Be careful

Era un blogger come me.
Era.
L’imperfetto si impone quando la volontà decide.
E la mia volontà, nata ballerina, ha guadagnato un bel po’ di medaglie sul campo grazie ad un’autoconversione in panzer.
Se. Quando. Soprattutto se.
Oggi non smanio per lo “share”.
Mai fatto, in realtà, anche se una volta mi piaceva che qualcuno mi leggesse.
Oggi è un’altra storia.
Oggi è quasi un’altra vita.
Scarna, difficile ma consapevole e duramente lucida.
Chi ti regala caramelle e benefit in un mondo di squali ed egoisti nemmeno tanto mascherati?
Ad un certo punto del tuo cammino impari ad arrangiarti, a dover essere costretta a passare al setaccio ogni emozione passata, ogni afflato spontaneo di amore: perchè nulla, se non la corporeità di noi che respiriamo, è vero, e vero per sempre.
Oggi ho una vita scarna ed essenziale.
Oggi sorrido poco, e rido ancora meno.
Mi volto indietro, con lo sguardo del cuore perso in un pomeriggio assolato di un aprile lontano.
Poi guardo avanti e proseguo, anche se via e scopo non sono chiari.
E non è depressione, no.
Non è un mal di vivere patologico.
E’ essere me stessa nell’unico modo che conosco, e che mi riesce bene: cieli bui e sprazzi improvvisi di sole.
Mica l’ha detto qualcuno, che dobbiamo essere tutti omologati.
Belli, vincenti e fatti in serie come biscotti industriali.
C’è il modello fallimentare. La difformità. Il difetto di fabbricazione che a volte è un valore aggiunto.
C’è la consapevolezza, amara, di essere stata poco più che cenere di sigaretta per qualcuno che era vita.
Era.
Appello.
La sensibilità delle persone non è un vuotatasche, o una sputacchiera.
Be careful, please.
E l’appello è sentito ed accorato.
Tra l’altro, penso di aver capito perchè hanno inventato Dio.

Coldplay – Fix you

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Solo per aggiornare

Pensate che ognuno di voi sia uno e basta?
Forse vi sbagliate.
Spesso ho ironizzato sulla mia doppia personalità, salvo accorgermi, strada facendo, di essere abitata da una moltitudine di soggetti, l’uno molto diverso dagli altri.
Vi avevo ragguagliati fino a madama perfettina, all’adolescente femmina ribelle, all’adolescente maschio affetto da coprolalia, alla figlia della ballerina del Bolshoi, al marinaio irlandese, al camallo in senso lato, alla crocerossina dalle buone intenzioni, alla femmina che quando viene ferita in amore può diventare molto perfida.
Adesso sta lentamente emergendo un altro soggetto col quale imparare a fare i conti: ma non dispero.
L’umore procede fra bassi e meno bassi, alla ricerca di una piattaforma ideale che possa offrire almeno una parvenza di vera stabilità.
Il blog langue, in apnea, anche se la voglia di comunicare è ancora molto viva: forse in attesa di nuove ispirazioni.
Così, passin passino, mi avvio verso una prova che mi spaventa molto, ma che, una volta superata, mi consentirà di tornare a guardare più o meno lontano.
E chissà che la “maledizione” dei fatidici dieci anni si schianti contro una parete di un ospedale del nord, liberandomi da paure, dubbi e fantasmi del passato.

Serj Tankian – Borders are

A little bit(e)

Tra un po’ entrerò ufficialmente, come ogni anno, nell’ennesima anticamera-immissione problematica nella stagione amata da tutti. Tranne che da me, ma solo a causa di malinconie improvvise, moti repentini di angoscia e, da quest’anno, di tachicardie che hanno un preciso perchè.
Del resto nessuno mi aveva mai detto che la vita fosse una simpatica passeggiata in pianura, con brevi e gradevoli soste rigeneranti.
Anzi, le suore seppellite a colpi di tacco nella fanghiglia del mio passato più remoto ebbero modo di ribadire il concetto che in questa valle di lacrime si dovesse soffrire tanto per meritare, un giorno, le glorie celesti.
Confesso di non aver mai atteso cotante fantomatiche e surreali glorie, e di essermi adoperata per ricavare qualcosa di decente hic et nunc.
Però adesso sono in affanno e boccheggio: l’orizzonte (terreno, chè di altri non ho notizie) è attraversato da nubi e nubi: alcune bianche e veloci; altre plumbee e cumuliformi come minacce.
Forse tornerò a riveder le stelle; forse continuerò a farmi largo a bracciate fra notti, nebbie e foschie di vario genere e varia intensità.
La certezza immediata, quella che tocco con mano ogni giorno, ha il sapore sgradevole e stucchevolmente dolciastro delle recite a buon mercato per nascondere la realtà, per dirsi che tout va très bien, sperando che Madame la Marquise ci creda ancora.

Lou Reed – This magic moment

Georgia

Mi son messa, quieta, a pensare l’alabastro dei ricordi sepolti: quando non ero ancora vinta dalle lotte cruente contro l’altra parte di me.
Un breve corridoio chiaro, sfumato nei colori di un’estate lontana: pensieri veloci come sempre, tanto da seguire il grecale senza avermi chiesto il permesso.
E andar su e giù come una trottola felice: su e giù, contro le difficoltà di un tempo avaro di gentilezze.
Son cresciuta così.
Dare piuttosto che avere.
Nè smancerie gratis, nè colpi di pugnale.
E adesso, se permettete, vado a giocare a “fiori, frutta e città”.

Le Orme – Amico di ieri