Prerogative

“Signora, lei ha una soglia di sopportabilità del dolore fisico molto alta”.
Il bel moro lo dice convinto, ed io annuisco: è vero.
Un parto senza l’ombra di un “ahi”, e tanti acciacchi sopportati quasi senza colpo ferire: anzi integrandoli, come fossero parte di me.
Però un’anca displasica alla nascita, seppur curata dal fiorentino Scaglietti e del barese De Marco, ha presentato il suo conto quando avevo poco più di quarant’anni, camuffato da AVN.
Invece era un’artrosi particolare, quella che colpisce gli ex displasici poco dotati di culo in senso metaforico.
Mia cugina, per dire, ebbe una displasia bilaterale molto più seria della mia, eppure oggi saltella felice.
Mia cugina coetanea.
Enzo Jannacci cantava “Ci vuole orecchio”.
Io dico:” Ci vuole culo”.
E, modestamente, lo ebbi.
Beninteso, lo so che mi sarei potuta ammalare di cancro, di SLA, di pancreatite acuta e di chissà quali e quante patologie senza speranza.
Yesss, ma la mia prerogativa, ormai integrata nel dna, è quella di andare incontro ad una lunga serie di problemi di ogni ordine e grado, mai mortali, ma sufficientemente rognosi da spingermi a pensare che io, fuor di metafora, possa essere davvero una sorta di figlia di un dio minore.
It happens.

Creedence Clearwater Revival – Proud Mary

Il mito del passato

La consapevolezza dell’amore rende felici, sguardo dritto e poi in alto, a sfidare il sole con una mano sugli occhi.
La consapevolezza di essere pieni di un’altra anima, perchè dentro c’è posto anche per mille anime, sa far osare sfide impensabili, e vincere battaglie perse.
Già.
Ricordo vagamente di aver sentito dire cose del genere, nella mia vita. Ma l’amore, alla fine, si è sempre rivelato il più fallibile e pericoloso dei sentimenti.
Per tanti motivi.
Per la disfunzionalità che certe nostre pretese inconsce scaricano sull’oggetto di turno.
Per la perdita della razionalità che, comunque la si pensi, è una ciambella di salvataggio.
Perchè i sentimenti non si decidono mai a tavolino ma nascono dentro in maniera spontanea, e i sentimenti sono, anche, amore e odio.
Per il sacrificio della parte migliore di noi stessi: nessuno ce l’ha chiesto, nessuno si accorgerà di quando le cose cambieranno.
Basta così?
Quello che mi riempie di rabbia è il sacrificio inutile: quello che si spreca per chi non saprebbe nemmeno distinguere un abbraccio formale da uno pieno di significati.
Perle ai porci, e la perla non sono io.
Io che un bel giorno ho aperto gli occhi e, finalmente, ho visto.

Who – I can’t explain

Di amicizia, e di altre parole abusate

Non ho mai tradito l’amicizia. Mai. Nella vita vera, come in questa parallela.
Sono scappata, a volte, nascondendomi perfino a me stessa, ma il tradimento (dal latino tradere, cioè consegnare con l’inganno) non lo conosco, nè lo pratico.
Può essere che qualcuno di voi abbia a rimarcare, giustamente, la mia latitanza, il disinteresse e la stanchezza che hanno accompagnato questi ultimi mesi (tanti, in verità) di vita da blogger.
E sia.
Sono quasi scomparsa, ma di voi potrei scrivere, adesso, tutto quel che so: a partire dal primissimo ricordo. Con affetto, perchè alle persone mi lego col cuore.
Eppure a volte accade di essere fraintesi. Addirittura di essere giudicati in maniera impietosa, e senza uno straccio di spiegazione.
Di essere messi, subdolamente, nella condizione di dire basta per primi.
E sia anche questo, dato che ogni stortura comportamentale fa parte della vita vera, così come di questa sorta di simulacro che chiamiamo “mondo virtuale”.
Però accettarlo è triste.

System of a down – Sad statue

Acido cianidrico

Ti inviterò a bere con me.

Un ultimo bicchiere non si nega nemmeno a un condannato.

Mi siederai accanto, sul divano pervinca.

Guarderò i tuoi occhi:

passaggio veloce di nuvole scure.

Palperò l’imbarazzo,

il tuo.

Io sto bene,

sono tre spanne sopra di te,

piccolo uomo senza significato.

Ti offrirò da bere.

Tu berrai, guardandomi perplesso,

e nell’aria si diffonderà

un profumo di mandorle amare.

Metallica – Sad but true

Il discorso di Bertie

Se è vero che dietro un grande uomo c’è quasi sempre una donna di spessore, può succedere che, insieme alla donna, vi sia un logopedista poco ortodosso, e molto sopra le righe.
The king’s speech è il racconto di come Albert “Be-Bertie” Windsor, divenuto re d’Inghilterra dopo l’abdicazione del primogenito David (Edward the VIII), riuscì ad imparare a tenere sotto controllo la balbuzie che lo affliggeva sin da quando era bambino grazie a Lionel Logue, un attore australiano senza titoli specifici, ma con una tecnica originale, più  tanta abilità e pazienza.
Quell’ufficiale di marina dal passato difficile, vessato da una governante orrenda e crudele, e dal disagio di essere cresciuto un po’ sbeffeggiato da tutti, non avrebbe immaginato (e voluto) una successione al fratello.
Però la “ragion di regno” aveva avuto la meglio su un matrimonio, quello con la pluridivorziata americana Wallis Simpson, e David aveva rinunciato al suo ruolo, passando il testimone proprio a  colui che si era sempre sentito inadeguato.
E che avrebbe continuato a sfuggire, suo malgrado, alle responsabilità che gli erano piovute addosso, se non avesse avuto l’appoggio e l’amicizia del logopedista australiano.
Il primo discorso ufficiale di Albert, divenuto re col nome di George the VI, andò in onda via radio quando si dovette annunciare al popolo britannico che l’Inghilterra era entrata in guerra contro la Germania.
E fu un insperato successo.
Che dire?
E’ raro che un film sfiori la perfezione: una sceneggiaura e una regia senza passi falsi, senza sbavature narrative, senza pezzi che sembrano essere stati messi lì per caso.
A mio modesto avviso The king’s speech è un gioiello, nel suo genere.
Sono arrivata a sentire addosso la tensione di Albert poco prima che il discorso andasse in onda, mentre la luce della microfono si accendeva quattro volte prima della diretta, proiettando il suo bagliore rossastro sul volto sudato di un eccezionale Colin Firth. Eccezionale quanto Geoffrey Rush nei panni di Lionel Logue.
Ragazzi, mi sono addirittura vagamente commossa, io che non nutro simpatia alcuna per i Windsor e per le loro eccentriche stucchevolezze (o stucchevoli eccentricità).
Ho anche cercato di ignorare che la bimba più grande di Albert Windsor, Elizabeth, sarebbe divenuta quell’antipaticissima signora travestita da cacatua.