato, senza del quale non sarei quella che sono oggi.
Una rompiscatole, negativa e piagnona, a detta di molti.
Ma se questa gente sapesse quanto poco mi frega, di lei…
Io sola mi conosco veramente, e mi spiace davvero di non essere ancora perfettamente in grado di volermi il bene che merito. Tutto.
Non sono stati  alcuni incidenti di percorso, e certi incontri sbagliati, ad aver scalfito la mia integrità.
Mi hanno fatto molto male, ma quel tipo di male che, prima o poi, torna al mittente con gli interessi.
Io son rimasta me stessa, senza compromessi e richieste di elemosina.
L’amore non si elemosina mai, nè si butta via come perle ai porci: ne avremmo in cambio solo pochi centesimi di carità della peggiore specie.
Son rimasta com’ero: insicura e tormentata, ma fiera della mia onestà: quella che, in un tardo pomeriggio di un ottobre che si allontana sempre più nel vortice della vita che risucchia se stessa, mi portò a fissare il sole al tramonto, in cima al campanile di una chiesa in restauro, facendomi sentire  piena di una straordinaria forza.
Sono ancora quella donna: quella stessa donna di sette anni fa.
Oggi ho meno speranze, ma la certezza di saper bastare a me stessa senza aver più bisogno di credere alle favole.
A pensarci bene, non ci ho mai creduto veramente: nemmeno quand’ero bambina.

Cat Stevens – Hard headed woman

Piccoli lussi

Sono stata così dura, con me, da non potermi più permettere l’atto generoso del perdono.
Non mi sono curata di me stessa per troppo tempo, pagando anche le conseguenze delle colpe altrui.
Quindi ora son finite pazienza e caramelle.
E  rispedisco al mittente malafede, meschinerie e mancanza di stile e maniere urbane.
Respingo, e ignoro, atteggiamenti che non mi piacciono, sentendo di potermi finalmente permettere il lusso di non chiedere più legittimazione a chi, in realtà, ha sempre e solo pensato al proprio benessere, mascherandosi da agnello e dimostrando la sua vera identità col passare del tempo.
Spiacente, anzi spiacente per nulla, ma io non abbozzo più, non mollo e non rimetto i peccati.
Eccacchio, mica sono Dio.

Joy Division – Disorder