Whatever works

Orbene (perchè ormale non esiste) siamo in dirittura di arrivo.

Lo spartiacque fra il vecchio e il nuovo è un momento così stucchevolmente retorico da far venire la nausea.

I tempi dei sorrisi e di auld lang syne, che partiva in testa allo scoccare della mezza, sono lontani anni luce.

Mi vedo in flashback, bambola recitante un copione in buona fede: perchè si deve esser grati, sempre, e ci si deve predisporre all’ottimismo e alla speranza.

Normalmente la concretezza va a puttane, fra un sorso di prosecco e un frammento del messaggio a reti unificate.

E invece è proprio l’attaccamento alla realtà che non dovremmo perdere di vista nemmeno per un secondo.

Tralascio volentieri le considerazioni socio-politiche: c’è chi scrive di questo molto meglio di me.

Poi, si sa, sono una liberale “spatriata”, quindi che  diavolo potrei dire?

Quest’anno che arriva non sarà buono: per le mie previsioni ho basi concrete.

Temo da uno a tre seri peggioramenti delle condizioni di salute di familiari stretti (non posso essere più dettagliata, perchè i tumori sono animaletti molto astuti).

Temo l’ufficializzazione di una delle più grosse cazzate che la mente di mio figlio potesse partorire.

E che sarà mai tutto ciò, dato che l’unica certezza è che dobbiamo schiattare tutti?

Ora che ci penso, una novità toccherà anche a me: un’anca nuova, lucida e fiammante.

Ne avrei fatto, e ne farei ancora a meno, ma accontentarsi di passeggiate a tempo è deprimente.

Fra tutto questo grasso che cola, facendomi largo a bracciate, a voi auguro, con tutto il cuore, di

arrangiarvi.

Dopotutto non è ciò che facciamo a partire dal momento in cui, ahinoi, veniamo al mondo?

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Le belle cose inutili

Ho conosciuto persone convinte di non sbagliare mai, e di avere il Bignami delle verità in tasca. Ho tanti difetti, proprio tanti, ma non credo di essermi mai sentita la depositaria di chissà quale grande Rivelazione.

Non so se sarei stata così anche se non avessi ricevuto la sequela di calci in faccia che ho nel carniere.

Una bella e ricca collezione, insomma.

La giornata appena trascorsa mi ha visto cogitabonda e mediamente cupa.

Cose di famigghia.

Cose serie, mica cuore & amore.

In un ritaglio di tempo fra una lite e mezz’ora di ginnastica medica mi son ritrovata a pensare a quei gesti che si compiono poco prima di appuntamenti cruciali: gesti che sarebbero stati importanti se non avessero preceduto un evento giunto quasi per sconfessarli.

Oppure gesti inutili ma necessari e imprescindibili nello stesso tempo.

Penso a quando realizzai che il mio cagnolino non avrebbe mai camminato, vent’anni fa.

Lo avevo portato in giro per tutta la regione, sperando che qualche veterinario potesse operare il Miracolo. Finchè uno più onesto degli altri mi disse, senza giri di parole, che Poppy non avrebbe camminato mai, e che i suoi quattro moncherini lo avrebbero portato a strisciare, procurandogli  ferite e lesioni di vario genere.

Quando sei di fronte alla Morte sai di non avere scampo, e sai anche che ogni tuo tentativo di sottrarle chi ami sarebbe solo una battaglia contro i mulini a vento.

Concordai il giorno e l’ora dell’esecuzione capitale con un amico veterinario (quello che mi aveva accompagnata dal direttore della clinica universitaria).

Poppy sarebbe stato soppresso alle tre del pomeriggio del ventuno giugno millenovecentonovantuno.

A mezzogiorno il piccolino aveva fame, ed io viaggiavo ormai in una dimensione astratta.

Meccanicamente gli diedi da bere del latte, chiedendomi se l’avrebbe mai vomitato, prima di morire.

Poco prima dell’ora convenuta lo sistemai nel suo cestino, e lo accompagnai in quello studio che avrebbe visto i suoi occhietti aperti per l’ultima volta.

Chiesi ad A. che non lo buttasse via come un rifiuto, e me ne andai piangendo, al punto che guidai senza vedere la strada.

Oggi so che si trattò di una sorta di eutanasia.  Chissà: forse per lui strisciare sarebbe stato normale. Magari avrei potuto comprargli un carrellino. Magari. Chissà.

Dieci anni dopo, quindi dieci anni fa, ero sul punto di separarmi da mio marito.

L’udienza in tribunale era stata fissata il ventinove gennaio, ma lui era ancora con noi, quindi, come ogni anno, costruì il solito, grande presepe con l’aiuto di nostro figlio.

Il bambino sapeva quello che sarebbe successo. Probabilmente ci pensava, mentre porgeva a suo padre il muschio e i sassolini.

Io li guardavo dietro una porta, chiedendomi il senso di quel presepe moribondo. Chiedendomi il senso del dolore di un bambino che, da allora, iniziò a non manifestare più le sue emozioni.

Che non le manifesta nemmeno oggi che ha diciott’anni.

E tutto questo tempo è passato. E’ volato via lasciandomi nel cuore un vuoto che mi porterò dietro per il resto della vita.

E non dite che mi piango addosso, perché non è così.

Sto solo cercando di incasellare i ricordi, prima di liberarmene per sempre.

Chi ci riesce senza sforzo è un gran culo rotto.

Jonneine Zapata – Good looking

Quelle brave ragazze

Nate bene, educate meglio: collegi esclusivi, insegnanti di prim’ordine.
Per il futuro, marito all’altezza, figli da manuale, vita perfetta.
Peccato che le scorciatoie della vita si divertano spesso a scombinare i piani di genitori animati  da buone intenzioni.
La vita prende alle spalle, generalmente alla sprovvista, e mischia le carte in modo che nessuno riesca a capire più il senso di niente.
Quelle brave ragazze educate e vestite di blu, deferenti e perbene, schizofreniche, paranoiche, borderline, depresse, disinibite e trasgressive hanno pagato pegno, e adesso sono libere.
Libere di spargere la loro follia per le strade del mondo, fra la gente che dichiara di non comprenderle e quella che mostra empatia.
Fingere è facile, con loro.
Sono “manarine” e in buona fede, anche se non hanno avuto vita facile. Magari nel tempo impareranno a guardarsi le spalle, e lo faranno in maniera totale,  granitica e irreversibile.
I ragazzi di sempre sono sostanzialmente uguali. Accomunati dall’età, ne vivono le turbolenze: chiunque sia stato il loro mèntore o precettore.
E’ o non è, l’uomo, un animale che funziona  in un certo modo?
Già: le differenze.
Formali, più che sostanziali, ma ogni intervento mirato a modificare incide, e annienta.
Quelle brave ragazze in divisa blu hanno avuto esistenze devastate, matrimoni sbagliati, figli ribelli più di loro, amanti tanto soavi quanto falsi.
Giunte nel mezzo del cammin di loro vita sperano ancora di chiarire, ricucire, pacificare gli animi  frullati dagli tsunami che la vita con loro non può, non ha potuto evitare.
Cos’altro volete che paghino, queste donne?
Non lo hanno fatto abbastanza?
Qualcuno vorrebbe, forse, le loro teste mozzate su un vassoio d’argento?
Bene: alcune sarebbero sicuramente disposte a soddisfare certi desideri.
Pur di non soffrire più. Pur di non continuare ad assistere al lento ed inesorabile naufragio delle loro povere speranze.
Fatevi avanti, e chiedete: non sarete delusi.
Io, una di quelle, emergo dalla mia palude per un attimo.
E vi auguro buona sopravvivenza. Alle feste, ai bagordi, ai torroni, ai baci dati a chi non vorreste baciare mai. Alle tavole imbandite. Ai calici di cristallo tirati fuori per l’occasione.

Siate più forti di tutto ciò.

Lungo un filo

Ancora una volta, sotto Natale, la tv manda in onda “the family man”, argomento di un post vecchissimo: di qualche era fa.

Il tempo della mia vita è fatto di periodi interminabili: come gli anelli nei tronchi degli alberi.

Ed io mi sento eterna: un filo ininterrotto di notti e giorni senza perdere mai il senso di me e delle cose: anche di quelle che non amo.

Ho tanto tempo, eppure il tempo mi manca. Tempo per fermarmi, tempo per fissare un pensiero, tempo per guardare l’orizzonte quando lo scirocco ci fa la grazia di andarsene.

Poi arriva la notte, magica, e se non crollo di botto posso sedermi e perdermi nel cielo, o confondermi fra le immagini mute di un film che scorre in tv.

Mi riconnetto con la me vera, strappando via dal volto e dal cuore l’ovatta che mi protegge dai rumori di chi mi passa addosso con scarpe da cowboy.

Vorrei dire, ma non so più farlo. Vorrei ricordare, ma l’ho fatto, pubblicamente, per anni.

Poi mi rendo conto che sto giocando a fare quella che centellina le parole, riservandole a tocchi di esercizio di scrittura, qua e là.

Qualcuno ha visto la mia anima?

Dixie Chicks – Cowboy, take me away

<p

Young hearts be free tonight

Me ne sto qui ad interrogarmi sull’opportunità di scrivere certe cose, piuttosto che altre.

La capacità di andare a ruota libera l’ho persa: a volte è come se qualcuno dovesse giudicarmi per le mie parole.

Strano ed ironico destino: le parole sono state sempre mie alleate. Amiche vere e leali.

Quelle dolci e quelle taglienti come rasoiate.

Poco fa mi sono alzata e sono uscita in veranda: l’aria gelida e pulitissima di questa notte chiara e stellata  mi ha fatto sentire, e respirare una gran voglia di vivere.

Momenti che sfuggono dalle mani come palloncini.

Momenti che non è possibile fermare, spillandoli sull’anima.

Presto la vita di sempre mi risucchierà come in un vortice, e con me attirerà le angustie, i ricordi e gli atti mancati.

Questa fase  mi prende, e nello stesso tempo mi scivola addosso lasciando sulla pelle un senso di freddo, e l’anima su un filo di equilibrista.

Ho voltato troppe pagine, e chiuso troppi capitoli.

So che niente è per sempre, ma adesso ho voglia di sentirmi protetta e al riparo.

Riflettevo: nel giorno della “fiducia” mi sono sentita molto sfiduciata per cose mie, e il bello è che a sfiduciarmi son brava da sola.

PS. Un grazie, di cuore, a chi ha detto che scrivo cazzate da anni.

Laibach – Across the Universe

 

Pensavo

Anima e piedi a mollo, spettatrice di co(s)miche disarmonie, guardavo la parete di fronte a me: bianca, con dei minuscoli triangoli gialli.

Pensavo alla famigerata ironia della sorte, a quell’insieme di circostanze che pareva essere sotto gli occhi di tutti: di tutti, tranne che dei miei.

L’aver combattuto una lotta estenuante per il tempo di una vita perde all’improvviso la sua importanza, e i vaticini nefasti tornano a concretizzarsi all’orizzonte.

“Eppure, tuo onore, sai che ero in buona, anzi in ottima fede.

Sai che mi sono battuta con dignità, e che con dignità mi sono alzata una, dieci, cento volte.

Non nascemmo tutti con lo stigma del vincitore.

Io perdo spesso, ma ho imparato a farlo bene”.

Sting – Shape of my heart

Match point

Un uomo apparentemente confuso ma ambizioso, maestro di tennis per mestiere, conosce una famiglia della buona società londinese, ed inizia a corteggiarne la figlia.

Tutto sembra talmente lineare, già deciso e tracciato, da avermi dato spesso una sensazione di nausea.

Chris vuol bene alla dolce e ricca Chloe, ma è irresistibilmente attratto da Nola, attricetta americana fidanzata del cognato.

I due iniziano una relazione che Nola stroncherà subito per questioni di opportunità.

Quando, finita la storia col fratello di Chloe, la ragazza tornerà a Londra dopo essersi rifugiata nel natìo Colorado per smaltire la delusione, incontrerà nuovamente Chris, e i due riprenderanno a vedersi e a consumare ore di sesso bollente nella piccola casa di lei.

Siccome la vita delle amanti è destinata ad essere dolorosa e piena di ostacoli, presto Nola si renderà conto che Chris non ha il coraggio di confessare tutto alla moglie, ed inizierà a minacciare l’uomo, soprattutto perchè scopre di essere rimasta incinta.

La vita di Chris diventa all’improvviso un inferno. Confidandosi con un amico gli dice con sincerità che non se la sente di mandare all’aria il suo matrimonio, e tutti i vantaggi derivanti dall’essere il genero di un uomo molto ricco, solo per una storia passionale.

– Se lascio Chloe poi che ne sarà di me?

In queste parole è concentrato il succo del format delle relazioni clandestine: la moglie è sacra e non si tocca, l’amante si usa finchè non inizia a creare problemi. E se arriva, isterica, sotto il palazzo della Hewett minacciando uno scandalo, il buon padre di famiglia prenderà la decisione più logica: eliminarla.

Così Chris organizza un piano perfetto, e tutto va secondo il suo piano.

Un ispettore di polizia pare non credergli, ma una botta insperata di fortuna gli consentirà di farla franca dopo aver inscenato una rapina, uccidendo l’anziana dirimpettaia di Nola e la ragazza, freddata con un colpo a tradimento mentre tornava a casa.

L’anello nuziale trafugato alla vicina di casa, pezzo della refurtiva scaraventata nel Tamigi prima che Chris ri rechi alla stazione di polizia, urta contro la ringhiera del ponte e, come una pallina da tennis sulla rete, indugia per alcuni, lunghissimi attimi (ripresi dal regista al rallentatore), e poi cade per strada.

Lo spettatore medio è portato a pensare che quella fede sarà l’elemento che incastrerà Chris, mentre, invece, sarà esattamente l’opposto.

Il delitto viene attribuito ad un tossico, arrestato con l’anello in tasca, e Chris potrà tornare alla sua vita dorata e senza pensieri, con la moglie ed il bimbo appena nato: coetaneo del figlio di Nola, ammazzato con lei.

Non pagherà per la giustizia, ma dovrà vedersela con i fantasmi del suo passato, e con i rimorsi che non cesseranno più di tormentarlo.

Woody Allen si ispira a “delitto e castigo” di Dostoevsky, che non a caso è il libro che il protagonista legge in una delle scene iniziali del film, prima di conoscere Chloe.

Riferimento o ispirazione?

Allo spettatore rimane un senso di sgomento per l’assassino che rimarrà impunito.

Personalmente ho la certezza che se l’avessi visto all’uscita, oltre cinque anni fa, ci sarei rimasta molto male.

Se non altro sono stata fortunata: a me un colpo di fucile a canne mozze non l’ha mai sparato nessuno.