Le belle cose inutili

Ho conosciuto persone convinte di non sbagliare mai, e di avere il Bignami delle verità in tasca. Ho tanti difetti, proprio tanti, ma non credo di essermi mai sentita la depositaria di chissà quale grande Rivelazione.

Non so se sarei stata così anche se non avessi ricevuto la sequela di calci in faccia che ho nel carniere.

Una bella e ricca collezione, insomma.

La giornata appena trascorsa mi ha visto cogitabonda e mediamente cupa.

Cose di famigghia.

Cose serie, mica cuore & amore.

In un ritaglio di tempo fra una lite e mezz’ora di ginnastica medica mi son ritrovata a pensare a quei gesti che si compiono poco prima di appuntamenti cruciali: gesti che sarebbero stati importanti se non avessero preceduto un evento giunto quasi per sconfessarli.

Oppure gesti inutili ma necessari e imprescindibili nello stesso tempo.

Penso a quando realizzai che il mio cagnolino non avrebbe mai camminato, vent’anni fa.

Lo avevo portato in giro per tutta la regione, sperando che qualche veterinario potesse operare il Miracolo. Finchè uno più onesto degli altri mi disse, senza giri di parole, che Poppy non avrebbe camminato mai, e che i suoi quattro moncherini lo avrebbero portato a strisciare, procurandogli  ferite e lesioni di vario genere.

Quando sei di fronte alla Morte sai di non avere scampo, e sai anche che ogni tuo tentativo di sottrarle chi ami sarebbe solo una battaglia contro i mulini a vento.

Concordai il giorno e l’ora dell’esecuzione capitale con un amico veterinario (quello che mi aveva accompagnata dal direttore della clinica universitaria).

Poppy sarebbe stato soppresso alle tre del pomeriggio del ventuno giugno millenovecentonovantuno.

A mezzogiorno il piccolino aveva fame, ed io viaggiavo ormai in una dimensione astratta.

Meccanicamente gli diedi da bere del latte, chiedendomi se l’avrebbe mai vomitato, prima di morire.

Poco prima dell’ora convenuta lo sistemai nel suo cestino, e lo accompagnai in quello studio che avrebbe visto i suoi occhietti aperti per l’ultima volta.

Chiesi ad A. che non lo buttasse via come un rifiuto, e me ne andai piangendo, al punto che guidai senza vedere la strada.

Oggi so che si trattò di una sorta di eutanasia.  Chissà: forse per lui strisciare sarebbe stato normale. Magari avrei potuto comprargli un carrellino. Magari. Chissà.

Dieci anni dopo, quindi dieci anni fa, ero sul punto di separarmi da mio marito.

L’udienza in tribunale era stata fissata il ventinove gennaio, ma lui era ancora con noi, quindi, come ogni anno, costruì il solito, grande presepe con l’aiuto di nostro figlio.

Il bambino sapeva quello che sarebbe successo. Probabilmente ci pensava, mentre porgeva a suo padre il muschio e i sassolini.

Io li guardavo dietro una porta, chiedendomi il senso di quel presepe moribondo. Chiedendomi il senso del dolore di un bambino che, da allora, iniziò a non manifestare più le sue emozioni.

Che non le manifesta nemmeno oggi che ha diciott’anni.

E tutto questo tempo è passato. E’ volato via lasciandomi nel cuore un vuoto che mi porterò dietro per il resto della vita.

E non dite che mi piango addosso, perché non è così.

Sto solo cercando di incasellare i ricordi, prima di liberarmene per sempre.

Chi ci riesce senza sforzo è un gran culo rotto.

Jonneine Zapata – Good looking

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12 pensieri su “Le belle cose inutili

  1. Ma è un blog nuovo? Cavoli, i pensieri però sono sempre cupi…I ricordi brutti…chi non li ha, ma sei sicura per incasellarli e archiviarli occorra ripercorrerne le tortuose e dolorose strade?

  2. Mi sembra un percorso necessario, Alia: dover percorrere e ripercorrere i sentieri tortuosi della memoria per esorcizzare il dolore.
    O, forse, è solo rimuginare inutilmente.

  3. Si sente il dolore di quelle esperienze come se fossero vissute ora e fossero in presa diretta. Null’altro da aggiungere; é un post che ci vuole coraggio a scrivere e resistenza mentale a leggerlo e non perché sia brutto ma perché mette davvero in faccia a certe realtà che si ha paura di affrontare o anche solo di pensare. La morte degli altri.

  4. Eppure la morte degli altri è una realtà che ci tocca tutti, laddove anche noi siamo gli altri, Daniele.

    Questa si chiama sopravvivenza, Arci. ;)

  5. La morte è un evento bizzarro:sappiamo che verrà eppure ci lascia sempre sbigottiti.Qualcuno la affronta con questa frase:”Non voglio vedere lacrime,specie da persone che moriranno pure loro.Vado solo avanti a vedere come è,se non è male vi tengo il posto”.Ciao Nico,Buon anno e buon tutto quello che vorrai fare.

  6. Senti cara mia, io per entrambe le vicende avrei usato la strategia del carrellino: sia il cane che il marito su un bel calessino, il primo per vederlo gironzolare dentro casa, il secondo per vederlo uscire una volta per tutte da casa.

  7. Personalmente non la temo, Roberto. So che sarà come spegnere la luce per sempre, non essendo, io, in possesso del dono della fede. Mi spaventa il modo, semmai, ma questa è un’altra storia.
    Gli auguri te li faccio dopo, ok? :)

    Sono riuscita a metà in entrambe le opere, Gians. Il cagnolino lo tenni in vita finchè mi fu detto, a muso duro, che mi stavo comportando da egoista. Il marito è uscito dieci anni fa, ma ciò che abbiamo in comune fa sì che i contatti siano a volte frequenti. Soprattutto se “la cosa in comune” ha le pigne in testa.

  8. E’ doloroso, e tanto, quello che scrivi.
    Di certo, leggendoti non si può restare indifferenti, e- aggiungo – il rischio di dire banalità è fortissimo.
    Da fuori si può sempre giudicare, dare consigli, che è uno sport alla portata di tutti, specie quando non si è coinvolti.
    Io voglio augurarti in punti di piedi di riuscire a voltare pagina. Non a cancellare quel che è stato, che certe cose mi sa che è dura, non si cancellano.
    Ma di riuscire a scrivere delle pagine nuove, meno dolorose.
    Ti abbraccio.

  9. A parte il fatto che non ho ben capito l’accostamento della morte del cagnolino con la separazione da tuo marito, così, di primo acchito mi sembra che i tuoi pensieri siano troppo cupi e che siano loro a “sgozzare” le emozioni altrui.
    Ma opvviamente non ho la verità in tasca…

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