Senza perchè

Il portoncino semiaperto lascia intravedere un’applique alla parete, dove predominano un bianco caldo e una sensazione di quelle che difficilmente si è capaci di descrivere.
E se fosse l’ingressso di un’alcova, o di una casa piccola e accogliente, di quelle che normalmente si sognano?
Con chi  vorresti entrarci, in quel piccolo corridoio dall’atmosfera calda e promettente? Con lui, che non ha mai potuto prenderti nemmeno sottobraccio per strada, o con un altro?
Ho molto da dare, da dire e condividere, ancora: possibile che tutto sia finito così, quando non è più giorno pieno ma nemmeno sera?

Ride – Leave them all behind

Wings

“E’ bello sapere che un bel giorno ho incontrato un angelo che aveva il mio stesso cuore, le mie stesse emozioni ma anche le stesse ali spezzate…
Sei molto più di un sogno, sei e sarai sempre la stella che alimenta e riflette la mia luce”.

Una pagina A4 scritta centralmente, con grafia pulita e regolare: da persona ordinata e cementata nelle sue piccole e ordinarie sicurezze.

Nè mare mosso, nè sturm und drang.
Una convenzionalissima sbandata, corredata di tutto l’armamentario tipico di una storia  banale: lettere scritte a mano, con l’inchiostro sbavato per il profumo che si percepisce ancora, dopo  anni.
E quel ricciolo scuro fermato con lo scotch, buttato via con rabbia in una mattina figlia di una notte insonne: buttato via nel posto più squallido che si possa immaginare, per le reliquie di un amore morto.

Ti ho contattato brevemente per assolverti e cancellare ogni senso di colpa: così sarai sempre più a tuo agio nella tua piccola vita convenzionale, costruita fra villette a schiera e chitarre elettriche stonate.
Una parte di me non ti perdonerà mai, ma quella saggia e razionale ha voluto siglare con un ego te absolvo l’ultima pagina, non prevista, di una storia di ordinary people.

E ricorda, qualunque strada prenda la tua vita, che le parole sono pietre.

Non scagliarle mai più senza giudizio.

Baustelle – La canzone del riformatorio

Tornando a casa

E’ un periodo in cui va veramente tutto di traverso:  si è rotta la cinghia di distribuzione della Twingo in piena superstrada, di notte. E’ crollata la tapparella più grande, quella che si affaccia a sud est, un’applique si è spaccata e si è staccato lo stipite di una porta. Per non parlare dei piccoli danni provocati dal cane, che però erano in conto.
Nemmeno l’adsl va come dovrebbe, e Telecom non riesce a risolvermi i problemi di connessione.
Prima di tornare dal mare trovai un avviso-minaccia che mi intimava di rinnovare il “bollino verde”, una specie di balzello provinciale che attesterebbe la buona funzionalità di certe performance della caldaia del gas.
Siccome non facevo effettuare il regolare controllo da due anni, mi sono affrettata a chiamare la ditta che mi sostituì la vecchia, quattro anni fa.
Non pensavo venisse il titolare: di solito manda dei ragazzini.
Premetto che non sono un’oca, nè una che “ce prova”, però il tipo è un gran bel tipo. Sembra anche un po’ timido, particolare affascinante.
In tutto abbiamo scambiato poche parole, soprattutto di circostanza, ma mi piacerebbe riportare, accanto al dialogo reale, quello che ci sarebbe potuto essere se solo fossi stata una da barzellette.
Tralascio saluti e informazioni sulla manutenzione delle caldaie: argomento poco interessante.
Ci sediamo in cucina. Lui compila i papelloni e gli attestati.
Lo guardo di sottecchi: lineamenti e modi gentili, belle mani, bella grafia, nessuna traccia di fede all’anulare sinistro.
– Non è cambiato niente?
In che senso?
– E’ sempre tutto intestato a lei?
Sì, certo. (Vuoi sapere se mi son messa qualcuno in casa?)
Corregga il cognome, per favore: con il celebre calciatore non ho parentele.
Sorride e corregge.
– E’ riportato anche un civico diverso.
– Sì, il mio è il dieci. Il versamento per il bollino verde lo fa lei?
– Sì, la ricevuta gliela spedisco con posta prioritaria.
Bene, grazie.   (Potresti fare un salto e portarmela tu con le tue manine sante).
– Ah, una cosa importante. Quando accenderà il riscaldamento, fra un paio di mesi, ricordi di fare abbassare la pressione dell’acqua facendone uscire un po’ da un termosifone.
Ok. (E chi ti ha detto che accenderò i caloriferi fra due mesi? Sono sola e nessuno mi abbraccia…)
Si alza e mi consegna il papiro. Poi riprende la sua cassetta degli attrezzi e, prima di andare, mi chiede di mio padre.
– Come sta suo padre? Cioè…non so…
Lo interrompo sorridendo.
Sì, è ancora vivo e sta bene. L’anno scorso si è ammalato ma per  adesso è tutto a posto. Ha novant’anni, sa?
– Ha novant’anni anche il mio, e pensi che ha fatto il minatore.
Allora è ancora più highlander di mio padre.
Sorride, di un sorriso irresistibile.
Mi chiedo se dovrei offrirgli qualcosa da bere, poi decido di soprassedere.
– Sì, una classe di ferro in tutti i sensi.
Già. Vedremo di difenderci bene anche noi. (Insieme, magari, potremmo provare a difenderci meglio.)
Mi stringe la mano, indugia un attimo, come se volesse aggiungere qualcosa, poi ri-saluta e, già nel pianerottolo, chiama l’ascensore.
Bye bye, GC. Da un bel po’ di anni gli sconosciuti non li guardo nemmeno: tu sei una vera eccezione.
Non che abbia mai avuto mire espansionistiche nei tuoi confronti, ma sei la testimonianza vivente di quanto io sia coriacea, ma ancora umana.

Metallica – Prince charming

Pupazzi (uomini da montare)

Infine ho pensato che non fosse il caso di scervellarsi, quindi ho unificato le reti.

Dalla volta scorsa qui e su facebook scrivo più o meno le stesse cose, visto che la mia vita è segreta come un foglio di cristallo.

Purtroppo.

Ho saputo che sul prossimo catalogo Ikea ci saranno uomini (maschi) in kit di montaggio: ovviamente cambieranno i modelli, cioè le coordinate fisiche, ma la caratteristica fondamentale, cioè l’assenza di cervello, sarà comune a tutti.

Tanto, a che serve?

Dresden Dolls – Coin operated boy

Mika – Toy boy

Battaglie

Sorprendimi ancora, vita mendace.
Fammi credere che la via che ho davanti sia larga, ombreggiata e senza troppe asperità.
Convincimi che se le cose prendono una brutta piega la colpa non è mai di uno solo.
A dire il vero questo lo so, ma teoria e pratica spesso divergono, portando a predicare bene e ad agire in maniera indegna.
Convincimi, perchè non sopporto quelli che non dicono, non spiegano, non chiariscono e non sono sinceri, facendo sì che gli altri si mettano in testa idee sbagliate.
Idee che montano dentro come un fiume in piena, travolgendo gli argini del buonsenso e della razionalità.
Siamo quel che siamo: il prodotto di scelte, operate e subìte.
Che almeno ci sia data la possibilità di meritare almeno un po’ di chiarezza e lealtà, affinchè ogni tenzone sia ad armi pari.
Armi: che brutta parola.

Genesis – The battle of Epping Forest

Roots and seasons

Ho scritto che avrei scritto, vai vai. Come una gallina che si appresta a fare l’uovo tanto sospirato. Piccoli rivolgimenti di una piccola famiglia come tante. Per esser precisi, di mezza famiglia, ammesso che il termine abbia ancora un significato.
Temevo per la serata e per i cattivi auspici che l’avevano introdotta, includendo gli sfregi estremi (forse inconsapevoli) di un fantasma evaporato via negli anni.
Dunque mio figlio è diventato maggiorenne, come se questi ultimi dieci anni di veleno fossero scivolati giù in un  sorso.
Eppure sono stati dieci anni sofferti in ogni senso.
Otto più dieci fa un voto in più per il Berlusca: mio fratello, non so se per via del vino, asserisce che la campagna acquisti del Milan sia  stata mirata, perchè il cav non fa niente per caso.
Ho fatto spallucce: io la mia strada l’ho scelta, e mio figlio non è cretino.
C’è tempo per cambiare. C’è sempre tempo per cambiare.
Tutto fa da cornice: la pioggia, l’aria di smobilitazione, il trasferimento in corso senz’auto, perchè la Twingo color puffo strozzato m’ha mollata dopo undici anni, e se dovrò rottamarla  con lei rottamerò l’amore più coinvolgente e passionale della mia vita, anche se non era amore ma solo una specie di attrazione sessuale travestita da calesse.
Tutto fa da cornice al giorno in cui mio figlio decise di venire al mondo: e che mondo.
L’estate per noi finisce quando diamo due giri di chiave al cancello della casa al mare: dopo le candeline dell’otto settembre.
E nessuno tiri fuori Badoglio o la Madonna, pliz.

Climie Fisher – Love changes (everything)

Stronza

Non sono una vittima.
Nella vita ho saputo approfittare del momento giusto per abbandonare la nave un attimo prima che affondasse.
Ci ho pensato stasera, dopo aver incontrato il mio primo, vero ex: roba di circa trent’anni fa.
Lui era innamorato, ma aveva la pessima abitudine di perdere il controllo.
Io credevo di essere innamorata, ed avevo un brutto carattere.
Parlando del più e del meno ha lasciato trapelare una notevole insoddisfazione per la sua vita lavorativa.
Ho perso tutti i treni giusti. I tre anni di università nei quali rimasi fermo mi impedirono di laurearmi in tempo, mentre i miei colleghi ce la fecero. Oggi R è vicepresidente dell’Eni (o dell’Enel?) per il centronord, e F è direttore generale di un’azienda francese.

I suoi amici e compagni di corso li ricordo: obiettivamente R era in gamba, mentre su F non avrei scommesso una sola gomma da masticare.
Ci salutiamo, e mentre mi allontano in bici mia sorella mi chiama “donna crudele”.
Sul serio, sei sempre stata insofferente. Non che non avessi i tuoi buoni motivi per mollarlo, ma quando decidi sei spietata e inamovibile.

Spietata e inamovibile. Una volta. Oggi ho imparato l’arte della pazienza ma non ho la materia prima, nè mi interessa darmi da fare per “procacciarmela”.
Treno per treno, nella vita succede di rimanere impalati alla stazione, magari sotto la pioggia. E di doversene tornare a casa a leccarsi le ferite.
Non mi sono sentita in colpa, davanti al mio ex: alla fine tutto va come deve. Nel bene e, soprattutto, nel male e nel peggio.

R.E.M. – E-Bow the letter