Nic bruttavita

La donna pedala mentre si accendono i lampioni della stradina poco frequentata, piena di buche che la costringono a guardare avanti con attenzione. Canticchia a mezza voce, e i pochi passanti intabarrati in surreali giacche fuori stagione la guardano con occhi un po’ perplessi e incuriositi.
“Si è spento il sole e chi l’ha spento sei tu”, zigzagando nel tentativo di evitare scossoni. Indossa  jeans e  maglietta nera. Ai piedi ha  ciabattine infradito,  al collo un monile fatto di grosse palle di acciaio. Porta i capelli un po’ più lunghi del solito, un po’ più biondi del solito: con le bande laterali fermate dietro la testa da un becco colorato. Pedala leggermente scomposta, con le ginocchia  divaricate: si piega appena sul manubrio, facendolo oscillare con le mani agli estremi.
L’andar compunta e seria, come  avesse ingoiato una scopa e chili di ipocrisia, non fa per lei. Non ora. Forse mai più.

Vinicio Capossela – Si è spento il sole

Titolo

Le piantine interrate di fresco vedranno passare la vedova bella, il cane e il vicino, la polacca incinta e il suo uomo muto.

Vedranno il sole indeciso e le nuvole a frange, i motorini che fanno rumore di trebbie, le ciabatte trascinate con insolenza sull’asfalto butterato.

Poi arriverà settembre, col suo carico di noia e promesse disattese.

Arriverà settembre, erba rasata e fiori gravidi di niente.

E la via che porta al domani si intesse di sogni, balaustre precarie su magma in fermento.

E poi ghiaccio.

E morte e sepoltura.

Noi siamo la fiamma di un cerino: ci consoli il pensiero di averne acceso un altro, prima di dormire.

David Bowie – Little wonder

Zombie

Andarono via nel buio della notte, mano nella mano. Il futuro era un tuffo al cuore, un arcobaleno improvviso dopo un pomeriggio di pioggia, una folata di vento fresco sul viso.
Era il ripetersi della stessa speranza all’infinito, a partire da quella tarda sera in cui, con la schiena appoggiata al muro del balcone, se n’era stata lì a lungo, a veder schizzare le luci delle auto sulla statale. Poi c’erano stati Pericle e la gatta incinta, e quella gioia che faceva germogliare il cuore come un seme ricco di vita.
E l’hotel nel centro di Madrid, e quello gnomo che seminava il terrore armato di biberon.
Vita.
Finche ce n’è è tutto dovuto: pretendere pare quasi doveroso, soprattutto se il passato è stato avaro. E si arraffa vita a piene mani, mordendone la carne con una furia condita di esaltazione e paura.
E ci si butta a capofitto, nella vita ribalda e schiva al tempo stesso.
Poi la luce si spegne, ed è ragionevole immaginare che loro se ne vadano ancora via nel buio della notte, mano nella mano.
L’immaginazione è un viottolo sassoso e impervio che si inerpica fra le impalpabili volute dell’anima. Per regalarle un’altra boccata di respiro.

Cranberries – Zombie

Vivi apparenti

Le sale d’attesa scatenano in me, più che gli istinti peggiori, uno spirito di osservazione che molto spesso non ho, presa, come sono, dalla ruota libera dei miei pensieri anarchici.
Siamo qui da quasi tre ore, seduti con gente che aspetta il suo turno da molto più tempo.
Qualcuno si imbufalisce e se ne va, dopo una breve e silenziosa polemica con lo scarso personale disponibile.
Ci sono bocche cucite e bendate, teste contuse, problemi di masticazione, donne incinte.
Stasera mia madre  ha avuto una seconda ischemia cerebrale, a distanza di un giorno, e noi siamo qui come guardiani inerti, stanchi, assonnati, preparati a tutto.
Aver ricevuto buone notizie dall’oncologo di mio padre ci ha fatto tirare un sospiro di sollievo che è durato un niente: nemmeno ventiquattr’ore.
Abbiamo lasciato i figli al mare, affidati all’unno, reduce peraltro da una brutta caduta dalla (mia) bici.
Mia sorella aveva appena finito di medicarlo quando la mater si è sentita male di nuovo.
Seguendo le dritte del neurologo che l’ha in cura l’abbiamo accompagnata nell’ospedale attrezzato più vicino.
Dopo tre ore ho sonno e sete, e mi sembra di vedere le persone in attesa moltiplicarsi come per un maleficio.

Lei è semi incosciente, seduta su una sedia a rotelle, in attesa di sapere che ne sarà di lei dopo questa nottata allucinante. Forse non se lo chiede nemmeno: a volte apre gli occhi e ci guarda senza espressione. Ad un certo punto mi chiede chi sia quella bella signora seduta accanto a me: quella bella signora è mia sorella.

Dopo circa tre ore la portano via: mio padre va con lei. Noi tre proviamo a scherzare e a fare gli ottimistoni: mio fratello scherza sulla mia zoppìa, oramai migliorata, e dice che all’ingresso avevano pensato che l’ammalata fossi io. Io bevo un caffè dopo l’altro. La sorellina si lamenta debolmente della scomodità delle sedie, e fa commenti a mezza voce sulle coppie presenti, dicendo che le mettono tristezza.
Vedere accendersi il cielo, pian piano, attraverso la sala d’attesa del pronto soccorso di un ospedale fa uno strano effetto.
In quel perimetro c’è gente che lotta per poterne vedere ancora, di albe, magari con un briciolo di serenità nel cuore.
Il mio è spento. Adesso so che potrei perdere mia madre, ma la mia desolazione è stanca e quasi rassegnata.
Non la ricoverano, ma le fanno una tac e analisi del sangue.
Torniamo a casa dopo oltre otto ore, mentre Riccardo ha già iniziato a tempestarmi di messaggi.
Oggi siamo qui a comunicare, o a provare a farlo: del diman non v’è certezza.
Lei ed io stavamo chiacchierando di borse e accessori quando, all’improvviso, ha incominciato a pronunciare frasi totalmente sconnesse. Poi ha detto che aveva un gran sonno, e ha perso l’equilibrio.
Adesso, dopo quattro giorni, è tornata lucida, anche se ha sempre sbalzi di pressione e sonno, sonno, sonno.
Io, invece, ne ho poco, nonostante il mio fido xanax.
Ho deciso di restare: come viene, per i miei, che invecchiano, e per mio figlio, che sta appena iniziando a vivere, e che fra una settimana parte per l’Irlanda.
Sono stata una figlia molto complicata,  ma adesso so che cosa mi spetta e aspetta. Sono fra due anziani genitori ed un ragazzo che vive solo con me, e che a me si affida per tutto.
Già: ma io chi sono?

David Bowie & Arcade Fire – Wake up

Blog chiuso per ferie

Era nell’aria.

Per un po’ (onestamente non so per quanto) mi trasferisco su facebook, dove posso alternare la nobile arte del cazzeggio alla trattazione di argomenti seri.

Molti di voi sono già lì, mentre alcuni, particolarmente riottosi, si rifiutano di entrare in un social network.

Siccome ho bisogno di mandare cervello e problemi in vacanza, per adesso preferisco che sia così.

Se ne avete voglia, potete trovarmi  da quelle parti come Nico Letta, e-mail “testabislacca@gmail.com”.

Tutto questo parlarmi addosso, e parlare di chi non meriterebbe nemmeno lo spreco di un  neurone, ha prodotto in me una stanchezza mortale.

Baci, e a presto.

Senza rancore

Pensavo di avere una struttura edilizia normale, e invece la mia casa è senza porte.

Un’anima senza porte è un luogo aperto ai venti e alle intemperie, e non permette lo smistamento e lo stoccaggio del materiale che non serve più.

“Noi uomini mentiamo sempre: fa parte della nostra natura. Ma tu puoi imparare a difenderti”.

L’amico è onesto e sincero: ammette le debolezze della sua specie con estrema naturalezza.

L’ho apprezzato, anche perchè non è tipo da giochetti verbali fini a se stessi, o da pietosi tentativi di maldestri intortamenti.

“Siamo falsi perchè ci hanno disegnati così”.

Bene. Io non vi cancello, perchè penso che in questo mondo ci sia posto per tutti. Ma se mi guardo le spalle non dite che sono la solita diffidente e prevenuta. Con tutte le medaglie che ho appuntate sul petto penso di averne ben donde.

Kasabian – Happiness