Fly

Ho sempre guardato con sconcerto alle donne che si buttano giù dal balcone con le pantofole, e i vestiti di casa.
So bene che se si decide di passare ad altra vita non si sta a sottilizzare sulla mise da indossare, ma spesso mi sono sorpresa ad accarezzare l’idea di conservare un certo decoro anche quando
deciderò di spiaccicarmi al suolo, e gli addetti dovranno ricomporre la salma per traslarla all’istituto di medicina legale.
E’ tutto terribilmente normale, no?
Nessuno è indispensabile, quindi chi resta trova ben presto la sua strada da seguire, scevra da condizionamenti e da percorsi di  strade già erroneamene tracciati.
Poi, alla fine della fiera, è solo questione di tempo: le acque dello Stige saranno clementi con  tutti.
Con coloro che attendono il momento, e con quelli che, saggiamente, decidono di porre fine alle proprie vite con senso di libertà e responsabilità.
Tanto, sia chiaro, chi rimane si rimette subito in sesto perchè la vita continua. Quella loro.

Alice in chains – Dirt

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Space clearing

E’ strano come mi sia trovata, procedendo per gradi, a recuperare quegli aspetti che mi caratterizzavano fortemente quand’ero molto giovane.
Non si tratta di regressione psicologica, bensì di recupero di quelle tendenze e quei gusti che avevo seppellito, poco per volta, man mano che mi incamminavo sui sentieri impervi, irti e tortuosi di quella che sarebbe stata la mia vita scomoda e difficile.
Magari pendendo dalle labbra del guru di turno, soprattutto se manipolatore o in netta malafede.
Quel passato è passato in tutti i sensi: nessun rimpianto, nessuna nostalgia.
Ho ancora discrete difficoltà a metabolizzare i miei ultimi dieci anni di vita: proprio quelli che mi separano dalla rottura definitiva dal mio ex marito, con la conseguente deflagrazione della mia piccola famiglia alla quale tenevo più che a me stessa.
E questi dieci anni comprendono una grande illusione, e le parole di colui che aveva promesso (devo averlo scritto altrove) di risanare i miei disastri di guerra, scappando poi  via quando la nostra situazione, non facile, era divenuta pressochè  insostenibile.
Sono sempre stata una fervida sostenitrice del dialogo, ma arriva un momento in cui tentare di parlare per spiegarsi diventa solo un’ulteriore occasione per rinfacciarsi i reciproci errori passati.
Meglio sparire, si disse il mio salvatore.
L’ho odiato, com’era logico e giusto che fosse, poi mi è apparso in tutta la sua fragilità e la voglia di crescere che aveva dentro: io sarei stata un ostacolo.
E fa niente se certe persone si nutrono delle nostre energie vitali per poi accorgersi che, esangui come siamo, non abbiamo più nulla da offrire: nè giovinezza, nè spensierata allegria, nè notti e note trasgressive.
Per cui voltano pagina con noncuranza ed un pizzico di cinismo: noi non esistiamo più, e rimpiazzarci è  un gioco da ragazzi che, dopo, prendono a divertirsi e a giocare a fare i perversi.
Ho provato rabbia, poi la rabbia è diventata una sorta di comprensione frammista a tenerezza  perchè di lui mi è rimasto tanto: ciò che chiamo la mia piccola eredità, quella che mi sta ricongiungendo alla Nico giovane, quella che amava il metal e certi film a tinte forti.
Io sono rimasta fedele a me stessa, nel bene e nel male, ma soprattutto vera e autentica com’ero prima.
Nel bene e nel male, laddove quest’ultimo sarà sempre la mia tendenza a mettere i puntini sulle i a e chiedere, talvolta a pretendere, che ogni rapporto si basi sulla sincerità più assoluta. Anche se  scomoda e difficile da accettare.
Tanto, sulla faccia della terra c’è posto per tutti.

Therion – Three treasures

Auguri

Chiunque abbia due gambe, due braccia e un po’ di buona salute può occuparsi di se stesso.
Purtroppo non posso. Non ancora.
Purtroppo sono stata inchiodata ad un ruolo che mai avrei creduto potesse diventare una gabbia.
Ed io detesto, e ho sempre detestato ogni forma di coercizione o di limitazione alla mia libertà.
Sono giorni pensosi e a volte furenti.
Sto pressando la terra per piantare pilastri nuovi e diversi, perchè niente o nessuno è necessario e insostituibile.
Niente e nessuno lascia segni indelebili: il vento soffia forte e cancella le tracce sulla sabbia.
Ciò che ci buttiamo alle spalle non serve più, avendo esaurito la sua ragione d’essere.
Quel che rimane è un tratto di strada da percorrere consapevolmente.

Nightwish – Over the hills and far away

A volte ritorno…

…ed entro in punta di piedi, come se questa non fosse casa mia.
A furia di traslocare  finirò per perdere le chiavi, e allora sparirò per sempre con tutta la mia zavorra.
Tanto, si sa, scrivere è come parlare al terapeuta, o farsi una scopata:
lascia esattamente il tempo che trova.
Ti regala una sensazione di benessere solo finchè dura, e in genere dura poco.
E dura poco perchè è così per definizione e dato di fatto.
Ieri sono stata da Feltrinelli. Ho comprato “Spinoza”, che era nei programmi, e un volumetto che mi ha strizzato l’occhio dallo scaffale: “Perchè siamo infelici”, scritto da una manica di psichiatri. Ma non c’è risposta, lo so, così come non c’è vera infelicità.
Si muove dondolando, intorno, un limbo ovattato che non lascia passare l’aria, e a volte nemmeno la luce.
Ma ci si abitua, al limbo. Come ai dolori articolari e a quelli inflitti dagli amori ingiusti.
Oggi ho letto un saggio breve di mio figlio, e ho notato che non mette i puntini sulle i, in un periodo della sua vita in cui non è più ma non è ancora.
Spero gli tocchi una sorte migliore. E una vita con pochi perchè.

Who – Baba O’ Riley

L’onda anomala

C’è stato un tempo in cui amavo pensare, e provavo a dipingere i miei pensieri con tocchi delicati.
Poi mi prendevano, furiose, rabbia e passione, e la tela si imbrattava di colori inquietanti.
C’è stato un tempo in cui scrivere era sollievo per il cuore, e le parole che incatenavo l’una all’altra il gancio al quale mi sarei tenuta stretta per non affogare in me stessa.
Ci sono sempre tempi e momenti, e stagioni che volano via portando con sè gli aspetti migliori di quello che siamo stati. O che saremo, in un moto perpetuo impietoso e inevitabile come la vita quando si fa prigione.
Adesso che sono questo nucleo di carne pulsante ma stanca posso voltarmi indietro, veramente, e carpire e suggere e nascondere quello che posso tenere per me, senza che anima alcuna reclami il maltolto.
Adesso posso indossare un abito da prostituta o da suora: il centro della questione sarebbe comunque messo in luce nella maniera giusta.
Tornando indietro ci si guarda come se si fosse altro da sè, e si prova stupore, o sgomento, per quello che abbiamo tessuto, mentre il tempo ci passava addosso come il manto nero della morte.
E sfilano via le convinzioni testarde e a volte ottuse della prima gioventù, le promesse recitate a fior di labbra e quelle taciute ma radicate dentro.
Si allontanano, svanendo in dissolvenza, i volti opachi di chi amammo, e quelli di chi non ci amò perchè eravamo diverse da come avrebbero voluto.
A volte la vita sembra un gioco ad incastri: come quelli dei bambini.
Peccato che quasi mai le formine combacino con gli alloggiamenti.
Stamattina, ormai ieri, mi è stato garbatamente ripetuto che vivo come mi pare,  in maniera anarchica.
Eppure di compromessi so di averne dovuti ingoiare tanti: non credevo  sarei stata ancora tenuta nella condizione di chi, per bisogno di amore e certezze, deve adeguarsi a modelli comportamentali che sente ormai lontani, o che non ama, semplicemente.
Perchè non finisce mai, fra tentativi di fuga disperata e sensi di colpa che non avrebbero più ragione di esistere.
E invece a volte si china il capo, sorridendo, e si spegne la mente.
On. Off.

Antonello Venditti – Ora che sono pioggia